03/06/2022, 12.27
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Quotidiani in India: sempre più digitali ma cala la libertà di stampa

di Alessandra De Poli

Fino al 2019 il numero dei lettori di giornali ha continuato ad aumentare e l'India resta il secondo mercato globale con una tiratura di 240 milioni di copie. Con la pandemia sono cresciuti i contenuti online, ma anche la repressione nei confronti dei giornalisti. Una situazione paradossale in un Paese dove la stampa era nata per opporsi al colonialismo inglese.

New Delhi (AsiaNews) - Ha da poco compiuto vent’anni Khabar Lahariya, un collettivo di giornaliste indiane che, con una prospettiva “femminista” e “rurale” si occupa di problemi come la mancanza di acqua ed elettricità in villaggi remoti o le relazioni abusive nei contesti non urbani; storie che non trovano spazio nei media tradizionali, ma che sono di primaria importanza per le popolazioni emarginate che non avrebbero altro modo di far sentire la loro voce.

Fondato da donne dalit date in sposa da bambine e poi sfuggite a relazioni violente, il gruppo oggi accoglie giornaliste provenienti da tutte le caste, donne musulmane e tribali. Kavita Bundelkhandi, co-fondatrice del collettivo e ora capo redattrice, ha imparato a scrivere a 12 anni. All’inizio Khabar Lahariya era un giornale di una pagina consegnato a mano nei villaggi della regione di Bundelkhan: oggi la redazione produce solo contenuti digitali e il loro canale Youtube conta più di mezzo milione di iscritti.

La storia di Khabar Lahariya riflette l’evoluzione del mondo dell’informazione in India, secondo più grande mercato di quotidiani al mondo con una tiratura totale di 240 milioni di copie: fino al 2019 i lettori di giornali sono aumentati e solo in anni recenti hanno cominciato a calare in favore del digitale. Nel 2018 si contavano 100mila pubblicazioni in varie lingue, anche se i quotidiani più diffusi restano quelli in hindi. In parallelo però è diminuita la libertà di stampa ed è aumentata la repressione nei confronti dei giornalisti.

Il primo giornale pubblicato in India fu anche il primo a essere stampato in Asia e risale ai tempi del dominio britannico: nel 1780 l’irlandese James Augustus Hicky fondò a Calcutta la Hicky’s Bengal Gazette. Era in inglese ma già utilizzava parole “anglo-indiane” (ancora oggi le pubblicazioni cercano di riflettere la varietà linguistica dell'India). A causa delle frequenti critiche che il settimanale pubblicava contro l’impero coloniale inglese la sua pubblicazione durò solo due anni: dopo aver incarcerato Hicky, nel 1782 la Compagnia delle Indie orientali ritirò la macchina di stampa e l'opposizione venne silenziata.

Nel 1826 prese poi vita il primo settimanale in hindi, Udant Martand, e nel 1838 nacque il Times of India, il quotidiano in lingua inglese tuttora più letto nel Paese, anche se per quanto riguarda il numero medio di lettori i primi posti in classifica sono occupati da giornali in hindi, tamil e marathi e il Times occupa solo il nono posto.

Secondo le statistiche stilate dal Media Research Users Council (Mruc), nel 2017 il 39% degli indiani con più di 12 anni leggeva almeno un giornale, con una crescita nazionale del 9% rispetto al 2014, ma la lettura di quotidiani in lingua oriya per esempio era data in crescita dell’84%. Due anni dopo, all’inizio del 2019, il numero di lettori in termini assoluti era passato da 407 a 425 milioni di lettori.

La crescita dei quotidiani cartacei pare però essersi arrestata in quell’anno. Secondo le ricerche condotte dal National Family Health Survey (Nfsh-5), l’esposizione all’informazione mediatica è calata nel periodo 2019-2021 rispetto al 2015-16: le donne e gli uomini che avevano dichiarato di non essere regolarmente esposti ai mass media era del 25% e 14%, cifre poi salite rispettivamente al 41% e 32%.

Tuttavia queste percentuali non tengono conto della crescita dell’informazione digitale: Mohit Jain, presidente dell'Indian Newspaper Society, ritiene che i dati del sondaggio Nfhs-5 non siano in linea con quanto sperimentato dal settore dell’informazione, secondo cui i lettori sulle piattaforme digitali sono aumentati negli ultimi tre anni anche grazie ai lockdown imposti durante la pandemia: “Le persone trascorrono più tempo a leggere giornali e contenuti online. La chiusura ha portato più tempo libero, una parte del quale è stato canalizzato nella lettura”.

Affermazioni che sono confermate da altre statistiche: un rapporto del dicembre 2021 commissionato da Google sosteneva che il digitale sia il mezzo in più rapida crescita nel mercato indiano, con una previsione che le notizie online raggiungeranno oltre 700 milioni di indiani entro il 2026, mentre i prodotti cartacei diminuiranno del 20%. Le ricerche del Mruc mostrano che tra il 2017 e il 2019 il consumo delle notizie online è salito del 123%. Una cosa è rimasta invece invariata negli anni: a leggere i giornali sono perlopiù le famiglie con un reddito elevato.

In parallelo a queste trasformazioni, però, la libertà di stampa in India è calata: secondo il rapporto annuale stilato da Reporter senza frontiere e pubblicato il mese scorso, l’India è scesa ancora in classifica, passando da un punteggio di 68 a 41 in dieci anni. Su 180 Paesi presi in considerazione, nel 2022 l’India occupa il 150mo posto, mentre l’anno scorso era al 142mo e nel 2016 al 132mo.

L’erosione della libertà di stampa si è verificata in concomitanza con l’ascesa del Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito ultranazionalista del primo ministro Narendra Modi: sui social network vengono condotte campagne d’odio contro i giornalisti che contraddicono le affermazioni del governo (durante la prima fase della pandemia almeno 55 giornalisti che contestavano i dati sui contagi sono stati arrestati o minacciati) e alcune grandi famiglie che gestiscono i media sono vicine al premier Modi. È il caso, ad esempio, di Mukesh Ambani, a capo di Reliance Industries che possiede 70 media seguiti da almeno 800 milioni di indiani. E in un contesto in cui il modello di business dei quotidiani in India si basa ancora in larga parte sui ricavi pubblicitari, il governo spende circa 5 miliardi di euro all’anno per pubblicare online e sulla carta stampata pubblicità di propaganda.

 

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