15/10/2022, 10.00
MONDO RUSSO
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Il 'gopnik' Putin e la russofobia dei russi

di Stefano Caprio

Il grande scrittore russo Viktor Erofeev ha accostato il presidente - con i suoi risentimenti e le manie belliche - ai "banditi di strada" che intendono riprendersi il mondo e vendicarsi di tutte le umiliazioni subite. La “russofobia” è una delle principali motivazioni della guerra di Putin, ma il problema è che non si tratta di un sentimento solo degli avversari, quanto una parte della stessa “anima russa”. 

Uno dei più importanti scrittori russi viventi, Viktor Erofeev, in un’intervista alla Novaja Gazeta ha dato una definizione illuminante del presidente russo e delle sue manie belliche: “Putin è un gopnik [bandito di strada], e si è messo a fare la guerra perché si annoiava”. Il termine, impossibile da tradurre con precisione, era molto usato ai tempi sovietici, come derivazione della sigla GOP che indicava la “Associazione cittadina dei bambini abbandonati” (Gorodskoe Obščestvo Prizora), o anche di un’altra per “Ostello cittadino del proletariato” (Gorodskoe Obščežitie Proletariata), entrambe riferite a quella parte della popolazione senza fissa dimora, formata per lo più da bambini e da adolescenti, che imperversavano per le strade di tante città, soprattutto nelle repubbliche più periferiche dell’impero, e che dovevano essere in qualche modo tenuti sotto controllo.

I gopniki rappresentavano anche una contro-cultura informale, refrattaria alle liturgie ideologiche, ai margini della società e con estrema e violenta propensione a cercare compensazioni materiali e affermazioni della propria identità, rifiutando i valori morali ufficiali. Spesso si trattava di persone provenienti da famiglie scombinate e poco accoglienti, che erano anche il frutto di una politica statale che pretendeva di sottrarre alle famiglie naturali i compiti educativi, salvo poi non essere in grado di occuparsi seriamente di tutti i cittadini, lasciando spazio al privilegio dei potenti secondo le gerarchie di partito.

Già Dostoevskij aveva descritto nel romanzo L’Adolescente una dimensione molto presente nella coscienza dei russi, la voglia repressa di realizzare “grandi idee” e di gettare in faccia al mondo tutti i propri rancori. Erofeev rappresenta in realtà la tradizione opposta a quella slavofila di Dostoevskij, la linea “occidentalista” dei russi che non credono alla specificità della cultura e dell’anima russa, e sferzano i propri connazionali mettendone a nudo le carenze di fondamenta ideali e coerenza etica. Il settantacinquenne Erofeev appartiene all’ultima generazione di scrittori dissidenti anti-sovietici, ed è uno dei capofila di quelli “postmoderni” dell’ultimo trentennio, insieme a Vladimir Sorokin e Viktor Pelevin, il trio dei “nemici del popolo” sempre più osteggiati negli anni putiniani.

Amico di Gorbačev e del politico Boris Nemtsov, ucciso dieci anni fa dai killer ceceni di putiniana obbedienza, Erofeev racconta che quest’ultimo si era più volte lamentato con lui, dopo che era stato il delfino politico di Eltsyn, raccontando di essere profondamente pentito per aver lasciato che venisse consegnato il potere nelle mani di un personaggio come Putin, che “rappresenta il peggio dell’eredità sovietica”. In effetti l’ex-capo del Kgb/Fsb, chiamato a fine ’99 per contrastare i ribelli ceceni (la guerra che ha anticipato quella attuale in Ucraina), aveva cercato nel primo decennio del suo regno di mostrarsi moderatamente liberale, pur nell’accentramento del potere oligarchico, cercando di stabilizzare la Russia in uno stato di relativo benessere, pagando i debiti e cercando accordi con l’Occidente e il mondo intero.

Dopo il 2008, quando ormai il Paese sembrava aver raggiunto il livello di equilibrio cercato, è apparso sempre più il vero volto di Putin, quello appunto del gopnik, dello squilibrato che intende “riprendersi il mondo” e vendicarsi di tutte le umiliazioni subite. E purtroppo il consenso plebiscitario che lo circonda da sempre non è soltanto il frutto di repressioni, propaganda e manipolazioni, pur evidenti: “la Russia è uno Stato illegale”, afferma Erofeev, “con finti parlamenti, finti governi e finte magistrature”. Gran parte della popolazione ha ereditato il rancore dei gopniki sovietici, la voglia di “fargliela pagare” agli americani e agli europei, prima con il consumo sfrenato dei loro beni materiali (i “nuovi russi”, faccendieri e turisti senza freni), e ora con la distruzione spietata e la rivendicazione grottesca di “valori superiori”, quando tutti sanno che l’immoralità è il vero stile di vita dei russi arricchiti e possidenti, come gli opričniki [guardie imperiali] di Sorokin.

Erofeev chiama Putin anche lo “zar-patsan”, usando un altro termine per indicare gli adolescenti immaturi e incontrollabili, che per estensione si applica a tutti i russi che dalla “madre sovietica” non hanno imparato ad accettare la realtà. Paradossalmente, si è persa la parte migliore dell’utopia comunista: l’ideologia, la grande illusione di guidare il mondo alla rivoluzione socialista, il sistema dello Stato sociale, perfino la potenza militare che sfidava e imponeva gli equilibri della guerra fredda. Come ragazzini cresciuti senza più ideali e punti di riferimento, i russi oggi appoggiano in massa la guerra di Putin, al netto dell’indifferenza, della rassegnazione o della dissidenza, perché sono mossi dall’istinto distruttivo del “tanto peggio, tanto meglio” dei sudditi insofferenti e annoiati, una “psicologia da schiavi degradati” secondo lo scrittore.

“Per Putin non è importante con chi fare la guerra, lui non combatte contro l’Ucraina, ma solo perché si annoia mortalmente, e questo definisce la sua autocoscienza: guardate l’espressione tetra del suo volto, si anima solo quando prende in mano una pistola, un pochino anche quando monta a cavallo… è in cerca di adrenalina, non gli serve né l’Unione Sovietica né l’impero, si sfoga sui vicini perché è l’unica possibilità che ha” – spiega Erofeev – “a gennaio aveva mandato le truppe in Kazakistan, ma il compagno Xi lo ha obbligato a fare subito marcia indietro, e allora se l’è presa con quelli alla sua sinistra”.

Le descrizioni di Erofeev sono sarcastiche e paradossali, come del resto tutta la sua letteratura, che gli ha procurato molte noie sia prima che dopo la caduta del Muro. Nel 1979 era stato uno dei fondatori dell’almanacco alternativo “Metropol”, messo all’indice dal regime, e vent’anni dopo, nel 1999, ha scritto una “Enciclopedia dell’anima russa”, che ha suscitato indignate reazioni e accuse di “russofobia”, con strascichi giudiziari e roghi pubblici del libro. In esso egli si scagliava, per bocca di uno dei protagonisti del romanzo, contro i suoi stessi connazionali: “i russi vanno bastonati e fucilati, bisogna spiaccicarli sul muro, altrimenti smettono di essere russi: i russi sono una nazione vergognosa”.

Proprio la “russofobia” è una delle principali motivazioni della guerra di Putin, ma il problema è che non si tratta di un sentimento proprio degli avversari, quanto una parte della stessa “anima russa”; il non sentirsi a proprio agio con se stessi, il non sopportare di essere “normali” come tutti gli altri, la voglia di autodistruggersi. Non si spiegano altrimenti i bombardamenti a casaccio degli ultimi giorni sul centro di Kiev, “madre di tutte le città russe”, se non con la necessità di far tacere la rabbia interiore contro le proprie contraddizioni. Alla domanda se pensa che Putin userà le armi atomiche, Erofeev risponde che “lo farà sicuramente, soprattutto se l’Ucraina continuerà ad attaccare i territori da poco annessi, ma in realtà lui punta a questo esito fin dall’inizio della guerra, con i miei amici ne parliamo da marzo”.

Gli amici dello scrittore sono intellettuali e giornalisti russi, polacchi e francesi, che commentano la sua ultima opera sul “Viaggio da Mosca a Berlino”, che fa il verso al famoso “Viaggio da Pietroburgo a Mosca” di uno dei pochi grandi scrittori liberali della storia russa, Aleksandr Radiščev, che a fine Settecento raccontava la miserabile condizione dei servi della gleba nelle campagne russe. Erofeev dice che avrebbe voluto chiamare il libro “Fuga dall’obitorio”, perché ormai “la Russia è un cadavere, da cui scappano gli scarafaggi, c’è solo da meravigliarsi che sia sopravvissuta tutto questo tempo”. A suo parere non c’è un futuro per il dopo-Putin, “ci vorrebbe un miracolo che fa resuscitare il morto, magari un nuovo Pietro il Grande che fonda uno Stato completamente nuovo”.

Le cupe previsioni di Erofeev, per fortuna, non si basano su analisi politico-militari, ma sul suo “occidentalismo russofobico” che non gli impedisce di affermare di “voler tornare presto in Russia, lì ho ancora tanti amici, e non vorrei perdermi il miracolo, se mai avvenisse”. Molti intellettuali condividono comunque le sue opinioni sulla pochezza morale della classe putiniana, con tutti i disastri che ha provocato, come anche i membri della disciolta associazione umanitaria Memorial, appena premiata con il Nobel per la pace, che per bocca di uno dei suoi rappresentanti, Oleg Orlov, parlano della “mutazione della Russia” iniziata con la guerra cecena e compiuta ormai con la guerra ucraina: “non si tratta solo di guerre coloniali interne della Russia post-sovietica, è una mutazione che ha portato al regime attuale, che non ha più nulla a che vedere con la vera Russia”.

Quella Russia che fa parte dell’anima universale, la letteratura, la musica, l’arte e la stessa religione ortodossa, rappresentata a sua volta da patriarchi e metropoliti “mutanti”, oggi non esiste più. Resta solo la speranza nel miracolo della resurrezione, pregando di non morire sepolti nell’obitorio di Putin.

 

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