21/01/2023, 10.30
MONDO RUSSO
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Il lavacro russo della gelida Apocalisse

di Stefano Caprio

Nella festa del Battesimo di Gesù - appena celebrata nel calendario ortodosso - il bagno nell’acqua del kupel con l’apertura a croce sul ghiaccio dei laghi è un rito quasi esclusivo dei russi: se si sopravvive alla triplice immersione nell’acqua della gelida morte, allora si potrà sperare davvero in una vita nuova.

Con la festa del Battesimo del Signore, che secondo il calendario ortodosso si celebra il 19 gennaio, anche la Russia ha concluso l’itinerario liturgico natalizio, preparandosi ad affrontare la parte più rigida dell’inverno. I Kreščenskye Morozi, le “gelate del Battesimo”, sono la porta che si spalanca sull’ignoto, in quanto il freddo potrebbe rivelarsi così intenso da impedire l’arrivo della primavera, e il rinascere della vita. In molte regioni della Russia e dell’Asia centrale, in effetti, questi giorni stanno segnando temperature record in negativo, con medie di 20 gradi sotto lo zero e picchi sotto i 40, creando enormi problemi di approvvigionamento ed efficienza energetica a grandi masse di persone.

Le condizioni atmosferiche, pur con tutti gli imprevisti dei cambiamenti climatici, mantengono alte le motivazioni che fanno del Battesimo quasi la più grande festa della devozione ortodossa russa, superiore perfino ai riti pasquali. Il bagno nell’acqua gelata, nel kupel (fonte battesimale) con l’apertura a croce sul ghiaccio dei laghi, è un rito quasi esclusivo dei russi, rievocando certo tante tradizioni paganeggianti e apotropaiche, ma mantenendo una sua dimensione di “spiritualità apocalittica”: se si sopravvive alla triplice immersione nell’acqua della gelida morte, allora si potrà sperare davvero in una vita nuova.

Se nella Pasqua russa in pochi assistono alle lunghe liturgie, ma moltissimi fanno la fila intorno alle chiese per benedire uova e dolciumi, al Battesimo russo la meta del pellegrinaggio non è neppure la chiesa, ma il kupel nei boschi. Secondo i dati del ministero degli Interni, sono state allestite quest’anno quasi diecimila “manifestazioni battesimali” all’aperto, dove si sono immerse un milione e mezzo di persone. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha tranquillizzato la popolazione assicurando che il presidente Putin si è immerso “in provincia di Mosca, secondo la sua tradizione”, anche se qualche perplessità è rimasta per l’assenza di video e foto del leader nel ghiaccio, che negli anni passati attestavano l’integrità fisica e morale dello zar. Il perfido Zelenskyj ne ha approfittato per dileggiare il suo rivale russo, parlando al gotha politico e finanziario di Davos, per dire che “non sono neanche sicuro che Putin sia vivo”.

In passato il bagno putiniano ha sollevato in effetti diverse domande, in quanto le mosse del capo sembravano a volte incoerenti e diversificate, in particolare nelle incertezze sul segno della croce, una volta addirittura fatto alla maniera latina. Del resto le supposizioni sui tanti sosia del presidente si sono moltiplicate negli anni del Covid, quando le poche uscite di Putin dal bunker fuori Mosca suggerivano l’uso degli “avatar” per evitare rischi d’infezione. Ora il Battesimo inaugura la stagione della possibile “fine del regime”, per i grandi rischi delle operazioni militari e degli scontri politici neanche tanto sotterranei intorno al Cremlino. Già la liturgia del Natale ha mostrato la solitudine del capo in corpetto antiproiettile e sguardo da funerale nella cappella dell’Annunciazione del Cremlino, facendo pensare che ormai “Putin riesce a parlare solo con Dio”, secondo l’espressione di Leonid Gozman su Novaja Gazeta.

Le apparizioni pubbliche del leader, al netto delle possibili sostituzioni, sono divenute via via più grottesche, con le conferenze stampa (ormai sempre più rare) in cui i giornalisti stanno a “tre fermate di tram di distanza”, secondo un’espressione diffusa, i tavoli lunghi un chilometro, gli auguri di buon anno sullo sfondo di soldati immobili (forse un video-montaggio). Già alcuni anni fa lo scrittore satirico Vladimir Vojnovič, morto nel 2018, presupponeva che “Putin sia già stato assunto in cielo, e da lì comunica con il popolo a lui affidato”. Altri lo considerano l’incarnazione dei romanzi di Gabriel Garcia Marquez, come “L’autunno del patriarca” o “Cent’anni di solitudine”. La sua permanenza nel “bunker” è diventata una sigla abituale durante la pandemia, e la guerra in corso ha ulteriormente rafforzato questa similitudine con l’ultimo Hitler, o ancor di più con la condotta tremebonda di Stalin durante l’invasione nazista.

Le tante supposizioni sulla sua salute cagionevole, o la morte con successiva trasfigurazione, o la possibile degradazione psichica, non aiutano certo a comprendere che futuro attende la Russia, al di là delle sensazioni rovinose. Il superamento del gelo già si prevede come una grandiosa nuova mobilitazione bellica della popolazione, anche solo estendendo la leva militare obbligatoria ad almeno la metà dei maschi adulti che non sono ancora fuggiti dal Paese. Il terrore di Putin si trasmette a tutti i russi, al punto da creare una consapevolezza della fine imminente, ribadendo in discorsi ed esortazioni che il vero scopo della vita è “morire per la Patria”. Un messaggio apocalittico ribadito, del resto, anche nelle omelie dei gerarchi ortodossi.

Il patriarca Kirill ha ribadito questa prospettiva “finale” durante la celebrazione del Battesimo del Signore, nella liturgia da lui presieduta non nella grande cattedrale del Salvatore, ma nella più piccola chiesa dell’Epifania a Elokhovo, in un quartiere meno centrale di Mosca, che fungeva da sede patriarcale ai tempi sovietici. Egli ha proclamato che “il Signore è apparso nel mondo per rinnovare la coscienza degli uomini, aiutandoli a formare un nuovo sistema di valori, morali e spirituali, grazie al quale l’umanità ha raggiunto grandi obiettivi”. Questo percorso non è stato “progressivo”, ma pieno di ostacoli da superare, ma “noi qui oggi, nella Mosca del XXI secolo, sentiamo la forza della grazia divina”. Senza l’energia divina “l’umanità non esisterebbe più da tempo”, ammonisce il patriarca, “e oggi noi sappiamo che vi sono nuove minacce al mondo e al nostro Paese, che mettono in pericolo l’umanità intera”.

Secondo il capo degli ortodossi russi “degli uomini folli hanno pensato che la grande potenza della Russia, che possiede armi straordinarie, abitata da uomini forti, motivati alla vittoria di generazione in generazione e che non si sono mai arresi ad alcun nemico, ma sono sempre usciti vittoriosi, che sia possibile sconfiggere questo popolo, o come alcuni affermano, si possa riformattarlo”, nel senso di imporre valori estranei che “neanche si possono chiamare valori”, perché diventino come tutti gli altri e si sottomettano a chi pensa di controllare il mondo intero. Quindi oggi “bisogna pregare il Signore che illumini questi folli, perché ogni desiderio di annientare la Russia comporta la fine del mondo”.

Serve quindi una nuova consapevolezza, esorta Kirill, quella della “dipendenza reciproca” che tiene conto della fragilità del mondo in cui viviamo, e unisca tutti nel riconoscimento dei “valori autentici”, quelli rappresentati dalla fede ortodossa. In conclusione, il patriarca si dice certo che “il Signore non abbandonerà la terra russa, sarà al fianco delle sue guide e del nostro presidente ortodosso, del nostro esercito”. Se non sarà necessario “risolvere definitivamente le divergenze e i conflitti”, alla fine tutti potranno riconciliarsi e tranquillizzarsi, e “il mondo sarà migliore”.

Anche i ritornelli della propaganda incessante - sui media di Stato e tutte le strutture sociali russe, a cominciare dalla scuola - si stanno sempre più uniformando alle note apocalittiche del presidente e del patriarca, insieme agli altri dirigenti dello Stato e della Chiesa. Il periodo natalizio ha segnato una frattura della coscienza, esaltata proprio dalla festa conclusiva del Battesimo e dall’incognita sulla imminente “offensiva finale” di primavera. La ritirata da Kherson e dalla regione di Khar’kov a novembre ha portato a immaginare non più veramente la conquista dell’Ucraina e la sua “purificazione”, ma una trasformazione della guerra nella nascita di una “nuova civiltà” in cui alla Russia si affiancano l’Indocina, l’Africa e l’America latina. Un “non-Occidente”, il nie-Zapad che sempre più viene ribadito ad ogni occasione: non una contrapposizione geografica, ma spirituale e globale, la Russia è il vero Oriente e il vero Occidente allo stesso tempo. E questa nuova civiltà si crea distruggendo i falsi valori, anche a costo della propria stessa scomparsa.

Molti analisti cercano di comprendere se l’offensiva di primavera scenderà dal nord della Bielorussia, per isolare l’Ucraina dalla Polonia, o si dirigerà verso Kiev per riprendere l’obiettivo iniziale di instaurare un nuovo governo fedele a Mosca, e se sarà possibile contenere queste minacce con nuove armi e nuove strategie. Si dovrebbe ricordare la tattica con cui i russi vinsero su Napoleone, che aveva invaso l’impero con quasi un milione di soldati giungendo fino a Mosca, per assistere dalle mura del Cremlino all’incendio della capitale. La scelta fu quella di autodistruggersi, per sconfiggere il nemico.

Il più profetico dei filosofi russi, Vladimir Solov’ev, dopo aver vanamente proposto una grande unione dei popoli e delle religioni, previde un epilogo della storia da lui descritto nella “Leggenda dell’Anticristo”, in cui solo pochissimi fedeli rifiutano di sottomettersi all’imperatore, al concilio finale di Gerusalemme. L’apoteosi del potere spalanca le porte dello Sheol, l’inferno biblico, e i pochi superstiti si ritirano verso il monte Sion, guidati dall’apparizione della “Donna vestita di sole”, per ricominciare una nuova era cristiana, senza pretese di globalizzazione o di civilizzazione imperiale. Il filosofo morì nel 1900, e da allora siamo già alla terza guerra mondiale, in attesa della pace vera.

 

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