Cinque anni di carcere per chi protesta per i kazachi perseguitati in Cina
Pene per "incitazione all'odio razziale" per 19 attivisti del movimento Atažurt che si batte in favore dei parenti detenuti insieme agli uiguri nei "campi di rieducazione" dello Xinjiang. A processo inizialmente per violazione delle regole sulle manifestazioni il reato è stato inasprito dopo una nota del consolato della Repubblica popolare cinese ad Almaty che parlava di "aperta provocazione".
Astana (AsiaNews) - Il tribunale di Taldykorgan in Kazakistan, nella regione meridionale di Almaty, ha riconosciuto 19 persone colpevoli di “incitazione all’odio razziale”, in seguito alle azioni di protesta in cui si manifestavano le richieste di cessare le persecuzioni dei kazachi nello Xinjiang, bruciando bandiere della Cina e ritratti del presidente Xi Jinping. I condannati sono quasi tutti esponenti del movimento Atažurt e loro sostenitori, a cui sono stati inflitti 5 anni di detenzione o arresti domiciliari.
Tra coloro che hanno ricevuto la pena del carcere vi è la leader del movimento, Bekzata Maksutkhana, che era diventata molto nota per le documentazioni da lei diffuse sulle discriminazioni dei kazachi, degli uiguri e di altre etnie turaniche nello Xinjiang. Insieme agli altri membri di Atažurt ha raccolto testimonianze sulla detenzione di parenti nei “campi di rieducazione” cinesi, una rete di strutture chiuse nelle quali si fa uso anche di torture, violenze sessuali, sfruttamento delle persone che vengono anche costrette alla sterilizzazione.
Una testimonianza diretta di queste vicende è quella di Tursynbek Kabi, ex-detenuto di uno di questi lager cinesi che è poi riuscito a tornare in Kazakistan, raccontando delle violenze e degli oltraggi subiti, e ora sarà costretto a vivere in libertà vigilata. Cinque anni di pena sono stati affibbiati anche a Guldarija Šerizat, moglie di un cittadino nativo dello Xinjiang, Alimnur Turganbaj, che lo scorso anno era stato arrestato in Cina al rientro dal Kazakistan in quanto “non in regola con i documenti di nuova cittadinanza” secondo la polizia cinese di frontiera, nonostante fosse residente ormai da 10 anni nella patria storica della famiglia. Guldarija chiede il suo ritorno a casa. Ora sconterà la sua pena agli arresti domiciliari, avendo figli minorenni, e la stessa sorte sarà vissuta da Gulnar Šajmurat, anch’essa madre di cinque figli, il più piccolo di soli 4 anni d’età.
Non potranno evitare i 5 anni di carcere gli attivisti di Atažurt, Erkinbek Nurakyn, Erbol Nurlybaev e i loro sostenitori Margulan Nurdankazy, Kuandyk Kosžanov, Bakytžan Šugyl, Ergali Nurlybaev e anche Batylbek Bajkazy, che non aveva alcun rapporto con il gruppo, ma si è trovato coinvolto nella manifestazione. Altre condanne analoghe o minori sono state inflitte a diversi altri attivisti, tra cui Nazigul Maksutkhana, sorella minore della leader Bekzata. Molti di loro hanno contestato apertamente la sentenza, le donne piangevano e gridavano, e una di loro si è sentita male ed è stata ricoverata in ospedale.
Le accuse erano state avanzate dalla procura come violazione delle regole sulle manifestazioni, ma il giudice ha inasprito i motivi di colpevolezza. Davanti e all’interno del tribunale sono state dispiegate squadre delle forze speciali. La manifestazione proibita si era tenuta il 13 novembre 2025, e le accuse penali sono state inserite dopo l’intervento del consolato della Cina ad Almaty, come ricordano gli attivisti, con l’invio di una nota in cui si chiedeva di “prendere misure di seria investigazione sull’incidente” e che definiva la vicenda come “un’aperta provocazione contro la dignità nazionale della Cina e un oltraggio all’immagine del Partito comunista cinese e del suo leader”.
Il processo era iniziato a gennaio a porte chiuse, e gli avvocati degli attivisti sostenevano che non vi fosse alcun reato punibile, in quanto anche l’incendio delle immagini del leader cinese era soltanto “espressione di disaccordo con le politiche di Pechino”, e non oltraggi ai cinesi in quanto gruppo etnico. I gruppi internazionali Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito queste udienze un “processo politico”, chiedendo la liberazione di tutti i 19 prigionieri, appello a cui si è aggiunto anche un membro del Congresso americano, James McGovern, ma senza reazioni da parte delle autorità del Kazakistan.
06/09/2023 08:45
15/05/2023 08:46
02/01/2021 08:42


.png)


