19/03/2024, 08.49
RUSSIA
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La crisi dei popoli nativi dell’isola di Sakhalin

di Vladimir Rozanskij

Un'inchiesta di Sibir.Realii racconta le difficioltà della vita delle etnie che vivono da tempo immemorabile in questa regione dell'Estremo oriente russo e oggi sono alle prese con gravi difficoltà provocate dai cambiamenti climatici e dallo sfruttamento industriale delle risorse naturali. Con le sanzioni che hanno colpito Gazprom le autorità non distribuiscono più sussidi, mentre le loro zone di pesca vengono acquistate dai cinesi. 

Mosca (AsiaNews) - L’isola di Sakhalin è un lungo ed enorme territorio con cui la Russia del grande nord tende il dito all’Asia dell’Estremo oriente, ed è popolata da etnie locali che stanno attraversando un periodo di grande difficoltà. Nella tundra della provincia di Noglinsk, da alcuni mesi, si fatica a mantenere l’attività più tradizionale, quella dell’allevamento dei cervi. In mezzo al muschio e all’erba ingiallita crescono i mirtilli, che si nascondono a un primo sguardo, ma si espongono al sole e offrono un gusto molto dolce e speciale, raccolti dalle tribù locali che cercano di salvare la fauna e la flora locale, quelle dei Nivkhi e degli Oroni.

La giornalista ed ecologista Anastasia Trojanova, insieme alla fotografa documentarista Marina Syčeva, hanno pubblicato un servizio su Sibir.Realii, per cercare di chiarire i problemi che influenzano negativamente la vita di questi popoli nativi dell’Estremo oriente russo. Hanno girato l’isola di Sakhalin, il Primorje sulle coste del Pacifico e la regione di Khabarovsk, dove le persone sono abituate a vivere in contatto con la natura e a dipendere dalle sue condizioni, e ora provano grandi difficoltà per i cambiamenti climatici ed ecologici, cercando di adattarsi a situazioni in cui al posto del rinnovo stagionale delle erbe e delle piante si trovano muri di calcestruzzo, acciaio e condutture fognarie.

Nella regione di Sakhalin vivono da tempi immemorabili molte etnie diverse, come i Nanaitsy, gli Oroči e gli Evenki, insieme a Oroni e Nivkhi. Oggi sono ridotti a pochi rappresentanti: gli Oroni sono meno di 300, i Nivkhi si contano in 3.683 tra tutte le regioni orientali, gli Oroči sono 530, i Nanaitsy 11.668 e gli Evenki 39.420, secondo le statistiche ufficiali di tutte le zone della Siberia. Quando si siedono alla guida dell’automobile, questi nativi gridano “Tooo-tooo!”, come avviene di solito con le mandrie dei cervi, evocando il cervo giovane rimasto senza madre, chiamato Totoša e denominato “il cervo dell’amore”, quello che non viene portato al macello, ma di cui ci si prende cura fino alla vecchiaia. In lingua nivkha, “Toto” significa anche “Argento”, il cervo con il mantello bianco.

Prima dell’arrivo dei sovietici, i nativi di Sakhalin vivevano secondo il proprio stile di vita semi-nomade originario, girando per la tajga insieme ai cervi, installando tende per grandi famiglie raccolte intorno a gruppi di 10-15 animali, e dedicandosi d’estate anche alla pesca, oltre alla raccolta dei frutti di bosco. Come racconta una donna del posto, Angela Muvčik, “la civiltà e l’industria petrolifera si sono abbattute sul popolo analfabeta e selvatico, come una tempesta di neve sulla testa”. Finite le migrazioni per i campi, tutti sono stati costretti a vivere in piccoli villaggi, anche se chi poteva cercava di tornare nella tajga e continuare a seguire gli usi più antichi. I bambini venivano mandati a studiare nei collegi, e tutti erano obbligati a parlare russo, dimenticando le lingue native.

Dopo la fine del regime sovietico, molti hanno cercato di tornare alla vita all’aria aperta, anche se ormai non si mangia più la carne dei cervi, anzi si cerca di proteggerli in tutti i modi. L’economia di Sakhalin è stata sostenuta per trent’anni dal colosso petrolifero Gazprom, oggi in forte crisi a causa delle sanzioni occidentali, e le autorità locali non hanno più fondi per distribuire sussidi, e permettere alla popolazione di vivere liberamente all’antica maniera. Di cervi selvatici ne sono rimasti un paio di migliaia, rifugiati nelle zone più impervie vicino alla costa occidentale dell’isola, e si cerca di appassionare di nuovo i giovani alla cura degli animali e della natura.

I Nivkhi sono principalmente pescatori, ma oggi “il pesce puzza di petrolio”, anche perché le attività estrattive si sono molto ridotte, e le scorie si diffondono senza adeguati piani di recupero. Le zone di pesca vengono acquistate dai cinesi o da commercianti di varia provenienza, e gli abitanti locali vengono sempre più estromessi dall’economia locale. “Qualcosa sta cambiando nella natura” afferma Angela, e molto cambia nella storia, fino ad escludere i piccoli popoli del passato.

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