12/09/2023, 11.16
PORTA D’ORIENTE
Invia ad un amico

Teheran, arresti e censure: la stretta degli ayatollah a un anno dalla morte di Mahsa Amini

di Dario Salvi

La Repubblica islamica ribolle alla viglia del primo anniversario dall’uccisione della 22enne curda per mano della polizia della morale. Nel fine settimana le autorità nel sud-ovest del Paese hanno incarcerato sei persone con l’accusa di “organizzare” rivolte per ricordare. Nel mirino anche uno zio della giovane vittima. Gli ultimi episodi di una lunga scia di terrore e repressione che ha già fatto oltre 500 morti. Anche se oggi in Iran la crisi economica oscura i diritti. 

Milano (AsiaNews) - Arresti, chiusura di giornali vicini all’ala riformista e persino di un parco di divertimenti perché non avrebbe fatto rispettare le norme sul velo obbligatorio (simbolo di oppressione) alle donne, sparizioni misteriose di attivisti o di familiari delle vittime. Teheran si avvicina al primo anniversario della morte di Mahsa Amini, 22enne curda uccisa dalla polizia della morale il 16 settembre scorso dopo essere stata fermata per non aver indossato correttamente l’hijab, inasprendo la repressione nel tentativo di scongiurare nuove proteste. La versione ufficiale sul decesso parla di “attacco cardiaco” dovuto a una malattia pregressa; dichiarazioni sconfessate dalla famiglia e dalle cronache dei giornalisti - poi arrestati con l’accusa di essere “spie” al soldo di potenze straniere - secondo cui il cadavere presentava segni evidenti di violenze e maltrattamenti alla testa e sul corpo.

Nel fine settimana le autorità nel sud-ovest del Paese hanno incarcerato sei persone con l’accusa di “organizzare” rivolte per ricordare la Amini. E i Guardiani della rivoluzione (Pasdaran) della provincia di Kohgiluyeh e Boyerahmad hanno oscurato cinque pagine social che inneggiavano alla protesta, cercando anche in questo caso di spegnere sul nascere ogni focolaio di tensione. Sono gli ultimi episodi di una lunga scia di terrore e repressione. 

“Women, Life, Freedom”

“Le donne iraniane sono pronte a manifestare, sono pronte a riprendere la piazza, anche se pagheranno a caro prezzo” le conseguenze, assieme “alle loro famiglie”. L’attivista statunitense di origini iraniane Masih Alinejad, già arrestata nel 1994 per aver criticato il governo e fra le voci più autorevoli della dissidenza, ideatrice della campagna “My Stealthy Freedom” che invita le iraniane a pubblicare foto senza l’hijab, ne è certa: la piazza ribolle ed è pronta a esplodere di nuovo contro gli ayatollah per celebrare la memoria e il sacrificio della giovane curda e di quanti, prima e dopo di lei, hanno deciso di battersi anche a costo della vita per diritti e libertà. Intervenendo a Voice of America (Voa) la giornalista e scrittrice, nel mirino dei servizi iraniani che hanno cercato di ucciderla in passato, racconta di una Repubblica islamica “spaventata dal dissenso”.

Del resto la risposta delle autorità in queste ultime settimane è stata pesante con arresti e ulteriore inasprimento delle leggi e dei controlli. “Gli iraniani - spiega Alinejad - sanno che [sotto il regime] il popolo è destinato a soffrire. La loro è una lotta per la dignità, anche per questo non hanno paura di mostrare il loro volto davanti alla polizia della morale”. Una battaglia alla quale Teheran oppone il pugno di ferro, intensificando la repressione. L’obiettivo è bloccare sul nascere le voci critiche, per scongiurare il ripetersi delle imponenti manifestazioni che, fra settembre e dicembre 2022, hanno paralizzato il Paese e fatto tremare i vertici al potere. L’attivista irano-americana si mostra sicura affermando che “il popolo iraniano pensa di poter vincere un giorno” e “tutti beneficeranno della caduta di questi barbari assassini”.

Era di repressione

Tuttavia, al momento la situazione è ben diversa perché il regime religioso e ultra-conservatore mantiene saldo il potere e ogni cerimonia di commemorazione per la Amini rischia di trasformarsi in un bagno di sangue. Fra gli arresti eccellenti vi è quello di un parente della giovane curda: secondo quanto riferito a RFE/RL da Ashkan Amini, fratello di Mahsa, la polizia ha fermato lo zio Safa Aeli nella città natale di Saghez, nel nord-ovest, e lo ha tratto in arresto pur non avendo un mandato di cattura. In precedenza l’uomo era stato spiato dai reparti della sicurezza e non si sa dove sia trattenuto. Ad agosto era stato incriminato l’avvocato di famiglia, Saleh Nikbakht, con l’accusa di “propaganda contro il sistema”; libero dietro cauzione, il legale è in attesa di processo. Ai primi di settembre le forze dell’ordine hanno arrestato il padre e la sorella di Mohammad Hassanzadeh, un giovane ucciso lo scorso anno durante la fase più cruenta della protesta. Entrambi sono stati condotti in una località sconosciuta e non si sa quali siano i capi di accusa a loro carico. 

Per Teheran le manifestazioni sono azioni di disturbo di governi stranieri e potenze occidentali con lo scopo di minare alle fondamenta la Repubblica islamica e i suoi principi. Da qui l’ampio uso della forza nei mesi scorsi, con un bilancio pesantissimo: oltre 500 persone, perlopiù cittadini comuni, spesso donne o giovanissimi fra i quali anche 71 minori, uccise dalla polizia; centinaia i feriti, molti dei quali in modo grave (il danno più comune è la perdita di uno o entrambi gli occhi per l’uso di proiettili di gomma); migliaia gli arresti e le persone scomparse, una tendenza preoccupante che continua ancora oggi. Fra le persone arrestate in questi giorni, vi è infatti anche un ragazzo di 18 anni che il 25 novembre 2022 aveva perso la vista, colpito a bruciapelo da un agente in borghese. Il ferimento era avvenuto durante le celebrazioni per la vittoria della nazionale iraniana contro il Galles ai Mondiali in Qatar, che si erano trasformati da festeggiamenti in occasione di protesta e scontri di piazza, anche in questo caso repressi nel sangue. Ma il regime non dimentica: lo scorso 4 settembre Parsa Ghobadi è stato prelevato dalla sicurezza mentre si trovava sul luogo di lavoro del padre e trasferito in un luogo sconosciuto. Una lunga scia di terrore e repressione, che ha spinto persino i talebani afghani a criticare Teheran per il ricorso eccessivo della forza. 

Il regime e il “day-after”

La polveriera iraniana è pronta ad esplodere di nuovo, schiacciata fra la lotta di un popolo e la politica oppressiva di una leadership che trova nella violenza e nella sopraffazione la sola via per sopravvivere a se stessa. Tuttavia, sul fronte internazionale muovono diverse forze nel tentativo di creare - per ora senza successo - un’alternativa agli ayatollah. Fra le realtà più attive vi è Israele, col ministro dell’Intelligence Gila Gamliel che, la scorsa settimana, ha incontrato a Londra attivisti iraniani in esilio, giornalisti e personalità della dissidenza per “stabilire canali pubblici”. Fonti rilanciate da al-Monitor ricordano che, dalla nomina, la ministra israeliana ha più volte interagito con gli iraniani in esilio, oltre a esercitare pressioni verso l’Unione europea perché dichiari organizzazione terrorista il corpo dei Guardiani della rivoluzione (i Pasdaran). Attività denunciate da Teheran che accusa lo Stato ebraico di condurre attacchi e opere di sabotaggio al programma nucleare e ai progetti di difesa, con una strategia più ampia finalizzata al “cambio di regime”. 

Pur avendo mostrato coraggio, i manifestanti e la protesta stessa mancano di guide autorevoli (diversamente da quanto successo nelle proteste del 2009, sebbene diversi capi dell’Onda verde siano poi finiti in carcere) e tendono a vacillare negli obiettivi. Fra le rivendicazioni trovano spazio libertà e diritti per le donne, hijab e norme dell’abbigliamento, fino ai tentativi di rovesciare il regime e favorire il ritorno dello scià nella figura del principe ereditario Reza Pahlavi. Tuttavia, l’asse fra militari e religiosi resta saldo, come il sostegno dell’esercito per la guida suprema Ali Khamenei attraverso i Pasdaran. La polizia della morale è tornata a pattugliare le strade, coadiuvata dal numero crescente di telecamere di sorveglianza. A un anno dall’uccisione di Mahsa Amini la questione velo - come quella dei diritti - resta una partita aperta, che rischia però di essere oscurata dalla grave crisi economica. All’Afp la 41enne casalinga Zahra (che preferisce mantenere riservato il cognome) racconta che “le questioni economiche” sono “molto più importanti dell’hijab”. Dallo scorso anno la valuta locale ha subito un tracollo - un dollaro vale 500mila rial - perdendo quasi il 70% del valore. Quello del velo è “un problema secondario e personale” aggiunge la 34enne contabile Raha, perché “l’economia peggiora ogni giorno di più” ed è il primo aspetto da risolvere, per poi “lavorare gradualmente sui problemi sociali”. 

LA "PORTA D'ORIENTE" È LA NEWSLETTER DI ASIANEWS DEDICATA AL MEDIO ORIENTE

VUOI RICEVERLA OGNI MARTEDI' SULLA TUA MAIL? ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER A QUESTO LINK

TAGs
Invia ad un amico
Visualizza per la stampa
CLOSE X
Vedi anche
Evin, il ’buco nero’ della repressione degli ayatollah a Teheran
01/11/2022 10:00
Bassiri Tabrizi: l’Iran sospeso fra ‘crisi esistenziale’ e lo ‘sguardo a Est’
18/04/2023 10:39
Iran: l'intelligenza artificiale nelle fatwa degli ayatollah
26/09/2023 11:51
Mahsa Amini: Teheran ‘perdona’ 22mila manifestanti. I dubbi sulle cifre
14/03/2023 12:44
Mahsa Amini: anche due detenute cristiane firmano appello contro le esecuzioni
24/01/2023 10:20


Iscriviti alle newsletter

Iscriviti alle newsletter di Asia News o modifica le tue preferenze

ISCRIVITI ORA
“L’Asia: ecco il nostro comune compito per il terzo millennio!” - Giovanni Paolo II, da “Alzatevi, andiamo”