03/10/2017, 12.24
RUSSIA-UZBEKISTAN-VATICANO
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Il Patriarca russo in Uzbekistan, simbolo di convivenza islamo-cristiana

di Vladimir Rozanskij

Consacrata la nuova cattedrale ortodossa a Tashkent. A Samarcanda il patriarca ha visitato la tomba del profeta Daniele, venerata da cristiani e musulmani. Nel Paese convivono 2239 comunità religiose di 16 confessioni diverse, con almeno 50 chiese ortodosse. Lukashenko propone un nuovo incontro fra papa Francesco e Kirill a Minsk.

Mosca (AsiaNews) - Si è conclusa il 1° ottobre la visita ufficiale del patriarca ortodosso di Mosca Kirill (Gundjaev) in Uzbekistan, compiuta per celebrare i 145 anni dell’istituzione della eparchia ortodossa di Taškent, capoluogo della nazione più popolosa dell’Asia Centrale. I russi hanno rapporti stretti con le popolazioni turco-mongole di questi Paesi, che da dominatori ai tempi delle conquiste tatare, furono dominati dai russi nel XIX secolo e nel periodo sovietico, con l’Uzbekistan essendo una delle 15 repubbliche dell’Urss.

La minoranza russa, con quasi 2 milioni di abitanti su 27 di popolazione, è la più importante dopo gli stessi uzbeki, e affianca una ventina di altre etnie di doverse provenienze. È una fetta importante di quel “mondo russo” di cui il patriarcato di Mosca è responsabile pastoralmente al di fuori dei propri confini, e che in gran parte si trova proprio nelle repubbliche ex-sovietiche, dove era stata condotta un’intensa politica di russificazione. Alla cerimonia ufficiale tenutasi nel palazzo Turkiston di Taškent, il capo della Chiesa russa ha incontrato la vedova del presidente Islom Karimov, che ha guidato il Paese dalla fine dell’Unione Sovietica fino alla sua morte giusto un anno fa, e il suo successore Shavkat Mirziyoyev, eletto lo scorso dicembre dopo essere stato a lungo primo ministro e principale collaboratore di Karimov.

Il giorno precedente, visitando la storica città di Samarcanda, il patriarca si era inchinato sulle reliquie del profeta Daniele, situate in un mausoleo cittadino e venerato da cristiani e musulmani. Secondo la tradizione locale, il profeta avrebbe ispirato il predicatore Kusama ibn Abbas, protagonista della conversione della città all’Islam.

Buone relazioni fra ortodossi e musulmani

Durante la visita, Kirill ha lodato le ottime relazioni tra gli ortodossi locali e la maggioranza musulmana, invitando i cittadini del Paese a custodire la pace nei rapporti interreligiosi ed essere così un esempio per tutti. “Questa capacità di accoglienza reciproca non è facile da mantenere” – ha ricordato il patriarca durante la consacrazione della nuova cattedrale di Taškent – “in molti Paesi ci sono conflitti sanguinosi tra le religioni, che rendono assai complicata la convivenza nella società… Per questo dobbiamo avere particolarmente a cuore la coesione sociale e interreligiosa di un Paese dove s’impara a collaborare gli uni con gli altri”.

Secondo i dati governativi, in Uzbekistan sono registrate 2239 comunità religiose di 16 confessioni diverse, tra cui una cinquantina di chiese ortodosse.

Kirill ha riconosciuto che tale condizione favorevole non sarebbe possibile senza il fattivo sostegno delle istituzioni politiche, che garantiscono le pari opportunità a tutte le confessioni, agli ortodossi come ai musulmani. Questo fa sì che i cittadini russi, ucraini e bielorussi dell’Uzbekistan non soltanto partecipano attivamente alla vita della società, ma sono anche degli ortodossi esemplari, che mostrano il volto evangelico e dialogante della fede cristiana.  Allo stesso tempo, davanti ai rappresentanti delle istituzioni uzbeke, il patriarca ha tenuto a precisare che la Chiesa ortodossa non ha alcuna pretesa d’ingerenza nella vita politica di qualunque Paese: “La testimonianza di fede della nostra Chiesa - ha detto - non è mai stata strumento di pressione o diffusione della nostra influenza tra la gente… Se confrontiamo la missione ortodossa con quella di alcune confessioni occidentali, che spesso è stata accompagnata dalla violenza, dall’oppressione e dal perseguimento di scopi politici, la nostra fede invece non ha mai cercato di affermarsi su nessuno, neanche sui propri fedeli”.

Nella testimonianza ortodossa non ci devono essere secondi fini, che “si scoprirebbero subito” e sarebbero in contraddizione con il Vangelo. La Chiesa russa cerca solo di assistere i propri fedeli, anche se “non è una comunità nazionale, né un ordine politico o il rappresentante di un altro Stato”. In essa c’è posto per chiunque, ha sostenuto il patriarca, ed è pronta alla collaborazione con qualunque Stato e con le sue istituzioni. Le parole di Kirill sembravano essere rivolte anche ad altri Paesi, in particolare l’Ucraina del “nemico” Poroshenko, con cui è da tempo in corso uno scambio di accuse reciproche d’ingerenza che avvelena ancora di più il conflitto tra i due Paesi slavi orientali.

La proposta di Lukašenko

Nel frattempo, proprio mentre era in corso la visita di Kirill in Asia centrale, il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko, capo del terzo “paese fratello” ortodosso, ha dichiarato di seguire con attenzione il processo di dialogo e collaborazione tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica. Intervenendo alla Plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE), riunito in questi giorni a Minsk, Lukašenko ha ricordato l’incontro di Cuba del 2016 tra Kirill e Francesco, augurandosi che si renda possibile una ripetizione di tale incontro non così lontano, anzi magari proprio a Minsk. In Bielorussia infatti la collaborazione tra ortodossi e cattolici è molto fruttuosa; la Chiesa cattolica conta quasi 2 milioni di fedeli sui 10 milioni di abitanti, per oltre la metà ortodossi. Per il presidente, la Bielorussia è “il Paese ideale per discutere i problemi dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud e di tutto il pianeta”.

La Santa Sede non ha commentato la proposta di Lukašenko, ma alcuni esponenti ortodossi si sono dichiarati d’accordo con il presidente. Anche il conflitto russo-ucraino ha trovato nella capitale della Russia bianca il luogo della mediazione, con quegli “accordi di Minsk” che hanno finora fermato la degenerazione degli scontri, e da cui tutti si augurano si possa ripartire per giungere finalmente alla pace.

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