18/10/2022, 10.46
PORTA D’ORIENTE
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Concessioni più che diritti per la donna in Medio oriente. E una parità ancora lontana

di Dario Salvi

La vicenda di Mahsa Amini rilancia il tema del ruolo e delle libertà dell’universo rosa nella regione e nel mondo musulmano, sciita e sunnita. Passato sotto silenzio il recente ingresso, con voto favorevole di governi occidentali, di Teheran nell’organismo Onu a tutela della donna. Nel regno saudita storie “di successo” nascondo racconti quotidiani di violazioni e umiliazione. 

Milano (AsiaNews) - Settimane di protesta in Iran, divampate in seguito alla morte della giovane Mahsa Amini per mano della polizia della morale che l’aveva fermata perché non indossava correttamente l’hijab, hanno rilanciato il tema della questione femminile in Medio oriente e nel mondo islamico. Sciita e sunnita, perché se l’universo femminile sta guidando la battaglia contro il velo obbligatorio e per la libertà e i diritti nella Repubblica islamica, guardando all’Arabia Saudita (e alle altre nazioni del Golfo) il tema della parità è un traguardo ancora lontano. A dispetto dei molti proclami delle leadership arabe e degli articoli di giornale che esaltano alcuni aspetti marginali o storie che, in realtà, nascondono una pratica quotidiana fatta ancora oggi di patriarcato, sudditanza e segregazione. E che, nei casi più estremi o in situazione di particolare sfruttamento come accade per le lavoratrici migranti, è fatto di vessazioni, violenze e umiliazione. 

Teheran e l’Onu

La morte di Mahsa e la durissima repressione di Teheran, invocata dalla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e dal presidente, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, sono ormai vicende di cronaca quotidiana. Dalla metà di settembre, in seguito all’uccisione della giovane di origine curda, tutto il Paese è attraversato da imponenti manifestazioni di protesta guidate dalle donne e diffuse - oltre alla capitale - in aree in cui vivono minoranze etnico-religione: dai curdi nel nord-ovest, ai beluci nel sud al confine con il Pakistan. Il bilancio del pugno di ferro usato dalla polizia e dalle forze della sicurezza, legate alla leadership politico-religiosa, ha causato oltre 240 vittime, 32 delle quali minori di età, migliaia gli arresti.

Per Teheran, che respinge l’accusa di morte violenta per la 22enne curda, dietro le manifestazioni vi sarebbero agenti esterni e governi occidentali che vogliono fomentare il caos e destabilizzare lo Stato. In realtà dalle foto e dai filmati che riescono a superare la censura e il blocco alla rete imposto dal regime degli ayatollah emergono manifestazioni spontanee, perlopiù pacifiche e dal forte carattere simbolico, come il taglio dei capelli o il rogo del velo considerato simbolo di oppressione. 

In questo quadro di violenza e repressione, stride la notizia passata sotto silenzio dell’ingresso a marzo della Repubblica islamica nella Commissione Onu sullo status delle donne, con mandato quadriennale e grazie ai voti di alcuni governi occidentali. Si tratta di un organismo delle Nazioni Unite, con sede a Ginevra, che ha come come compito “esclusivo” quello di “promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne”. Sulla questione sono intervenute diverse attiviste e intellettuali iraniane all’estero, ponendo l’accendo sulla effettiva utilità di simili organizzazioni. “Quando le democrazie - afferma a Fox News Mariam Memarsadeghi, membro del Macdonald-Laurier Institute - chiudono un occhio su enti Onu quali la Commissione sullo status delle donne quando vengono usurpati da regimi come quello iraniano che si vanta di umiliarle, di uccidere ragazze per aver mostrato una ciocca di capelli o che legalizza la disuguaglianza e la subordinazione delle donne regolandone in modo totalitario la vita, la scuola, i media, quelle stesse democrazie finiscono per umiliarsi da sole”. 

L’ultimo esempio riguarda la campionessa di arrampicata Elnaz Rekabi che, ai Giochi asiatici in Corea del Sud, ha gareggiato rifiutandosi di indossare il velo per solidarietà verso le donne del suo Paese. La sportiva è già stata fermata, condotta in ambasciata a Seoul e di lei si sono perse le tracce, mentre parenti e amici stanno cercando - invano - di contattarla. Storie di ordinaria repressione nella teocrazia iraniana in cui le donne rappresentano oltre metà della popolazione e sono fra le più istruite di tutto il Medio oriente, con un tasso di alfabetizzazione superiore all’80% e per oltre il 60% sono parte del corpo studentesco universitario. Tuttavia, secondo la legge islamica hanno meno diritti dell’uomo in materia di divorzio e perdono la custodia dei figli quando maggiori di sette anni, hanno bisogno del permesso per viaggiare all’estero, la loro testimonianza vale la metà di quella dell’uomo, votano e guidano ma non possono diventare giudici o candidarsi alla presidenza. E l’ascesa di Raisi ha segnato un inasprimento delle restrizioni, con divieto di ingresso in alcune banche o uffici, e maggiori poteri affidati alla famigerata polizia della morale. 

Riyadh e le riforme di facciata

Dall’Iran sciita alle monarchie sunnite del Golfo, la condizione resta sempre di inferiorità a dispetto delle tanto sbandierate riforme, soprattutto da Riyadh. Di recente il regno wahhabita ha cancellato l’obbligo del guardiano maschile per i pellegrinaggi alla Mecca e sancito la parità nel cosiddetto “prezzo del sangue”. In questi giorni i quotidiani rilanciano due storie che confermerebbero il grado crescente di emancipazione e libertà della donna nel mondo arabo, in contrapposizione alle repressioni di Teheran. Il portale GulfNews definisce una “pietra miliare” il traguardo raggiunto da Amal bint Faisal, prima fantina ad aver ricevuto la licenza per competere nelle corse dei cavalli “avendo superato l’esame di ammissione”. Il quotidiano saudita Arab News, di stampo conservatore, esalta l’apertura di un ristorante “per sole donne” a Gaza, grazie allo spirito imprenditoriale e alla forza di volontà di Reham Hamouda: “Era un sogno - afferma - ed è diventato realtà. L’attività garantisce indipendenza finanziaria per me e le altre lavoratrici del ristorante. Che sono ovviamente tutte donne”. La ristorazione, prosegue, rappresenta una “via accettabile” per l’emancipazione e al suo interno “entrano donne di ogni estrazione sociale ed età”. In un’ottica, sempre e comunque, di rigida separazione dei sessi perché possano “togliersi il velo… aspetto che le rende estremamente felici”. 

Cronache che non bastano a cancellare una realtà quotidiana resta segnata da repressioni, anche violente: ad agosto le autorità saudite hanno condannato a 34 anni “per un tweet” Salma al-Shehab, dottoranda a Leeds e tornata per una breve vacanza nel Paese di origine. La sua “colpa” è aver invocato ulteriori riforme e maggiori libertà e diritti. Abusi e violazioni che diventano vere e proprie umiliazioni quando si tratta di lavoratrici migranti provenienti dall’Asia del sud, dal sud-est asiatico o dall’Africa. In Kenya è virale il filmato di una connazionale, emigrata a Riyadh, costretta dalla famiglia che le ha offerto l’impiego ad allattare due cuccioli di cane. Nel video si avvertono in modo distinto i pianti e i lamenti della donna, disperata per la propria condizione. “Ha lasciato il marito e i figli in Kenya due mesi dopo il parto” sottolinea Francis Atwoli, segretario generale delle organizzazioni sindacali (Cotu). “Quando [la famiglia saudita] lo ha scoperto, il datore di lavoro le ha imposto di attaccare i cuccioli al seno”. “Le nostre ragazze - aggiunge il leader sindacale - sono soggette a schiavitù indiretta e la loro dignità viene calpestata”. E allargando il campo al resto del Medio oriente (e Nord Africa, Mena) la situazione non sembra migliorare: stime della Banca mondiale riportano che almeno il 35% delle donne ha subito violenza domestica, in Egitto il 62% degli uomini (e il 49% delle donne) sono favorevoli all’omicidio d’onore; in Libano il padre ha una autorità pressoché assoluta sulle figlie e, in caso di divorzio, la donna perde la custodia dei figli. 

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