21/04/2026, 11.40
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Quando papa Francesco chiamò i migranti 'contrabbandieri della fede'

Nel primo anniversario della scomparsa di Bergoglio due ricordi che dalle Filippine e dalla regione del Golfo oggi afflitta dalla guerra ne ricordano lo sguardo attento a chi attraversando il mondo in cerca di futuro porta con sé anche una testimonianza cristiana. Card. David: "Portano luce nel mondo non per strategia, ma per fedeltà ovunque la vita li conduca". Mons. Martinelli: "Il suo incoraggiamento sia segno di pace anche nelle difficoltà di oggi".

Milano (AsiaNews) – “Fu durante una Messa a Roma che papa Francesco, con il suo calore familiare e il suo istinto per la verità poetica, si riferì affettuosamente ai cattolici migranti filippini come contrabandistas de la fe – ‘contrabbandieri della fede’. Non contrabbandieri di merci, ma portatori di qualcosa di molto più prezioso: la fede, trasportata silenziosamente oltre i confini, nascosta nelle lotte quotidiane della vita e condivisa in luoghi dove nessun programma missionario aveva mai pianificato di arrivare”.

Tra i tanti ricordi di papa Francesco che popolano il web in queste ore a un anno esatto dalla sua scomparsa, ci pare significativo sottolineare questo pensiero rilanciato dal card. Pablo Virgilio David, vescovo di Kalookan nelle Filippine. Si tratta di una parola che riassume molto bene lo sguardo di Bergoglio sui migranti, di cui dal suo primo viaggio apostolico a Lampedusa fino all’ultimo messaggio Urbi et Orbi nella Pasqua 2025 ha difeso non solo la dignità di persone, ma anche il valore della testimonianza che offrono nel mondo di oggi.

Non è un caso che proprio le Filippine, Paese cattolico che contra tra i 10 e gli 11 milioni di lavoratori migranti oggi sparsi in tutto il mondo, associno proprio questo volto al magistero di papa Francesco. “Ovunque vadano i filippini, viene loro affidato ciò che le società considerano più fragile - commenta il card. David -. È ai caregiver e agli infermieri filippini che le famiglie affidano i bambini, gli anziani e i malati. Sono spesso mani filippine ad accompagnare i morenti negli ospedali lontani da casa. Sono lavoratori filippini a sostenere le famiglie in tutta Europa e in Asia. Sono i marittimi filippini a mantenere in movimento il commercio globale attraverso gli oceani. In un senso molto reale, il mondo affida la propria fragilità ai filippini. E proprio in questo spazio di vulnerabilità emerge qualcosa di inatteso: la fede”.

“Il migrante filippino - scrive ancora il vescovo di Kalookan - di solito non parte con l’intenzione di evangelizzare. Eppure, nella sua fedeltà silenziosa - negli ospedali, nelle case, sulle navi, nelle cucine e nelle parrocchie - diventa proprio questo. Partono come lavoratori. Vivono come servitori. Ma molti ritornano - o rimangono all’estero - come testimoni. E così forse possiamo dirlo ora in modo più pieno: sono contrabbandieri della fede, portatori di grazia e missionari ‘involontari’ del Vangelo - portano luce nel mondo non per strategia, ma per il semplice coraggio di rimanere fedeli ovunque la vita li conduca”.

Ed è particolarmente importante ricordare tutto questo proprio in queste settimane in cui la guerra del Golfo ha toccato direttamente tanti di questi migranti. Alcuni di loro hanno pagato addirittura con la loro stessa vita questa forma di testimonianza semplice: è accaduto per esempio a Mary Ann de Vera, la badante filippina di 32 anni rimasta uccisa in Israele il 28 febbraio, il primo giorno della guerra, per essere rimasta accanto all’anziana di cui si prendeva cura, senza scendere nel rifugio durante un attacco missilistico iraniano.

Proprio papa Francesco nel 2019 è stato il primo papa a visitare le comunità cristiane del Golfo rinate grazie alla presenza dei migranti proprio in quella regione del mondo oggi al centro dell’attenzione di tutti a causa della guerra. “Lo ricordiamo con immenso affetto per il suo esempio e il suo insegnamento – scrive da Abu Dhabi in un messaggio inviato ai fedeli della diocesi il vicario apostolico dell’Arabia Meridionale mons. Paolo Martinelli -. Rimane indimenticabile la sua visita qui alla cattedrale di San Giuseppe, e la firma del Documento sulla Fratellanza umana, insieme al Grande Imam di Al-Azhar, che ha aperto un nuovo capitolo nella storia delle relazioni tra le religioni. Soprattutto, lo ricordiamo per la Santa Messa che presiedette qui nello stadio Zayed gremito, dove descrisse la nostra Chiesa come una ‘gioiosa polifonia della fede’. In effetti, noi siamo questo miracolo: fedeli provenienti da oltre 100 nazioni diverse, con lingue, tradizioni, culture e riti differenti, che formano un solo corpo perché professiamo la stessa fede avendo ricevuto lo stesso battesimo”.

“Noi, Chiesa di migranti – scrive ancora il vicario apostolico dell’Arabia Meridionale - ci siamo sentiti così vicini a papa Francesco per il suo amore appassionato verso i migranti e i rifugiati. I messaggi che ha rivolto ai nostri giovani e ai nostri fedeli attraverso un breve video che gentilmente condivise con me durante il Sinodo sono indimenticabili: ci esortò a rimanere uniti, ancorati alla nostra fede cristiana e alle nostre famiglie; incoraggiò i giovani a guardare al futuro con fiducia, radicati nella speranza”.

“Papa Francesco – conclude mons. Martinelli rivolgendosi alla sua comunità - è stato testimone di un amore irrevocabile, un amore che non dimentica, un amore saldo che dura per sempre. La Madre di Dio, che papa Francesco ha tanto amato e alla quale si è sempre affidato, ci aiuti a vivere la sua eredità e a essere testimoni della gioia del Vangelo e operatori di pace in questo momento così drammatico della storia dell’umanità, affinché il suo regno giunga in tutti i cuori”.

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