Fortify Rights: 'Abusi e trattamenti disumani per i Rohingya in Malaysia'
In un nuovo rapporto la denuncia dell'ong sulla condizione dei profughi della popolazione islamica esule dallo Stato Rakhine in Myanmar. Oltre 5mila si trovano nei Centri di detenzione per migranti. Non avendo mai ratificato la Convenzione sui rifugiati Kuala Lumpur non riconosce formalmente il loro status.
Kuala Lumpur (AsiaNews) - Una nuova inchiesta indipendente evidenzia la difficile situazione dei Rohingya in Malaysia. Di fede islamica e anche per questo perseguitati in Myanmar, dove dal 2017 sono sottoposti a una persecuzione riconosciuta come “genocidio”, negli anni sono arrivati a migliaia via mare fino sulle coste malaysiane dallo stato Rakhine o dai campi profughi in Bangladesh dopo traversate costellate di violenze e vittime in buona parte ignote. Nel Paese di presunta accoglienza, tuttavia, all’apertura per comunanza di fede e opportunità diplomatica corrisponde un trattamento che oscilla fra lo sfruttamento in varie attività lavorative e la sostanziale detenzione a tempo indefinito nei centri di accoglienza.
Le prove raccolte da Fortify Rights direttamente nei campi profughi evidenziano come molti Rohingya vivano - a volte per anni - in condizioni disumane o degradanti senza possibilità di ricorso legale o accesso al controllo giurisdizionale. Il nuovo schema di registrazione dei rifugiati affidato da gennaio dalla Direzione per la Protezione dei Rifugiati del ministero dell’Interno in sostituzione di quello dell’Agenzia Onu per i Rifugiati, dovrebbe - sottolinea l’organizzazione - puntare anzitutto a mettere fine alla criminalizzazione dei Rohingya e di altri profughi per “ingresso illegale”, riconoscere la persecuzione in corso in Myanmar e garantire il rilascio immediato dalla detenzione.
“Il sistema di detenzione per immigrati della Malesia è tristemente noto per essere uno dei più inefficienti e iniqui al mondo. Molti detenuti sono trattenuti in condizioni orribili”, sottolinea Yap Lay Sheng, specialista senior per i diritti umani presso Fortify Rights. “A causa della loro condizione di apolidi creata artificialmente, i Rohingya possono essere detenuti a tempo indeterminato in un limbo legale, sottoposti ad anni di gravi abusi e trattamenti disumani”.
Secondo le ultime statistiche governative, peraltro contestate per difetto dalla Commissione nazionale per i diritti umani della Malaysia, i Centri di detenzione per migranti (IDC) a livello nazionale sono al limite della capacità. Attualmente ospitano oltre 21mila migranti e rifugiati, solo poche centinaia in meno rispetto al limite dichiarato dal governo di 21.530. Sul totale, le persone provenienti dal Myanmar costituiscono il gruppo più numeroso, con 8.884, tra cui 5.102 Rohingya.
Poiché il Paese non ha ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951, le autorità non riconoscono formalmente lo status giuridico di rifugiati rilasciato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Tuttavia, nonostante la mancanza di una ratifica formale della Convenzione e di altri trattati di tutela di chi fugge da condizioni di persecuzione - sottolinea Fortify Rights - la Malaysia è comunque vincolata dagli obblighi internazionali in materia di diritti umani che vietano l'arresto arbitrario, la detenzione a tempo indeterminato e il respingimento di individui verso Paesi in cui potrebbero subire persecuzioni, violenze o altri gravi danni.
La Direzione per la Protezione dei Rifugiati dovrebbe quindi puntare all'immediato rilascio dei rifugiati detenuti e porre fine alla loro criminalizzazione per il solo fatto di cercare protezione, perché - sottolinea il rapporto - “i diffusi abusi e le violazioni dei diritti dei rifugiati legittimi nel Paese sono una diretta conseguenza della riluttanza della Malaysia a firmare e rispettare la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati, che stabilisce chiare linee guida sul riconoscimento e la protezione dei rifugiati”, conferma ancora Yap Lay Sheng. “Anziché intervenire su un sistema di gestione dei migranti già afflitto da abusi, la Malaysia dovrebbe rispettare gli standard giuridici internazionali e conformarsi alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati”.
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