15/03/2022, 10.34
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Arabia Saudita: ‘dio denaro’ più dell’islam motore delle riforme di bin Salman

di Dario Salvi

Riyadh libera - per decorrenza dei termini - un famoso blogger e attivista, giustiziando quasi in contemporanea 81 detenuti. L’economia più dei diritti guida le riforme del regno. I primi passi verso l’emancipazione della donna. A Jeddah un quartiere cosmopolita e dai prezzi accessibili demolito in nome dello sviluppo e della modernizzazione. 

 

Milano (AsiaNews) - Scarcerare uno dei più famosi attivisti pro-diritti umani e giustiziare, quasi in contemporanea e in un colpo solo, 81 detenuti nel braccio della morte, più di quanti ne sono stati uccisi dal boia lo scorso anno. Promuovere programmi votati all’innovazione tecnologica; costruire da zero metropoli come la futuristica Neom, sul mar Rosso; modernizzare interi quartieri di importanti città come sta avvenendo a Jeddah, sulla pelle di decine di migliaia di persone che perdono la casa e i beni di una vita, a fronte di risarcimenti irrisori. Sostenere una riforma “laica” dello Stato e maggiore emancipazione per le donne, senza avviare una seria riflessione sulla libertà religiosa e aprire a culti che non siano l’islam. L’Arabia Saudita del principe ereditario Mohammad bin Salman (Mbs) è un mosaico contraddittorio in cui oggi, più che in passato, il “dio denaro” sembra aver soppiantato la fede musulmana radicale e wahhabita come collante dello Stato. Pur continuando a usare la religione - e i luoghi santi alla Mecca e Medina - per mantenere una sorta di supremazia morale nel mondo islamico sunnita, e contrapporsi agli sciiti iraniani. 

Badawi, libertà ed esecuzioni

Dopo un decennio in prigione, il blogger e attivista Raif Badawi è stato scarcerato lo scorso 11 marzo. Una liberazione confermata dalla moglie Ensaf Haidar, esule da tempo in Canada con i tre figli, che in un messaggio su Twitter ha scritto “è libero”. Tuttavia, il rilascio non è frutto di una concessione delle autorità saudite, quanto la decorrenza dei tempi di custodia in base alla condanna a 10 anni comminata nel 2014 e seguita all’arresto nel 2012. Il termine ultimo era scaduto il 28 febbraio scorso, ma sono serviti alcuni giorni - alimentando incertezze e timori fra i familiari del vincitore del premio Sakharov nel 2015 - perché potesse uscire di prigione. E se, da un lato, egli si è risparmiato alcune centinaia di frustate delle mille cui era stato condannato e solo in parte ha ricevuto, dall’altro dovrà versare allo Stato quasi 300mila euro in pene pecuniarie e non potrà espatriare per un decennio, vanificando le speranze di ricongiungimento con la famiglia. 

Le 50 frustate pubbliche comminate a Badawi il 9 gennaio 2015 davanti a una moschea di Jeddah sono ancora impresse nella memoria di attivisti e cittadini. In molti avevano parlato di natura “medievale” della pena ed elevato l’attivista a simbolo della lotta per i diritti nel regno wahhabita. Una repressione che prosegue ancora oggi sotto la guida del “riformista” bin Salman, che avrebbe allentato la morsa dell’islam integralista e della frangia religiosa radicale sulla vita sociale e civile del Paese. In realtà, dietro il tentativo di migliorare l’immagine internazionale restano numerose zone d’ombra. In concomitanza col rilascio di Badawi, le autorità hanno armato la mano del boia giustiziando in un solo colpo 81 detenuti. Fra questi vi sono anche sette cittadini yemeniti e un siriano, accusati - secondo l’agenzia ufficiale Spa - di “crimini odiosi” fra i quali il terrorismo. Tuttavia, numerose organizzazioni attiviste riferiscono di condanne nel quadro di processi farsa nei quali sono stati violati i diritti alla difesa e di persone punite con la morte per il solo fatto di appartenere alla minoranza sciita. “Una esecuzione di massa come questa - attacca Inès Osman, attivista e co-fondatrice di Mena Rights - è senza precedenti e dimostra come gli sforzi di modernizzazione siano solo un cambiamento di facciata”. Riyadh si conferma dunque una delle nazioni al mondo con il maggior numero di giustiziati assieme a Cina, Iran, Egitto e Iraq. 

Diritti, islam e il “dio denaro”

Il 22 febbraio scorso Riyadh ha celebrato con una festa “laica” la fondazione dell’Arabia Saudita in chiave “moderna”, slegata dal retaggio islamico-wahhabita. Evento realizzato nel solco delle riforme economiche e sociali di Mbs, che hanno permesso la celebrazione di san Valentino pur senza nominarlo. Inserite nel piano “Vision 2030”, esse hanno sancito una “liberalizzazione” nei costumi cui fa da contraltare una stretta nell’ambito politico e istituzionale. Bin Salman ha limitato il potere della polizia religiosa, aperto a concerti e cinema, rimosso in divieto di guida e avviato una vera e propria industria dell’intrattenimento. Egli ha anche annunciato quattro nuove leggi quadro: sullo status personale, prima a entrare in vigore entro 90 giorni; la legge sulle transazioni civili; il Codice penale in tema di discrezionalità della sanzione; e la norma sull’onere della prova. 

La riforma dello status personale, in particolare della donna, dovrebbe modificare alcune norme consolidate legate al patriarcato, come la tutela maschile. La donna non dovrebbe più chiedere il permesso all’uomo - padre, marito o fratello - per poter viaggiare o sposarsi. Rispetto al passato, alle donne dovrebbero spettare garanzie in caso di divorzio con il riconoscimento delle sofferenze emotive e delle difficoltà finanziarie, la cura dei figli e un sostegno nella cura e nell’educazione della prole. Loro stesse potranno diventare guardiani legali dei figli, rivendicando il diritto agli alimenti e assistenza all’infanzia. La legge preserva anche la linea di sangue della prole e regola il matrimonio, dal fidanzamento al divorzio alla khul’aa [il divorzio da parte della moglie].

La rinascita economica e culturale saudita passa anche attraverso la ricostruzione di interi territori, come sta avvenendo in un’ampia zona di Jeddah al netto di feroci, quanto rare proteste. La scorsa settimana gli abitanti di un distretto raso al suolo per far posto a un progetto di sviluppo multi-miliardario hanno manifestato lamentando di non aver ricevuto un’allerta preventiva e risarcimenti adeguati. L’amministrazione aveva classificato l’area - che comprende parte della città vecchia - come “baraccopoli” e serbatoio di “crimine e vizio”. Diversa la versione degli abitanti, secondo cui gli alloggi avevano un prezzo accessibile per i meno abbienti, sauditi o lavoratori stranieri immigrati. E il malcontento si è trasformato in una campagna sui social a colpi di video e hashtag.

Numerosi filmati rilanciati in rete mostrano le macerie lasciate alle spalle dai bulldozer, con scene che secondo alcuni sono equiparabili alle devastazioni di una guerra. Un video mostra cittadini che salutano monumenti e case prima di essere demolite; un attivista online conosciuto col soprannome di Wajeeh Lion sottolinea che il progetto - del valore complessivo di poco inferiore ai 19 miliardi di euro - sta “sradicando” l’anima e la storia di Jeddah. Di contro, per i sostenitori esso restituirà il vero volto della città valorizzando il patrimonio artistico e culturale di una località che è stata, nei millenni, ponte fra Oriente e Occidente e crocevia per i pellegrini diretti alla Mecca per l’Hajj. Il piano prevede la costruzione di un teatro, un museo oceanografico, spiagge pubbliche e 17mila unità abitative. Il tutto a spese dei meno abbienti, che si vedono costretti a emigrare nelle campagne dove i prezzi sono inferiori. Ad andare perduta sarà anche la commistione di razze e culture che si era venuta a creare, quel suo essere cosmopolita che è stata anche, nel tempo, fonte di orgoglio. La sensazione è quella di una ingiustizia perpetrata alle spalle di quanti restano senza casa e identità, in una nazione che punta a rivaleggiare con Dubai e gli Emirati Arabi Uniti (Eau) per diventare punto di riferimento economico della regione sulla pelle dei più deboli.

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