05/01/2026, 08.29
BIELORUSSIA
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Il dissidente Beljatskij: 'Le mie prigioni a Minsk'

di Vladimir Rozanskij

Il fondatore del centro per i diritti umani Vjasna, liberato nelle scorse settimane insieme ad altri 100 prigionieri politici bielorussi, racconta dall'esilio in Lituania a radio Svoboda i suoi quattro anni di carcerazione per le proteste contro i brogli elettorali di Lukašenko. Premio Nobel per la pace 2022, ricorda gli altri mille ancora dietro le sbarre "in un circolo infernale senza fine".

Minsk (AsiaNews) - Grazie alle trattative con gli emissari di Donald Trump, il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko ha liberato a dicembre oltre 100 prigionieri politici, tra cui alcuni leader delle proteste del 2020, come la popolarissima Maria Kolesnikova e lo storico vice-presidente della Fondazione internazionale per i diritti umani, Ales Beljatskij, arrestato una prima volta già nel 2011 e poi nel 2021, venendo insignito nel 2022 del premio Nobel per la pace. Emigrato in Lituania dopo la liberazione, egli ha concesso un’intervista a Radio Svoboda alcuni giorni dopo aver lasciato la prigione.

Fondatore del centro per i diritti umani Vjasna, è diventato una delle principali figure-simbolo delle repressioni dopo le proteste per l’elezione “truccata” di Lukašenko nel 2020, al potere dal 1994, decano delle dittature post-sovietiche. Come egli racconta, all’inizio delle repressioni “abbiamo pensato di lasciare la Bielorussia, ma io sentivo che come responsabile della mia organizzazione non era giusto fuggire, i nostri volontari finivano in prigione, perseguitavano i nostri colleghi, e ho deciso di rimanere e condividere anche questa sofferenza”. Il 63enne dissidente racconta di aver vissuto questi quattro anni e mezzo dietro le sbarre, come “prosecuzione di un impegno preso per tutta la vita”.

Il primo arresto del 2011, con accuse artificiose di malversazioni, lo aveva preparato alle future persecuzioni, e quando si è ritrovato nella cella d’isolamento a Minsk ha avuto “la netta impressione di un dejà vu”, anche se non si aspettava un periodo così lungo, avendo ricevuto una condanna a dieci anni. Egli spiega che le condanne sono state ulteriormente condizionate dall’inizio della guerra russa in Ucraina nel 2022, sostenuta dalla Bielorussia con accesso alle forze armate di Mosca e ulteriori pressioni sui dissidenti, “siamo diventati degli ostaggi militari, più che semplici prigionieri politici”.

Beljatskij racconta che gli arresti erano comunque attesi, e il gruppo degli attivisti si era preparato a far continuare il proprio lavoro anche senza i dirigenti in galera. Alcuni giovani membri erano usciti dalla Bielorussia, aprendo subito un ufficio a Vilnius, la capitale della Lituania, documentando le repressioni e raccontando la vita dei propri amici nei lager. La situazione nel Paese “è diventata simile agli anni del terrore staliniano, con la persecuzione dell’intelligentsija bielorussa negli anni ’20-’30, la storia si ripete”. In cella egli si è dedicato a studiare le carte del suo processo, quando gli è stato comunicato del conferimento del premio Nobel per la pace insieme al gruppo russo Memorial e al Centro ucraino per le libertà civili, “sono rimasto scioccato, non me l’aspettavo, ma ho capito subito che non era una onorificenza personale”.

I compagni di cella hanno accolto la notizia con grande rispetto, “pensate a quelli che guardano la televisione dove si discute se dare il premio Nobel a Donald Trump, e accanto a loro sulle panche della prigione sta seduto proprio uno a cui l’hanno dato: era una situazione veramente surreale”. I dirigenti della prigione non hanno invece mostrato grande entusiasmo, ordinando subito una perquisizione della cella di Beljatskij e delle persone più legate a lui, con una serie di punizioni disciplinari senza alcun fondamento, per le scarpe poco pulite o il saluto poco evidente ai carcerieri.

Con la liberazione a Beljatskij sono stati confiscati quasi tutti gli effetti personali, tra cui il diario e le lettere, oltre 300 pagine di riflessioni e memorie, tutte andate distrutte. La detenzione “era veramente disumana, non per le violenze fisiche, ma per l’eredità del sistema sovietico, pensato apposta per annientare la coscienza delle persone”. Egli ricorda che oltre mille prigionieri politici sono ancora dietro le sbarre, “in questo sistema se ne arrestano tanti quanti ne vengono liberati, è un circolo infernale senza fine”.

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