20/05/2024, 16.14
IRAN
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Il dopo Raisi e la sfida ai conservatori a Teheran

Proprio pochi giorni fa l'ex presidente Rouhani era tornato a criticare duramente l'esclusione dei riformisti dalle elezioni, ponendo in questione la "rappresentatività" delle istituzioni della Repubblica islamica. Solo l'8% degli elettori nella capitale ha votato al ballottaggio per l'elezione dei nuovi deputati. Ora - dopo la morte di Raisi nell'incidente aereo - la questione si riaprirà con il nuovo voto presidenziale che secondo la Costituzione va indetto entro 50 giorni.

Teheran (AsiaNews/Agenzie) - La morte improvvisa del presidente iraniano Ebrahim Raisi nello schianto del suo elicottero ieri pomeriggio mentre insieme al ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian stava rientrando dall'Azerbaigian, è destinata a riaprire lo scontro politico nella Repubblica islamica. Una nuova partita che si profila a pochi mesi di distanza dall'ultimo voto, in cui l’elettorato a Teheran aveva appena espresso il proprio malcontento rispetto alla linea impressa dai conservatori, utilizzando l’unico strumento a propria disposizione: l’astensione.

Appena pochi giorni fa, in una rara lettera aperta, l'ex presidente iraniano Hassan Rouhani - in carica dal 2013 al 2021 - aveva criticato apertamente il Consiglio dei Guardiani, dominato dai conservatori, per averlo ritenuto inadatto a difendere il suo seggio nelle elezioni dell’Assemblea degli esperti, tenutesi lo scorso 1 marzo. Eletti per un mandato di otto anni, gli 88 membri del Consiglio nomineranno verosimilmente il successore dell'85enne Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, l’autorità a cui ogni istituzione nella Repubblica islamica deve sottostare. Inoltre, difendendo i risultati della propria amministrazione, il moderato Rouhani aveva indirettamente attaccato proprio Raisi per aver fatto naufragare le trattative per il rinnovo dell'accordo sul nucleare del 2015 e - conseguentemente - non aver risolto il problema delle sanzioni occidentali.

Con un riferimento implicito anche all’ex speaker del Parlamento Ali Larijani, suo alleato - a cui nel 2021 fu impedito di sfidare Raisi nella corsa alla presidenza - nella sua lettera Rouhani scrive che l’esclusione di “personalità che hanno riscosso il voto popolare in precedenti elezioni” solleverebbe “dubbi sulla reale natura repubblicana" della Repubblica islamica. Del resto, nel voto che tre anni fa portò alla presidenza Raisi l’affluenza si fermò al 48%, di gran lunga la più bassa mai registrata nelle elezioni presidenziali. E il 10 maggio scorso, nel ballottaggio per l’assegnazione degli ultimi seggi del parlamento rinnovato con candidature praticamente solo del fronte conservatore, a Teheran appena l’8% degli aventi diritto sarebbero andati a votare.   

Queste tesi di Rouhani - rilanciate nei giorni scorsi da alcuni quotidiani riformisti - sono state duramente stigmatizzate da quelli più vicini ai Pasdaran, che accusano ormai l’ex presidente di essere “un membro dell’opposizione iraniana” (il cartello di formazioni che criticano dall’esilio il regime degli ayatollah).

Ora l’uscita di scena di Raisi riapre i giochi sugli equilibri di potere a Teheran e sulla corsa alla successione di Khamenei. Al di là dell’interim affidato al primo vice-presidente Mohammad Mokhber, la Costituzione iraniana prescrive, infatti, che vengano convocate elezioni presidenziali entro 50 giorni. Già nelle prossime settimane, dunque, si porrà di nuovo la questione del veto sulle candidature.

Nel fronte riformista, oltre a Larijani, il candidato probabilmente più popolare sarebbe l’ex ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, che alla fine nel 2021 aveva rinunciato a presentarsi. Sul fronte conservatore, invece, accanto a quello di Mokhber, i nomi oggi più accreditati sono quelli del presidente uscente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf (già in corsa in passato per la presidenza, ma poi sconfitto sia da Mahmoud Ahmadinejad nel 2005 sia da Rouhani nel 2013) e dell’attuale sindaco di Teheran, Alireza Zakani.

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