Dal patriarcato maronita una nuova vocazione e identità alle mogli dei sacerdoti
In Libano la priima assemblea delle “khouriyètes”, appellativo affettuoso delle mogli dei preti sposati. Una “rivoluzione virtuosa” per la Chiesa maronita, promossa dai vescovi di Antelias e Batroun e sostenuta dal patriarca. Il messaggio di incoraggiamento dal card. Mario Grech: “Siate fedeli alla vostra vocazione”.
Beirut (AsiaNews) - Si chiamano Rita, Paulette, Nadia, Nour, Charlotte, Dounia, e sono tutte sposate con sacerdoti maroniti. Sono le “khouriyètes”, forma femminile della parola “khoury” (sacerdote), un appellativo affettuoso che portano da sempre. Il 16 maggio scorso hanno avuto la gioia di partecipare al primo incontro nazionale delle mogli dei preti della Chiesa maronita, che ha deciso di conferire loro un’identità ben precisa e di garantire che siano parte integrante del percorso sacerdotale dei loro mariti. In un messaggio all’assemblea il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi, ha sottolineato il duplice movimento che questa iniziativa incarna: la fedeltà alla tradizione orientale della Chiesa maronita e, contestualmente, l’apertura al posto e al ruolo preminenti che la donna deve svolgere nella società contemporanea.
L’incontro, una prima storica, è stato preparato e lanciato in modo congiunto dalla diocesi di Antelias, presieduta da mons. Antoine Bou Najem, e dal Comitato patriarcale di follow-up del Sinodo sulla sinodalità, presieduto da mons. Mounir Khairallah, vescovo di Batroun. L’iniziativa si è svolta all’insegna del tema “Vocazione e missione della ‘khouriyé’ nella Chiesa” e ha riunito 154 mogli di sacerdoti, presenti ad un evento definito un ”dono immenso” perché ha permesso di ottenere un riconoscimento comunitario e la garanzia di una formazione permanente.
“Tra i presenti vi era persino la moglie di un sacerdote il cui figlio è a sua volta un sacerdote sposato” racconta divertita Rita Abou-Mitri, 49 anni, coordinatrice del gruppo delle mogli dei sacerdoti della diocesi di Antelias. Questo organismo ha svolto un ruolo trainante nella realizzazione di questa prima assoluta a livello nazionale. “La più anziana festeggiava i suoi 50 anni di matrimonio, e la più giovane era sposata solo da una settimana!” Aggiunge ridendo. Il numero di “khouriyètes” in Libano “è più alto” di quello rappresentato oggi da questa assemblea, ammette Rita, la quale fa notare che “mancano ancora dati precisi al riguardo”.
L’importanza del ruolo dei sacerdoti maroniti nella società libanese non ha bisogno di essere sottolineata. Il loro matrimonio è parte integrante della tradizione della Chiesa locale ed è spesso considerato un elemento di stabilità. Al suo interno godono di uno status particolare: il loro stato di vita viene scelto prima dell’ordinazione. In quanto sacerdoti diocesani, non possono essere consacrati vescovi, né risposarsi dopo la morte della moglie. In Occidente, il defunto papa Francesco ha autorizzato la loro presenza e la loro ordinazione, a causa del flusso migratorio che spinge i cristiani fuori dal Medio oriente.
Rita, infermiera diplomata, e suo marito, Georges Abou-Mitri, parroco di San Michele a Beit Chaâr (Metn), hanno tre figli: due ragazzi di 15 e 18 anni e una bambina di 11 anni. Si sono conosciuti quando Georges si preparava al sacerdozio al seminario di Ghazir (Kesrouan). Il bagaglio universitario del marito comprende anche gestione alberghiera, accompagnamento spirituale e filosofia. Nessun sentimento di tradimento o di colpa mina la loro relazione: p. Georges, infatti, aveva fin da allora optato per il matrimonio, al termine di un processo di discernimento condotto con il suo direttore spirituale.
“Lasciare Dio per Dio”
Per questa coppia, le due vocazioni coniugale e sacerdotale, non sono in contraddizione. Una delle “regole d’oro” della loro vita comune è quella della flessibilità, che san Vincenzo de’ Paoli ha stabilito per le Figlie della Carità: “Ci sono alcune occasioni in cui non si può mantenere l’ordine delle attività della giornata […] la carità è al di sopra di tutte le regole […] Dio vi chiama a pregare e allo stesso tempo vi chiama verso quel povero malato. Questo si chiama lasciare Dio per Dio”.
“È una legge di libertà” commenta Rita. “Come ogni mamma, ci sono momenti - prosegue la donna - in cui devo interrompere la messa per occuparmi dei bambini; oppure assentarmi da una riunione se l’urgenza lo richiede. Al tempo stesso devo dar prova di grande moderazione nei rapporti con le varie commissioni sociali o caritative della parrocchia, le organizzazioni giovanili, la preparazione annuale alla Prima Comunione, i comitati delle donne, i rapporti con il mondo scolastico, ecc.”.
“È la nostra collaborazione che fa crescere la famiglia” riprende la khouriyète. In particolare la parola “collaborazione” per Rita significa che le due vocazioni si pensano e si vivono insieme e insieme formano una squadra pastorale senza che questa sintesi introduca una falsa gerarchia nella coppia. Vi è al fondo un equilibrio difficile [“challenging” lo definisce, ndr] da trovare nel servizio reciproco che viene reso. Ben sapendo oltretutto quanto sia prioritario che il sacerdozio di p. Georges sia fruttuoso, senza che il loro matrimonio finisca nella solitudine e nel superlavoro o, ancora, che i figli ne soffrano.
“Al contrario - sottolinea Rita - il nostro buon rapporto si riflette nelle relazioni di mio marito con i suoi parrocchiani. Se vi è tensione nell’aria, e capita, o se la stanchezza si nota troppo, questo crea problemi e loro se ne accorgono subito. D’altra parte, le nostre due famiglie danno la priorità al programma di Georges e riorganizzano i loro orari di conseguenza. Anche i bambini si adattano”.
Rita precisa comunque che, nella prima fase del suo matrimonio, per prendersi cura dei figli piccoli, ha dovuto rinunciare al suo contratto di lavoro in un grande ospedale di Beirut. In quegli anni si è dovuto fare affidamento sullo stipendio da insegnante del marito, che tiene lezioni di catechismo e svolge attività di accompagnamento spirituale in due scuole diverse. È anche consuetudine nelle parrocchie maronite che il sacerdote riceva uno stipendio. Ma tale importo non è unificato e dipende dalle risorse di ciascuna parrocchia. Nel migliore dei casi, il tetto massimo è di 600 dollari al mese.
Alcune parrocchie possono ridurre questo stipendio a una elemosina di soli 100 dollari al mese, ritenendo che il sacerdote possa garantire entrate grazie ai battesimi, ai matrimoni e ai funerali che celebra. Resta comunque il fatto che nella Chiesa maronita l’alloggio di un sacerdote è normalmente garantito dalla parrocchia, i suoi figli frequentano la scuola gratuitamente e lui dispone di un’assicurazione medica e ospedaliera coperta dalla sua diocesi, oltre che di un fondo pensione. “Che il sacerdote sia celibe o sposato non importa, purché non guardi indietro, prenda su di sé il giogo del servizio e segua Cristo con gioia” afferma mons. Paul Nahed, egli stesso sacerdote sposato, segretario generale del comitato patriarcale per il follow-up del sinodo sulla sinodalità.
Card. Grech: “Vera vocazione”
Accolte e accompagnate dal patriarca Beshara Raï, da mons. Mounir Khairallah, da mons. Antoine Bou Najem, vescovo di Antelias, e da mons. Paul Nahed, le partecipanti all’incontro hanno potuto ascoltare un videomessaggio del card. Mario Grech. Parole, quelle del segretario generale del Sinodo dei vescovi a Roma, che p. Nahed ha definito “sorprendentemente aperte”.
“Il vostro invito - ha detto il card. Grech - sebbene sorprendente, mi ha permesso di apprezzare il valore del cammino che la vostra Chiesa sta intraprendendo per garantire questa fedeltà alla propria tradizione (…) Dato che la tradizione delle Chiese orientali ha, da sempre, sottolineato l’importanza del clero sposato, è essenziale, nell’epoca attuale e di fronte ai crescenti mutamenti socioculturali, considerare che le donne occupino un ruolo più adeguato alle loro immense capacità”. E tale ruolo, ha proseguito il porporato, “deve poter accompagnare pienamente il percorso sacerdotale, fino a diventarne parte integrante e non secondaria”.
Rivolgendosi direttamente alle mogli presenti all'incontro, il card. Grech ha aggiunto: “Siate fedeli alla vostra vocazione. Si tratta infatti di una vera e propria vocazione. Vivete al fianco dei vostri mariti come sacerdoti, offrendo loro le vostre capacità e la vostra intelligenza, e soprattutto la vostra fede, la vostra speranza e il vostro amore. Quell’amore che trae la sua forza dal meraviglioso dono che Dio vi ha fatto: diventare madri all’interno della comunità ecclesiale”.
Dividendosi in piccoli gruppi, le donne presenti hanno sperimentato il “colloquio nello Spirito”, momento di condivisione e di ascolto di ciò che lo Spirito Santo, attraverso la comunità dei credenti, dice alla Chiesa. Infine, esse hanno anche potuto conversare con il patriarca Raï, che ha pazientemente risposto alle innumerevoli domande riguardanti gli aspetti pratici della loro situazione, in particolare la vedovanza. Un comitato si occuperà del seguito di questo incontro e di un programma di formazione biblica e pastorale. Per Rita Abou-Mitri “lo spirito di ascolto, di discernimento e di partecipazione ha dominato la giornata, riflettendo - conclude - un’atmosfera spirituale in cui le partecipanti hanno visto una Pentecoste”.
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