Israele espropria Nabi Samuel, ma per i palestinesi l’obiettivo è al-Aqsa
Nuovo capitolo della guerra silenziosa al patrimonio in Cisgiordania. Requisita la tomba del profeta, a nord di Gerusalemme, gestita dal Wafq islamico e ultimo atto della “giudaizzazione” dei siti palestinesi. Peace Now: l’obiettivo è “espandere e approfondire l’annessione”. Voci su un piano del governo Netanyahu per togliere alla Giordania la custodia del terzo luogo sacro per l’islam.
Milano (AsiaNews) - L’ordine di sequestro della celebre tomba del profeta Samuele (Nabi Samuel), a nord di Gerusalemme, e dei terreni circostanti da parte delle autorità israeliane ha aperto un nuovo capitolo nella campagna di esproprio di beni e antichità palestinesi da parte dello Stato ebraico. Una guerra silenziosa al patrimonio archeologico e culturale palestinese lanciata dal governo del premier Benjamin Netanyahu, che sta promuovendo anche un controverso disegno di legge per assicurarsene il controllo.
La norma è stata al momento congelata perché di fatto “impresentabile” agli occhi della comunità internazionale, ma sono allo studio emendamenti perché possa essere approvata in un futuro prossimo. In questi giorni 60 archeologi israeliani hanno presentato una petizione urgente all’Alta Corte di Giustizia per bloccare la nomina di un nuovo direttore generale presso l'Autorità israeliana per le antichità (Iaa) da parte del ministro del patrimonio Amichay Eliyahu. Sul fronte palestinese, il timore di ong e attivisti è che il vero obiettivo dell’ultra-destra religiosa e pro-colonie sia la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, terzo luogo sacro per l’islam.
Nuovo passo verso l’annessione
Il profeta Samuele è una figura venerata da ebrei e cristiani ma anche nella tradizione musulmana. Nei giorni scorsi l’amministrazione civile israeliana ha emesso un ordine di esproprio (H/02/26) “per scopi di pubblica utilità” della tomba e dei 28 acri circostanti l’edificio, un importante centro turistico e religioso in Cisgiordania, nell'area tra Gerusalemme e Ramallah, sinora gestito dal Waqf islamico. Una decisione che ha sollevato indignazione e proteste, con ripetute voci di condanna per quello che è stato definito l’ultimo atto di una “giudaizzazione” dei siti palestinesi. Il gruppo attivista israeliano anti-occupazione Peace Now sottolinea come per “la prima volta” l’amministrazione civile dello Stato ebraico espropria “un luogo sacro del Waqf nella Cisgiordania occupata”.
La terra comprende le cittadine palestinesi di Beit Iksa e Nabi Samuel, che coprono l’area dove si trova la storica moschea. La giustificazione data dall’amministrazione civile, subordinata a un’unità del ministero israeliano della Difesa, è che verrà avviato un progetto di sviluppo “per preservare il sito archeologico della tomba del profeta Samuele”. Tuttavia, analisti e studiosi palestinesi parlano di ennesimo esempio di “utilizzo di archeologia e religione” da parte di Israele per “per colpire la terra e l’identità palestinesi”.
“Ancora una volta, ci troviamo di fronte - afferma in una nota Peace Now - alle decisioni di una amministrazione civile, operante sotto il ministro [delle Finanze Bezalel] Smotrich, che hanno lo scopo di espandere e approfondire l’annessione. Dai piani per espandere gli insediamenti e dichiarazioni senza precedenti di ‘terra statale’, l’amministrazione civile è passata a prendere il controllo dei siti del patrimonio e ora si sta appropriando di siti religiosi, creando tensione in alcuni dei luoghi più pacifici e sensibili della Cisgiordania. L’agenda messianica del governo israeliano avrebbe dovuto essere interrotta molto tempo fa. Invece, ogni giorno sembra metterci ulteriormente in pericolo e creare le condizioni per trasformare un conflitto politico in una guerra religiosa”.
Durante il periodo bizantino, l’imperatore Giustiniano ordina la costruzione di una chiesa nel luogo in cui si credeva fosse sepolto Samuele. Il sito si trovava in cima a una collina 6 km a nord-ovest di Gerusalemme, a 885 metri sul livello del mare, ed era di interesse per i crociati che la chiamavano la “Montagna della Gioia”, poiché era il primo punto da cui vedevano Gerusalemme. La moschea ha caratteristiche risalenti ai periodi ayyubidi e mamelucchi e include un santuario che i musulmani credono ne contenga la tomba, rendendolo punto di riferimento significativo per i fedeli dell’islam.
L’esproprio di Nabi Samuel è solo l’ultima di una serie di progetti di sviluppo di siti ebraici sulle terre palestinesi: a novembre l’amministrazione civile israeliana ha sequestrato 444 acri intorno al sito archeologico di Sebastia; due mesi più tardi l’esercito israeliano ha tolto ai palestinesi il controllo e l’amministrazione della moschea Ibrahimi di Hebron, una mossa che avrebbe avuto il solo scopo di minare l’appartenenza islamico del sito. Interpellato da Middle East Eye (Mee) Khalil Toufakji, esperto di mappe, confini e insediamenti della città di Gerusalemme, afferma che il ruolo delle autorità islamiche Waqf a Nabi Samuel è ora limitato ad “aprire e chiudere le porte”. Egli è inoltre convinto che, in un futuro prossimo, anche la tomba di Giuseppe, un sito religioso a Nablus sotto il controllo dell’Autorità palestinese (Ap), finirà per essere requisito da Israele.
L’assalto al patrimonio
In queste settimane alla Knesset, il Parlamento israeliano, la destra nazionalista ha provato a far discutere prima dello scioglimento per le elezioni un disegno di legge che creerebbe una nuova autorità per la gestione e il controllo del patrimonio in Cisgiordania, avocando di fatto la proprietà dei siti archeologici. Inoltre, il 26 maggio lo stesso Smotrich ed esponenti del suo partito ispirato al sionismo religioso hanno effettuato un tour elettorale alle “piscine di Salomone”, un bacino idrico in Cisgiordania gestito dall’Ap. Nell’occasione il ministro pro-occupazione ha definito “inconcepibile che questo posto magnifico e unico sia nelle mani dei terroristi palestinesi” e ha aggiunto di voler “lavorare per cambiarlo”. In merito alla norma alla Knesset su antichità e beni, Netanyahu ne ha ordinato una revisione incaricando il segretario di gabinetto Yossi Fuchs di cercare “alternative” perché, per come è formulata, risulta “impresentabile” alla comunità internazionale. Il premier avrebbe posto un freno all’iter di approvazione, perché il testo finirebbe per minare le relazioni estere di Israele.
Di recente il plenum ha approvato il disegno di legge in prima lettura, che affida all’Autorità per le antichità, una volta istituita, il controllo assoluto sui siti archeologici nella Cisgiordania occupata, con un’ulteriore estensione alla Striscia di Gaza. Il testo, presentato dal deputato Likud Amit Halevi, prevede la nascita di una Authority sotto il ministero della Cultura. L’organismo sarebbe “pienamente responsabile della gestione di tutti gli affari del patrimonio e delle antichità nella zona” con poteri tra cui la confisca dei terreni, gli scavi archeologici, la loro gestione e le forze dell’ordine. In questi giorni il Comitato per l’istruzione e la cultura della Knesset sta discutendo il disegno di legge e avrebbe dovuto redigere la versione finale, presentandolo per una seconda e terza lettura, ma l’intervento di Netanyahu ha congelato l’iter.
La sovranità di al-Aqsa
Per l’Autorità palestinese (Ap) il piano di espropri e annessioni promosso da Israele, in particolare nell’area di Gerusalemme, avrebbe come obiettivo un edificio simbolo dell’islam: la moschea di al-Aqsa, il cui controllo vogliono sottrarre alla Giordania. Il governatorato della città santa afferma che il piano, se attuato, avrà “gravi ripercussioni per la sicurezza e la stabilità nella regione”. Stati Uniti e Israele starebbero attivamente perseguendo un nuovo accordo sul sito musulmano “allineato” agli interessi dello Stato ebraico. In una dichiarazione diffusa il 26 maggio il governatorato ha affermato che il piano mira ad “imporre” la “sovranità” israeliana sul sito islamico e ad “alterare dalle fondamenta lo status quo in vigore da tempo”.
“La custodia hashemita dei luoghi sacri islamici e cristiani a Gerusalemme è un’autorità storica, giuridica e politica riconosciuta a livello internazionale” prosegue la nota. Per questo essa “serve come salvaguardia fondamentale, per proteggere il complesso della moschea di Al-Aqsa e preservare - precisa - la sua identità araba e islamica”. La famiglia governante della Giordania fa risalire la sua custodia sui luoghi sacri musulmani e cristiani nella città santa al 1924, quando la Palestina era sotto il dominio del mandato britannico. Il suo ruolo è stato successivamente riconosciuto nel trattato di pace del 1994 con Israele, che ha rimarcato il “ruolo speciale” di Amman nei luoghi sacri islamici di Gerusalemme. Ciononostante, da anni i funzionari giordani e i leader palestinesi avvertono che l’accordo è stato costantemente eroso dai successivi governi israeliani e minato da gruppi di estrema destra che invocano il dominio ebraico sul complesso.





