12/03/2008, 00.00
IRAQ
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Per Mosul non solo sicurezza, serve una soluzione politica

Lo ammettono le forze Usa e irachene impegnate nella zona. La città è considerata l’ultima roccaforte urbana di al Qaeda. Nella zona il terrorismo è infiltrato in ogni settore; fa proseliti tra la gente stanca di disumane condizioni di vita e sfrutta i contrasti etnici e confessionali. La situazione fa aumentare l’apprensione per le sorti del vescovo Rahho, rapito dal 29 febbraio.
Mosul (AsiaNews) – Un altro giorno senza novità sulle sorti dell’arcivescovo caldeo di Mosul mons. Faraj Rahho, rapito il 29 febbraio vicino la chiesa del Santo Spirito. Le preoccupazioni sulla sua salute aumentano, mentre in città forze irachene e statunitensi cercano strategie per “ripulire” quella che è considerata l’ultima roccaforte urbana di al Qaeda. La situazione sul campo – ammettono gli stessi Usa e le autorità irachene - non è, però, facile. Il Pentagono sta spendendo 7 miliardi di dollari per riparare la barriera che circonda la città, aggiungere check point e istituire nuove stazioni militari per gli uomini in arrivo. Ma per fermare la spirale di violenza non basta aumentare il livello di sicurezza; serve una soluzione politica e migliori condizioni economiche.  
 
Sforzi militari e politici
Le forze della coalizione, guidate dagli Usa, hanno cominciato a combattere il terrorismo dal sud, dove forti sono le influenze di Iran e Siria: Bassora, Ramadi, Baquba e Baghdad. Man mano che procedevano gli Usa, i terroristi si sono spostati a nord, concentrandosi a Mosul, che da anni ormai è stata lasciata a se stessa. Fonti di AsiaNews sul posto riferiscono che la città è oggi al 90 per cento in mano a terroristi e bande criminali. Si parla ormai di un “governo islamico”. Tra le condizioni poste dai rapitori per il rilascio di mons. Rahho, ci sarebbe anche la fornitura di armi. A testimoniare che oltre a facili guadagni è ancora il jihad il fine di iniziative come i sequestri da parte degli estremisti nell’area.
Nella provincia di Niniveh abitano circa 3 milioni di persone, di cui la metà a Mosul, che ne è la capitale. Almeno il 60 per cento sono arabi sunniti; il resto è rappresentato da curdi, yazidi (che parlano curdo), cristiani e altre minoranze. Il mix di etnie e religioni fa di Mousl una città molto sensibile. Inoltre è forte la lotta tra gli ex fedeli di Saddam Hussein, sunniti, e le nuove potenti compagini sciita e curda. Contrasti profondi sono presenti anche tra questi ultime due comunità. I curdi sono accusati di voler fare di Mosul una base di appoggio per un’eventuale espansione della loro regione semi-autonoma. Il Christian Science Monitor - che di recente ha pubblicato un lungo report dalla zona – cita un membro del parlamento iracheno a riguardo. Secondo Osama al-Nujaifi, arabo sunnita, se i peshmerga (militari curdi) lasciassero Mosul, il 90 per cento della cosiddetta resistenza verrebbe meno”.
Non si nutrono grandi speranze sull’offensiva annunciata a gennaio da Usa e Baghdad. Il generale Riad Jalal - coordinatore delle operazioni di esercito, polizia e guardia di frontiera irachene - spiega che “a Mosul non è in atto un’operazione militare nel senso tradizionale, perché il nemico è tra i nostri figli, fratelli e sfrutta le simpatie religiose e sociali”.
 
E a livello sociale
Il malcontento della popolazione per le disumane condizioni di vita nella zona contribuisce a rafforzare il consenso intorno ai terroristi che combattono “l’invasore”. Per questo anche qui, come ad al Anbar, gli Usa stanno cercando di conquistare dalla loro parte sheik e leader tribali, che con la loro influenza possano sottrarre alle fila di al Qaeda o dello Stato islamico la loro gente. Gli abitanti usano il termine “inferno” per descrivere la loro condizione. Si contano tra le 60 – 80 bombe a settimana, più rapimenti, minacce e uccisioni quotidiane. Baghdad dovrebbe, secondo i suggerimenti di Washington, spendere di più nell’assicurare servizi di base. In città – lo ha constatato la scorsa settimana il ministro iracheno per lo Sviluppo, Ali Baban - manca energia, le vie di comunicazione sono distrutte, le scuole insufficienti. La sfida più grande è costruire tra i cittadini fiducia nel governo centrale e nelle forze di sicurezza.
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