09/01/2023, 08.49
ARMENIA-AZERBAIGIAN
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Nagorno-Karabakh: gli armeni chiedono la riapertura del corridoio di Lachin

di Vladimir Rozanskij

È l’unica arteria di trasporto che riunisce l’Armenia e l’enclave filo-armena in territorio azero. Baku sostiene che il blocco è portato avanti da gruppi ecologisti. Erevan invoca l’intervento delle truppe di pace russe. Gli armeni si rivolgono alla corte internazionale dell’Onu.

Mosca (AsiaNews) – Il primo ministro armeno Nikol Pašinyan ha dichiarato che la prosecuzione del blocco del corridoio di Lachin da parte dell’Azerbaigian rende indispensabile l’istituzione di una missione internazionale di indagine. Il passaggio è l’unica arteria di trasporto che riunisce l’Armenia e la repubblica non riconosciuta del Nagorno-Karabakh, enclave filo-armena in territorio azero.

Il blocco dura ormai da quasi un mese e da Baku non giunge alcun segnale di allentamento della presa, come ha osservato Pašinyan. Per questo gli armeni si attendono “passi più concreti e specifici” da parte della comunità internazionale, soprattutto dalla Russia, che si è assunta l’impegno di controllare i trasporti lungo il corridoio con proprie forze di pace. Si tratta di uno dei punti dell’accordo trilaterale firmato il 9 novembre 2020 dai leader di Armenia, Russia e Azerbaigian, e confermato l’11 gennaio e il 26 novembre 2021, e ulteriormente precisato nell’incontro quadrilaterale di Praga del 6 ottobre 2022.

A fine dicembre l’Armenia si è addirittura rivolta al tribunale internazionale dell’Onu, per imporre lo sblocco del varco all’Azerbaigian. Nell’appello si sottolinea che in Nagorno-Karabakh vivono circa 120mila persone di etnia armena, ai quali mancano provviste e medicine indispensabili. La richiesta riguarda l’applicazione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, come hanno confermato dallo stesso tribunale.

Secondo la versione ufficiale degli azeri, dal 12 dicembre la strada verso il Nagorno-Karabakh è bloccata per “azioni di protesta degli attivisti ecologici, che intervengono contro lo sfruttamento illegale delle risorse naturali”. Essi chiedono di potersi recare alla miniera d’oro di Gyzylbulag, e a quella di rame e molibdeno di Demirl, dove secondo loro gli armeni compiono estrazioni illegali. Erevan insiste sulla situazione umanitaria sempre più drammatica della popolazione locale, a causa delle azioni organizzate da Baku.

Il 27 dicembre il presidente russo Putin ha discusso a San Pietroburgo della questione di Lachin con Pašinyan, dopo le accuse di mancata osservanza dell’impegno di controllo da parte della Russia. Il Cremlino ha ribadito che le forze di pace possono agire per risolvere la situazione, ma solo nel caso che entrambe le parti siano d’accordo, e comunque Mosca “è seriamente preoccupata” per la piega che ha preso la vicenda.

 

Il ministro russo della Difesa Šojgu conferma di essere in continuo contatto con armeni e azeri sul terreno, cercando di riaprire il passaggio ai mezzi di trasporto, ciò che in realtà si è verificato solo per alcune ambulanze e due-tre camion sulla strada tra Stepanakert e Goris.

Il presidente della Commissione affari esteri dell’Assemblea nazionale del Nagorno-Karabakh, Vagram Balayan, spiega che gli azeri continuano ad avanzare pretese massimaliste, senza concedere alcuna forma di compromesso. Non volendo riconoscere “l’esistenza del Nagorno-Karabakh e del popolo dell’Artsakh”, da Baku giungono continue imposizioni ai rappresentanti della repubblica separatista, ma “noi possiamo discutere con loro soltanto su un piano di pari dignità”, afferma Balayan: “Gli azeri in realtà non vogliono alcuna trattativa, vogliono soltanto farci scomparire dalla storia”. I contatti con l’Azerbaigian, anche se non in maniera ufficiale, sono affidati al segretario del Consiglio di sicurezza di Stepanakert, Vitalij Balasanyan.

Gli armeni del Karabakh insistono che le pretese “ecologiche” sullo sfruttamento delle miniere sono del tutto artificiose, visto che si tratta di imprese private e non di proprietà né degli azeri né degli armeni. Come assicura Balayan, “a bloccare la strada non sono attivisti o studenti, è un’azione organizzata direttamente dalla dirigenza di Baku”, che riaprirà il corridoio che gli azeri chiamano “di Zangezur” soltanto quando tutti gli armeni della zona saranno evacuati o deportati.

L’Azerbaigian considera l’appello all’Onu come “l’ennesima provocazione dell’Armenia contro l’integrità territoriale del nostro Paese”. Da Erevan si chiede però che almeno venga permessa una missione umanitaria sotto l’egida delle Nazioni Unite, in attesa che la questione venga chiarita ai massimi livelli.

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