17/04/2026, 11.16
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Maldive: referendum bocciato e municipalità all’opposizione, segnale d'allarme per Muizzu

di Maria Casadei

Il 68,7% degli elettori ha respinto la riforma costituzionale voluta dal presidente per unificare i processi elettorali, ma il partito di governo - affermatosi nel 2023 con una campagna anti-India - non ha conquistato nessuna città nelle amministrative. Decisivo il ruolo della società civile nella campagna per il “no”. L’esito evidenzia il malcontento urbano e apre interrogativi sulla tenuta politica dell’esecutivo a metà mandato.

Malé (AsiaNews) - Doppia tornata elettorale sabato 11 aprile per la popolazione maldiviana, chiamata alle urne per le elezioni amministrative in cinque città e per il referendum costituzionale promosso dal presidente in carica, Mohamed Muizzu, che ha vinto le ultime elezioni presidenziali nel 2023 grazie a una campagna politica “anti-India” e maggiormente orientata verso Pechino.

I risultati, però, sono stati sfavorevoli al partito di governo: l’opposizione, rappresentata dal Partito democratico maldiviano (MDP), ha mantenuto la maggioranza in tutti i consigli comunali, e l’oggetto del referendum, che chiedeva di tenere simultaneamente le elezioni presidenziali e parlamentari, è stato respinto con il 68,73% dei voti, contro il 31,27% dei favorevoli. L’affluenza ha raggiunto il 74%, uno dei livelli più alti nella storia del Paese.

Il Congresso nazionale del popolo (PNC), il partito al potere, ha attribuito la sconfitta alla concomitanza con le elezioni locali. Anche secondo diversi osservatori questa coincidenza avrebbe mobilitato una “maggioranza silenziosa” di elettori non affiliati ad alcun partito ma contrari alla riforma proposta.

L’ultimo referendum costituzionale per i cittadini delle Maldive si era tenuto nel 2007, anno in cui la popolazione era stata chiamata a scegliere tra un sistema presidenziale e uno parlamentare.

Il referendum proposto da Muizzu mirava a modificare la Costituzione per consentire lo svolgimento simultaneo delle elezioni presidenziali e parlamentari. Secondo il governo, la riforma avrebbe permesso di risparmiare milioni di dollari, aumentare l’affluenza e porre fine alle campagne elettorali continue, dato che con il sistema attuale gli elettori votano due volte nell’arco di sei mesi: a settembre per il presidente e ad aprile per il parlamento.

La proposta è stata però fortemente criticata dalla società civile e dall’opposizione, convinte che il vero obiettivo fosse concentrare la conquista della presidenza e della maggioranza parlamentare in un’unica consultazione, facilitando l’uso di risorse statali e degli strumenti di consenso, come posti di lavoro e appalti. L’organizzazione Transparency Maldives, impegnata nella promozione della buona governance e nella lotta alla corruzione, aveva inoltre avvertito che la riforma avrebbe potuto favorire la compravendita di voti e aumentare l’uso improprio delle risorse pubbliche in assenza di adeguati controlli.

Secondo alcuni commentatori, l’esito del referendum è il risultato degli sforzi della società civile piuttosto che a quelli dell’opposizione politica. La campagna decisiva per il “no”, denominata Nufenay (“no”), è stata condotta da avvocati, ex giudici, economisti e attivisti, che hanno organizzato dibattiti pubblici e sensibilizzato ampi settori dell’elettorato sulle possibili conseguenze della riforma.

Il risultato può essere letto come un campanello d’allarme per il presidente Muizzu, a metà mandato. Nella capitale Malé, inoltre, l’affluenza è stata di quasi 20 punti percentuali inferiore rispetto alla media nazionale e alle aree rurali, segnalando un crescente divario nel coinvolgimento politico tra le diverse zone del Paese.

I sindaci dell’MDP hanno mantenuto le loro cariche in tutte e cinque le città interessate (Malé, Addu, Fuvahmulah, Kulhudhuffushi e Thinadhoo), mentre dei 52 seggi messi in palio nei consigli comunali, il PNC ne ha conquistati soltanto sei. Nonostante una campagna elettorale intensa da parte del presidente e del suo partito, i centri urbani si sono dimostrati particolarmente critici nei confronti dell’operato del governo.

Molti non hanno esitato a vedere similitudini con un precedente significativo del 2021, quando l’MDP, allora al governo e guidato dal presidente Ibrahim Mohamed Solih, perse la maggioranza nei consigli comunali, anticipando la sconfitta alle elezioni presidenziali del 2023.

Oggi gli analisti si interrogano sulla possibilità che un destino analogo possa attendere il PNC e la presidenza di Muizzu. Tuttavia, la vittoria dell’opposizione appare meno solida di quanto i risultati possano suggerire. L’MDP si è presentato alle elezioni diviso in quattro fazioni, riconducibili a figure di spicco come gli ex presidenti Ibrahim Mohamed Solih (2018-2023) e Mohamed Nasheed (2008-2012), oltre all’ex ministro dell’Economia Fayaz Ismail e all’ex ministro degli Esteri Abdulla Shahid, attuale leader del partito.

 

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