21/12/2015, 00.00
A. SAUDITA - QATAR - USA
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Al Jazeera si auto-censura: eliminato un articolo che critica l’Arabia Saudita (alleata del Qatar)

L’edizione statunitense aveva pubblicato l’analisi di un professore di diritto, che criticava la situazione dei diritti umani nel regno. Riyadh userebbe la scusa del terrorismo per commettere violazioni e abusi. Nel mirino anche le oltre 50 esecuzioni capitali in un solo giorno. Il quartier generale nel Qatar blocca la diffusione del pezzo al di fuori degli Usa. Il testo completo dell'articolo fatto sparire.

Washington (AsiaNews) - Pubblichiamo di seguito un articolo apparso sull’edizione statunitense di al Jazeera, a firma di un esperto di diritto internazionale, e censurato dal quartier generale del network con base in Qatar, che ne ha bloccato la diffusione. Il pezzo denuncia la sistematica violazione dei diritti umani in atto in Arabia Saudita, spesso con il benestare di Washington e di altre potenze internazionali più interessate al petrolio e all’economia, rispetto alla persona. L’articolo è del 3 dicembre scorso ed è a firma di Arjun Sethi, scrittore e avvocato con base a Washington. Egli è anche professore a contratto di diritto alla Georgetown University. Il testo è sparito perché, spiegano i responsabili del desk centrale del network, è "offensivo nei confronti di un alleato". Traduzione a cura di AsiaNews: 

La scorsa settimana sono stati diffusi alcuni documenti, in base ai quali l’Arabia Saudita intende giustiziare a breve oltre 50 persone in un solo giorno, con l’accusa di crimini legati al terrorismo. 

Sebbene i vertici del regno non abbiano confermato in via ufficiale la notizia, le prove continuano ad aumentare. Okas, il primo media a pubblicare il rapporto, ha legami molto stretti con il ministero saudita degli Interni e non avrebbe affatto pubblicato la storia, senza aver ottenuto in precedenza il consenso governativo. Alcuni dei prigionieri sui quali pende la condanna a morte sono stati di recente oggetto di un esame medico, un segnale che per molti sta a indicare l’imminenza dell’esecuzione della condanna. Inoltre, vi è stata una crescita decisa nelle pene capitali eseguite quest’anno in Arabia Saudita, in cui il boia ha colpito in 151 occasioni rispetto alle 90 del 2014. 

Il caso di sei attivisti sciiti di Awamiya, una cittadinanza a maggioranza sciita nella provincia orientale, ricca di petrolio, è fonte di particolare sconcerto. La maggioranza della comunità sciita saudita, peraltro minoranza nel resto del Paese, è concentrata nella provincia orientale ed è oggetto da tempo di una persecuzione governativa. I sei attivisti sono stati condannati per aver protestate contro il maltrattamento e altri crimini legati alle rivolte della Primavera araba nel 2011. Tre di loro sono stati arrestati quando erano ancora minorenni. Sheikh Nimr al-Nimr, un leader religioso sciita di primo piano, condannato per reati simili, anch’egli verrà giustiziato a breve. 

Tute le prove che hanno portato alle condanne sono il risultato di processi farsa, costellati di violazioni ai diritti umani e civili, inclusi in alcuni casi la tortura, le confessioni forzate e la mancanza di accesso a un legale. Ogni imputato è stato processato da un Tribunale penale specializzato, una corte ad hoc per i casi di lotta al terrorismo controllata dal ministero saudita degli Interni che rispetta ben poco i diritti della difesa ed è spesso usato per perseguitare i dissidenti politici. In genere gli avvocati non possono prendere le difese dei loro assistiti durante gli interrogatori e hanno una partecipazione limitata in fase di dibattimento in aula. I pubblici ministeri non sono nemmeno tenuti a illustrare i capi di accusa e le relative prove a sostegno alla difesa. 

Ma i problemi non sono solo di procedura. La legge saudita criminalizza il dissenso e l’espressione dei diritti civili di base. Secondo la legge anti-terrorismo approvata nel 2014, per esempio, ciascuno può essere giustiziato per gesti vaghi come partecipare a proteste o promuoverle, o per “contatti o corrispondenze con gruppi… o singoli individui ostili al regno” o “che professano un‘ideologia atea”. 

Uno degli imputati, Ali al-Nimr, è stato condannato per reati quali “aver rotto il patto con i governanti” e “aver preso parte a diverse marce, dimostrazioni e incontri contro lo Stato e aver intonato a più riprese canti e slogan contro lo Stato”. Per queste offese, egli è stato condannato alla decapitazione e alla crocifissione, con il suo corpo mozzato che dovrà essere esposto in piazza come monito per tutti gli altri. 

A causa di queste abomini di natura legale e procedurale, le esecuzioni in programma a carico di questi tre attivisti sciiti vanno fermate. Essi devono essere sottoposti a un nuovo processo, di carattere pubblico, e devono poter godere di tutela legale secondo le leggi internazionali, che includono fra l’altro la moratoria della pena di morte per chiunque abbia commesso un reato al di sotto dei 18 anni di età. 

E nessun’altra esecuzione capitale andrebbe eseguita in Arabia Saudita. La pena capitale ripugna a livello morale ed è piena di errori e pregiudizi, come sappiamo fin troppo bene negli Stati Uniti. Inoltre, qualsiasi risposta proveniente dal sistema giudiziario penale saudita è perlomeno fonte di sospetto. Processi ingiusti, violazioni dei diritti umani di base e leggi draconiane che criminalizzano reati minori e l'esercizio dei diritti civili sono elementi peculiari del governo saudita.

Essi sono al contempo elementi intrinseci dei regimi autoritari in genere. Quanti pensano che l’Arabia Saudita possa riformare il suo sistema giudiziario ignorano il fatto che il regno è un regime autoritario che usa le leggi a proprio piacimento, come mezzo per mantenere o consolidare il potere. E ignorano anche il fatto che spesso l’Arabia Saudita evita condanne morali in gran parte per via dei suoi stretti legami con gli Stati Uniti. 

Nel 2014, per esempio, il presidente Barack Obama ha visitato il regno ma non ha fatto alcuna menzione delle perduranti violazioni ai diritti umani. In cambio, egli e la sua famiglia hanno ricevuto premi e regali per 1,4 milioni da parte del re saudita (per legge negli Usa i presidenti devono pagare per questo tipo di regali o donarli all’Archivio Nazionale). I due leader hanno discusso di sicurezza energetica e di intelligence militare, condiviso interessi che hanno legato Stati Uniti e Arabia Saudita per quasi un secolo. 

Obama ha viaggiato nel regno ad inizio anno per portare le sue condoglianze in occasione della morte di re Abdullah e per incontrare il nuovo monarca, re Salman. Inoltre, non si è fatta alcuna menzione dei diritti umani. Al contrario, il consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice ha twittato che re Abdullah era “uno stretto alleato e un vecchio amico degli Stati Uniti”. 

Questo silenzio assordante non è passato sotto silenzio in Arabia Saudita e ne ha incoraggiato l’impunità. All’inizio delle rivolte della Primavera araba, la brutale campagna di repressione contro la minoranza sciita e gli oppositori politici si è rafforzata. Gli sciiti hanno un accesso limitato agli impieghi governativi e all’istruzione pubblica, meno diritti nel contesto del sistema penale e in tema di libertà religiosa. Quanti protestano contro queste discriminazioni rischiano di subire arresti arbitrari e la prospettiva di essere giustiziati per terrorismo. Consideriamo inoltre che l’Arabia Saudita non compie una esecuzione di massa per reati legati al terrorismo dal 1980, un anno dopo l’occupazione della Grande Moschea della Mecca da parte di un gruppo armato.  

Ogni forma di dissenso è bandita. A novembre Ashraf Fayadh, un poeta palestinese e artista nato in Arabia Saudita, è stato condannato a morte per apostasia. I suoi sostenitori afferma che egli è stato punito per aver postato un video in cui si vedono agenti di polizia che frustano un uomo in pubblico. 

Anche i Paesi vicini del regno saudita non sono immuni rispetto alla sua agenda autoritaria. Molti documenti e inchieste mostrano che la coalizione saudita che combatte contro le milizie dell’opposizioni (Houthi) in Yemen hanno attaccato indiscriminatamente i civili e usato bombe a grappolo nelle aree abitate da civili, in palese violazione delle leggi internazionali. 

A dispetto del suo standard spaventoso in tema di diritti umani, l’Arabia Saudita ha ottenuto un seggio in seno al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite lo scorso anno e quest’estate è stato selezionato per presiedere un comitato influente in seno al consiglio, che nomina i funzionari responsabili di elaborare i rapporti relativi ai singoli Paesi per temi legati ai diritti umani. E con maggior sorpresa, l’Arabia Saudita ha usato il suo nuovo potere per deviare una inchiesta internazionale in merito ad accuse di presunti crimini di guerra compiuti nello Yemen. 

Non è dunque un caso che il regno abbia annunciato una esecuzione di massa a pochi giorni di distanza dalla strage di Parigi, in cui sono morte 130 persone, nel peggior attacco che si è registrato in Europa nell’ultimo decennio. E ancor prima di Parigi, gli Stati Uniti hanno usato la sua “guerra al terrorismo” per invadere e occupare l’Afghanistan e l’Iraq, dar vita a una operazione di sorveglianza di massa e sviluppare il suo programma assassino al di fuori del sistema giudiziario. Si può dunque forse essere sorpresi dal fatto che l’Arabia Saudita si senta incoraggiata a intensificare la propria “guerra al terrorismo”?. 

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