03/12/2014, 00.00
BANGLADESH
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Bangladesh, la lezione di Jibon: Essere disabili spinge un essere umano a dare il massimo

di Sumon Corraya
William Jibon Gomes, cattolico 39enne, racconta ad AsiaNews l'incredibile storia della sua vita: "Sono nato in un bagno, e cadendo di testa ho riportato una paralisi cerebrale che ha bloccato la parte sinistra del mio corpo. Ma l'amore di mia madre e la compassione di Dio mi hanno spinto su una strada incredibile, piena di dolore ma anche di gioie memorabili. Vorrei essere un esempio anche per chi non è handicappato: la vita è meravigliosa".

Dhaka (AsiaNews) - Essere un disabile "mi aiuta a comprendere i sentimenti e il dolore degli altri disabili. Proprio grazie a questa empatia ho capito nel tempo che dovevo fare qualcosa, per loro e per me. Ecco perché è nata la Fondazione 'Turning Point': per promuovere i diritti e aiutare l'inclusione di persone disabili nella società del Bangladesh". È il racconto fatto ad AsiaNews da William Jibon Gomes, cattolico 39enne, in occasione della Giornata dei disabili che il suo Paese celebra oggi. La storia di Jibon è un grande inno alla vita e all'impegno per gli altri.

Secondo i dati dell'Organizzazione mondiale della Sanità, su 156 milioni di cittadini del Bangladesh circa il 10% ha una qualche forma di handicap: "La vita di una persona con problemi mentali o fisici è piena di ostacoli e di sfide. Esistono migliaia di barriere - reali o immaginarie - che vanno superate per vivere in pieno una vita da essere umano. Queste barriere riguardano la vita familiare e persino la sfera sessuale. Io sono uno di loro, ho affrontato e affronto queste barriere".

Ogni bambino, racconta Jibon, "ha il diritto a nascere in maniera sana e in ambiente adatto. Nel mio caso le cose sono andate in maniera un poco diversa: io sono nato in un bagno. Tre giorni prima del parto, mia madre inizia a sentire dei forti dolori e viene portata presso un dispensario retto dai padri del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) nella parrocchia di Bonpara. Siamo in un distretto remoto, quello di Natore".

Le Missionarie dell'Immacolata, congregazione femminile associata al Pime, si accorgono subito che qualcosa non va: "Le suore capiscono che il bambino che mia madre porta in grembo non è nella giusta posizione, e decidono di mandare la paziente in un ospedale distante da Natore perché il parto può essere difficile. Se ci fosse bisogno di un cesareo, meglio stare in ospedale".

Prima di affrontare il lungo viaggio, la futura mamma va in bagno: "E in quel momento sono nato. Mia madre, presa di sorpresa, fa del suo meglio ma non riesce a evitare la mia caduta. La testa subisce un taglio profondo, che provoca una paralisi cerebrale. La parte sinistra del mio corpo ne risentirà per sempre, ma grazie alla compassione di Dio sono vivo. Mia madre mi ha chiamato Jibon apposta, dato che nella nostra lingua significa 'vita'".

Dopo Jibon sarebbe arrivata anche una sorellina, Kushum: "Ma io ero e sono l'unico maschio, il maggiore, e disabile. I miei genitori hanno fatto il meglio che le circostanze hanno permesso loro, ma i problemi finanziari hanno limitato molto le possibilità. Mia madre, davanti alle cure fallite, ha trovato un suo equilibrio; mio padre invece non c'è mai riuscito. Le tensioni familiari, durante la mia infanzia, sono state molto forti".

Crescendo in un villaggio, senza possibilità di trattamenti all'avanguardia, "mi sono reso conto in maniera graduale di essere diverso dagli altri. Mi faceva male al cuore vedere la mia sorellina correre e giocare. Chiedevo a mia madre come fosse possibile, dato che eravamo entrambi figli suoi: le chiedevo dove avevo sbagliato... Mia mamma non rispondeva, ma piangeva. Una volta ricordo di averle detto: 'Per favore, prega Dio di prendersi la mia vita e di darti un nuovo Jibon, che corre e gioca. Così smetterai di soffrire'. Ricordo il grande abbraccio dopo questa frase...".

All'età di sei anni arriva la prima svolta: "I miei genitori iniziano a regalarmi libri e quaderni, e mia madre mi insegna a leggere e scrivere. Visto il mio grande interesse, spinge per portarmi in una scuola: non potendo muovermi in maniera naturale, questo è però impossibile. Così, con grandi sforzi, decide di assumere un tutore privato". Da lì inizia un percorso di istruzione completa: "Dopo alcuni anni alle elementari san Giuseppe, dove mi portava mia mamma con un triciclo, sono stato ammesso al liceo: un buon risultato, che ha convinto i miei parenti a farmi continuare gli studi".

Nel 1997 arriva il diploma in Scienze, e subito dopo il corso per divenire Assistente sociale: l'anno successivo viene assunto dal Dipartimento che cura questi seminari, con il compito di operatore informatico. Nel 2002 la Laurea in Psicologia all'Università nazionale, e nel 2003 la promozione a Ufficiale di programmazione, a stretto contatto con i disabili.

Nel 2005 incontra sul suo cammino la Caritas, che gli propone un contratto per sviluppare progetti a favore degli handicappati: "La missione e la visione di questo organismo mi hanno dato nuovo slancio. Lavorare per aumentare il potenziale delle persone e abbattere le barriere che li frenano è stato ed è stimolante in maniera incredibile".

Il 29 dicembre 2010 è un giorno che Jibon ricorda come "memorabile. In quel giorno ho sposato Rani Olivia Rodrigues, che si è unita con tutta se stessa alla causa. Ora ho altre due mani per lavorare, un'altra testa per pensare e un altro cuore per amare i bisognosi". La coppia ha un figlio piccolo, Newton Irenaeus Francis Gomes.

Nell'aprile 2012, decide di dare un ulteriore svolta alla sua vita: "Ho deciso di fondare la 'Turning Point' per creare una rete che metta in comunicazione le varie organizzazioni che lavorano con i disabili, in modo da sviluppare programmi comuni e collegarsi alla cooperazione internazionale. Vorrei essere un esempio vivente per coloro che lottano per un futuro migliore. L'oscurità e le frustrazioni che ci separano dalla speranza possono essere abbattute". 

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