24/01/2024, 08.55
ASIA CENTRALE
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L’eredità dell’islam 'modernista' in Asia centrale

di Vladimir Rozanskij

In Uzbekistan e Kazakistan, sono sempre più frequenti i documentari, le serie televisive, le pubblicazioni e le conferenze che ripresentano correnti dell'inizio del XX secolo come il jadidismo e il partito Alash come fonte di ispirazione. Tra immagine "moderata" agli occhi del mondo e aura religiosa con cui rivestire regimi autoritari.

Tashkent (AsiaNews) - Negli ultimi mesi sta tornando in auge nelle elite intellettuali e nelle strutture di potere dell’Asia centrale, come per esempio nei discorsi del presidente uzbeko Savkat Mirziyoyev, il movimento dell’islam “modernista” dell’inizio del XX secolo, poi duramente represso dal regime sovietico. Molti ritengono il “jadidismo” (la “nuova dottrina”), uno dei fondamenti dell’autocoscienza nazionale di Paesi a maggioranza musulmana non radicale, come quelli della regione centrasiatica.

Secondo diversi critici, l’interesse dei regimi autoritari per queste tendenze è più che altro di facciata, allo scopo di rivestire il proprio potere di un’aura religiosa non aggressiva e accettabile all’interno e all’estero. Nei due Paesi principali, Uzbekistan e Kazakistan, sono sempre più frequenti i documentari, le serie televisive, le pubblicazioni e le conferenze che ripresentano l’immagine di un islam riformatore.

In Uzbekistan i jadidi sono tornati al centro dell’attenzione, come padri profetici della statualità e dell’indipendenza del Paese, un esempio per tutta la classe dirigente. La figlia maggiore e principale assistente del presidente, Saida Mirziyoyeva, è intervenuta in più occasioni con relazioni e discorsi a varie conferenze, affermando esplicitamente che “le idee, i sogni e i desideri dei jadidi trovano oggi un riflesso evidente nella politica del presidente Mirziyoyev”. Seguendo questa ispirazione, ha aggiunto Saida nella principale conferenza sul jadidismo a Tashkent lo scorso 22 dicembre, “il nuovo Uzbekistan si muove con convinzione verso la costruzione di uno Stato laico di diritto, e di una società civile con un sistema formativo di qualità, la garanzia della libertà di espressione e dell’apertura al mondo”.

Similmente in Kazakistan è tornato di moda nella cultura popolare il ricordo del partito di liberazione nazionale Alash, che nel 1917 unì l’intelligentsija kazaca e kirghisa in un progetto di Stato liberale dopo i secoli di oppressione dell’impero russo, e fu poi soppresso dai sovietici nel 1920. Nel film Mirzhakyp. Svegliati, kazaco! uscito nelle sale lo scorso autunno, il racconto sui fondatori di Alash ha suscitato un entusiasmo pubblico tale da cogliere di sorpresa la stessa classe dirigente del Paese. Le proiezioni sono state sospese a novembre, provocando ondate di protesta e costringendo la ministra della cultura di Astana, Aida Balaeva, a prolungarle di qualche settimana.

A incutere timore nelle autorità è stato un episodio avvenuto nella cittadina di Semeja nella parte orientale del Kazakistan, quando alla fine del film un attivista di tendenza nazionalista, Eldos Dosanov, ha improvvisato un comizio acclamato da tutti i presenti, paragonando la repressione di Alash con le persecuzioni in corso nel Paese verso i gruppi che cercano di far rinascere “l’autentico spirito del nostro popolo”, e invitando i kazachi a “non permettere che la storia si ripeta”.

Dosanov è stato arrestato è trattenuto in prigione per una settimana, ritenendolo un estremista colpevole di manifestazione non autorizzata. In questo caso il richiamo non era direttamente al jadidismo, che non era un movimento esplicitamente nazionalista, ma vi sono comunque molte consonanze. Il fondatore dei jadid era un intellettuale dei tatari di Crimea, Ismail Gasprinskij, che intendeva fornire interpretazioni religiose alle tendenze “pan-turaniche” del periodo, in una visione più ampia delle aspirazioni dei singoli Stati.

Oggi si ripropongono in dimensioni diverse le idee di una unione dei popoli turanici, insieme alle riforme modernizzanti dei vari Paesi dell’Asia centrale. Il richiamo jadidista è poco gradito alla Russia, che vede in esso una contestazione di fondo al dominio imperiale-sovietico, e potrebbe evolversi in uno scontro ideologico, e non solo, tra “religioni imperiali”, tra ortodossia russa integralista e islam asiatico liberale.

 

Foto: un jadid in un lager sovietico, in un documentario uzbeko

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