10/01/2023, 13.24
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Qatar, mondiali e migranti: l’occasione (mancata) sui diritti dei lavoratori

di Dario Salvi

Nonostante i proclami di Doha e della Fifa poco è cambiato nella vita degli operai che hanno realizzato impianti e infrastrutture. L’abolizione del sistema Kafala e i problemi nell’applicazione dello Schema sui rimborsi. Per molti si aprono mesi di incertezza e di questioni irrisolte. Hrw: resta “una eredità di sfruttamento e vergogna”.

Milano (AsiaNews) - A dispetto degli annunci e delle promesse sbandierate nelle ultime settimane sul lavoro e i diritti da Doha e dalla Fifa, l’ente che governa il calcio internazionale, spente le luci sulla rassegna iridata in Qatar poco è cambiato per i migranti che hanno realizzato impianti e infrastrutture. Per molte organizzazioni attiviste l’edizione dei mondiali 2022 resta legata agli abusi, alle morti, alle violazioni dei diritti di una forza lavoro proveniente in larga maggioranza dall’Asia del sud, del sud-est, dall’Africa e soggetta a sistematico sfruttamento. Ironia della sorte, la competizione si è conclusa il 18 dicembre scorso - con la vittoria dell’Argentina - con grandi proclami ma pochi gesti concreti per mettere fine alle violazioni e nello stesso giorno in cui le Nazioni Unite celebrano la Giornata internazionale del migrante. “Una coincidenza curiosa - sottolinea Rothna Begum, esperto di Human Rights Watch (Hrw) - considerato il ruolo indispensabile dei lavoratori migranti nella preparazione del torneo e nell’aver reso possibile lo sviluppo del Qatar”. Tuttavia, sino a che “non verranno affrontati gli abusi su vasta scala” quello che resterà della competizione sarà solo “una eredità di sfruttamento e vergogna”. 

La battaglia dei numeri

Una inchiesta del Guardian pubblicata un anno prima dell’inizio del torneo denunciava la morte di almeno 6500 lavoratori nei cantieri degli stadi e di vittime se ne sono registrate anche nei giorni della manifestazione sportiva. Diversa la versione fornita da Doha, come sottolineato dal segretario generale del Comitato organizzatore Hassan al-Thawadi secondo cui si conterebbero “fra i 400 e i 500 morti” nei 12 anni di preparazione. Un numero comunque ben più elevato delle “tre morti” a lungo sbandierate dalle autorità del Qatar che hanno censurato le denunce e cercato di mettere a tacere le (poche) voci critiche. Su una popolazione di circa 2,6 milioni di persone, solo 300mila sono cittadini a pieno titolo mentre il rimanente proviene da Asia e Africa. Di questi, quanti operano nelle infrastrutture e nei cantieri sono circa il 20% del totale, mentre la maggioranza è impiegata nei lavori domestici - camerieri o donne di servizio, baby-sitter, etc - o nel terzo settore.

Manodopera proveniente da India, Bangladesh, Pakistan, Nepal e Sri Lanka ha svolto un compito essenziale non solo nella costruzione degli otto stadi, ma anche nel riempirli soprattutto nelle prime sfide, quando buona parte delle tribune sarebbero rimaste vuote per la mancata vendita dei biglietti disponibili. Fra le nazioni che più ne hanno acquistati per i propri concittadini vi è l’India. Tuttavia, in occasione della finale i ritratti degli operai che hanno contribuito alla realizzazione dell’impianto (il Lusail Stadium) in cui si è tenuta la sfida sono stati rimossi in tutta fretta dai muri. E ben pochi fra gli 88mila spettatori che hanno assistito alla partita provenivano dal subcontinente asiatico. “Per noi è assai raro poterci muovere liberamente e festeggiare in questo modo” racconta all’Afp Shafiq, originario del Kerala e con indosso una maglia dell’Argentina. “Di solito - prosegue - restiamo confinati nelle zone riservate ai lavoratori. Tutti noi ci chiediamo cosa succederà dopo il mondiale”. 

Sistema Kafala e diritti

La questione dei diritti dei lavoratori migranti è emersa subito dopo l’assegnazione dei mondiali al Qatar, 12 anni fa, per poi essere accantonata a lungo nell’indifferenza della comunità internazionale, dei protagonisti dell’evento e delle istituzioni a esso preposte. Salvo poi tornare di stretta attualità nelle settimane precedenti la competizione, con tardive richieste di prese di posizione ai calciatori e alle realtà coinvolte nella rassegna. Durante il torneo la questione migranti ha beneficiato di una copertura senza precedenti, migranti e famiglie hanno potuto raccontare le loro storie di salari rubati, passaporti sequestrati, morti, violenze e un modello di vita per molti versi simile a uno stato di “moderna schiavitù”.

Va detto che negli ultimi anni le autorità del Paese hanno promosso una serie di riforme, introducendo alcune garanzie a tutela del migrante compresa la revisione del sistema Kafala di epoca coloniale britannica, introdotto prima dell’indipendenza del Qatar nel 1971. Oggi è possibile cambiare impiego o lasciare il Paese - almeno sulla carta - senza il permesso del datore di lavoro. A questo si unisce l’introduzione di uno “Schema universale per il rimborso”, da devolvere a immigrati che hanno dovuto sborsare un pizzo o sono stati vittime di estorsione (con somme variabili da mille a 5mila euro) per poter ottenere un impiego o non hanno riscosso il salario pattuito. Ciononostante, secondo movimenti attivisti anche quest’ultima riforma sarebbe giunta in modo tardivo e resterebbe in gran parte disattesa, mentre i numerosi casi del passato finiranno per restare impuniti. Lo schema per i rimborsi è diventato operativo solo nel 2020, ma ha trovato applicazione per i casi di furto del salario e l’accesso si rivela irto di ostacoli, possono trascorrere diversi anni nelle aule dei tribunali prima di arrivare a sentenza ed è quasi impossibile fare domanda tornati nei Paesi di origine. Inoltre il fondo non prevede risarcimenti per gli infortuni o i decessi sul lavoro o il furto dei salari nel decennio precedente alla sua istituzione.

Un futuro incerto

Dall’abolizione del sistema Kafala circa 350mila immigranti hanno potuto cambiare lavoro senza incorrere in vendette o rappresaglie, che in passato si potevano tradurre anche nella confisca del passaporto. Inoltre, per la prima volta è possibile eleggere rappresentanti in tutta la regione del Golfo per la difesa dei diritti all’interno dei comitati di gestione e nelle vertenze con i datori di lavoro. Va però precisato che i sindacati restano illegali, pur essendo autorizzati - pur con differenze e limitazioni - in nazioni vicine come Kuwait, Oman e Bahrain. Secondo Ruba Jaradat, vicedirettrice generale e direttrice regionale per le nazioni arabe dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), le riforme in Qatar sono state reali e hanno avuto un impatto sulla modernizzazione del Paese, migliorando l’industria e l’economia. E l’organismo Onu, aggiunge l’esperta, sta trattando per l’istituzione di una sede permanente in Qatar, mentre nazioni dell’area assicurano che le riforme resteranno in vigore anche in futuro, compresa la limitazione dell’orario nei mesi estivi quando caldo e temperature rendono le condizioni di lavoro estreme.

Sotto questo punto di vista, l’assegnazione dei mondiali avrebbe garantito maggiore attenzione e un cambiamento in positivo. Oggi i lavoratori migranti possono segnalare abusi come il mancato pagamento dei salari presso il ministero del Lavoro. In modo anonimo, in teoria, sebbene siano documentati casi di dipendente pagato dopo l’intervento del governo solo per essere identificato dall’azienda e, in un secondo momento, licenziato. Una delle violazioni più comuni è la pratica di togliere due giorni di stipendio nel caso in cui ne venga perso uno, eventualità per nulla remota soprattutto quando caldo e umidità sono elevate e la stanchezza fisica (o mentale) prendono il sopravvento. Di fondo resta la sensazione che Doha, con i mondiali, abbia allestito uno spettacolo da offrire al mondo, fatta eccezione per i migranti che hanno contribuito nel renderlo possibile.

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