Il mondo turanico, da periferia dell’impero ad architettura del futuro
Ad Astana in questi giorni è stata posata la prima pietra di un Centro per la civiltà turca. Luogo simbolico di un'integrazione che risponde al tentativo di Mosca, durato un secolo, di cancellare quest'identità all'interno del suo "cortile di casa". E che oggi invece ha scoperto il proprio potere come custode delle principale arterie energetiche e logistiche tra Oriente e Occidente.
Astana (AsiaNews) - Gli eventi degli ultimi giorni ad Astana, la capitale del Kazakistan, segnati dalla posa della prima pietra del Centro per la Civiltà Turca e dall'integrazione delle tecnologie digitali GovTech, non rappresentano solo un altro gesto diplomatico tra Paesi affini per le comuni radici culturali, ma in un certo senso il culmine finale di un'era iniziata nelle sale ottocentesche di Versailles e sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale, come afferma lo storico Agil Gakhramanov su zerkalo.az.
Stiamo assistendo a un cambiamento epocale, in cui il mondo turanico sta cessando di essere oggetto di geopolitica straniera – una "merce di scambio" nelle mani delle grandi potenze – e sta emergendo come artefice indipendente dei processi globali. Questo processo è profondamente inquietante per quanti sono abituati a considerare i popoli turanici come semplici basi di risorse, o "cortile di casa" dei propri imperi, come ai tempi sovietici.
L'ironia storica sta nel fatto che l'attuale retorica russa, che stigmatizza l'Occidente collettivo, ignora completamente il fatto che la Russia, per secoli, è stata parte integrante di questo stesso Occidente, nella soppressione dell’impero turco. Durante l'Intesa, la Russia zarista, insieme a Gran Bretagna e Francia, si adoperò con entusiasmo per tracciare mappe che dividessero l'Impero Ottomano, rivendicando Istanbul e gli stretti del Mar Nero. L'odierno conflitto con la Nato non impedisce a Mosca di impiegare, entro i propri confini, gli stessi metodi imperialisti un tempo praticati dalle potenze coloniali del XIX secolo. Per gli attori esterni, sia a Mosca che in alcune capitali europee, l'unità turanica rappresenta una spina nel fianco per la classe politica, poiché distrugge il monopolio sul transito, sul significato e sulla volontà politica nel cuore dell'Eurasia.
Una tragedia particolare di questo processo si sta consumando all'interno della stessa Federazione Russa. Mentre i leader dell'Organizzazione degli Stati Turanici discutono di intelligenza artificiale e conservazione del patrimonio culturale, milioni di persone di origine turcica in Russia si trovano ad affrontare un processo sistematico di "erosione" della propria identità. La situazione del popolo Sakha nella Jacuzia siberiana è l'esempio più lampante di questa ipocrisia: vivendo in una terra letteralmente disseminata di diamanti e oro, un terzo degli Jakuti vive al di sotto della soglia di povertà. Questo è un classico modello estrattivo: le risorse naturali appartengono all'impero, lasciando alla popolazione solo problemi ambientali e instabilità sociale.
Accanto al saccheggio economico, è in corso una silenziosa guerra culturale. Limitare artificialmente l'istruzione nelle lingue native, trasformare i dialetti nazionali in materie facoltative: questa è una politica deliberata volta a creare una popolazione "senza radici", privata di qualsiasi legame con le proprie origini. L'aspetto religioso di questa politica rivela strati ancora più profondi di islamofobia, ormai sistemica in Russia. Filmati di fedeli costretti a pregare nella neve a causa della scarsità di moschee o della loro chiusura forzata vengono trasmessi in tutto il mondo turanico.
Come peraltro afferma Gakhramanov, “il processo avviato al vertice informale delle comunità territoriali unificate del Turkestan è ormai inarrestabile”. La creazione del Centro per la Civiltà Turanica rappresenta una risposta al tentativo, durato un secolo, di cancellare i popoli turchi dalla storia; il mondo turanico ha compreso il proprio potere come ponte tra Oriente e Occidente, come custode delle principali arterie energetiche e logistiche del pianeta.
In definitiva, la lotta per l'identità turca oggi è una lotta per il diritto di esistere senza doversi curare dei "fratelli maggiori". Mentre Mosca tenta di far rivivere il fantasma dell'Intesa, mascherato da difensore dei valori tradizionali, gli stati turanici stanno costruendo una vera alternativa. Questo è un mondo in cui la voce di uno jakuto, di un tataro di Crimea, di un azero o di un kazako non dovrebbe risuonare come un'eco nel Cremlino, ma come la volontà sovrana di una grande civiltà che è tornata sulla scena mondiale per occupare il posto che le spetta di diritto. La trasformazione dell'Eurasia è già iniziata e, in questa nuova sinfonia, la voce turcica si fa protagonista, sovrastando il frastuono degli imperi in disfacimento.
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