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  • » 07/01/2009, 00.00

    GIAPPONE

    Il “villaggio di Hibiya”, i nuovi poveri e la crisi economica nel Sol Levante

    Pino Cazzaniga

    Fabbriche che chiudono, o licenziano operai che si trovano in un attimo senza stipendi e senza alloggio. Suicidi e delinquenza segni del malessere. Qualche effetto positivo per far emergere la speranza.

    Tokyo (AsiaNews) - Lo tsunami finanziario, provocato mesi fa dal terremoto di Wall Street colpisce con durezza anche il Giappone. Durante il capodanno il parco di Hibiya, al centro di Tokyo tra il palazzo imperiale, la Dieta (parlamento) e il centro commerciale, è diventato quello che molti hanno  chiamato “il Villaggio di Hibiya”. Il vasto prato verde era occupato da tende e tavoli dove membri di sindacati e volontari si sono messi a disposizione di centinaia di disoccupati per offrire loro un pasto caldo e consigli.

    “Sono grato per avere un luogo dove andare durante il capodanno, perché attualmente sono senza abitazione.. I volontari mi hanno incoraggiato. Ma non ho alcuna prospettiva di nuovo impiego e l’anno che sta per iniziare mi appare buio”. L’ex-lavoratore temporaneo che così parla e’ uno dei tanti che hanno frequentato il “villaggio”.

    Questi nuovi poveri non vanno confusi con gli homeless (senza tetto) che abitualmente trascorrono la notte nei sotterranei delle grandi stazioni. Sono semplicemente vittime della crisi finanziaria globale che in Giappone ha assunto un volto specifico.

    Un uomo di 69 anni, andato al "villaggio”, lavorava in una fabbrica della Nissan nei pressi di Tokyo. Ha lasciato il posto di lavoro volontariamente, per favorire i giovani. "Qualcuno doveva lasciare la ditta, ha detto. E allora io mi sono ritirato volontariamente perché si sono operai più giovani di me che devono sostenere le loro famiglie"

    Un altro lavoratore temporaneo, 39 anni, è stato licenziato a metà dicembre. "Da quel giorno – dice - ho pensato parecchie volte di suicidarmi. Ho una famiglia a Osaka ma non voglio presentarmi in questo stato". Attraverso la radio e' venuto a conoscenza del villaggio di Hibiya. "Sono molto grato verso i volontari, soprattutto perché ci parlano non per compassione ma per gentilezza".

    Suicidi e delinquenza

    Fino a 20 anni fa l’80% della popolazione giapponese apparteneva alla classe media, cioè viveva bene. Un curriculum di istruzione uniforme ma di alta qualità permetteva loro di essere assunti a tempo pieno e per tutta la vita in ditte sicure.

    Verso la fine degli anni ’80 le banche giapponesi hanno investito somme enormi in patria e all’estero senza sufficiente considerazione. Il denaro investito non è ritornato. La sconsiderata policy, detta economia “a bolla di sapone”, è scoppiata mettendo in pericolo il sistema economico della nazione. Il Giappone ha impiegato 10 anni a superare la crisi. Ne è uscito grazie all’audacia politica di Junichi Koizumi, primo ministro riformista, che ha seguito il principio del neo-liberalismo dell’ex presidente americano Ronald Reagan, poi adottato da George W. Bush: la deregolamentazione.

    La causa dell’attuale crisi economica globale, dicono i competenti, non è causata dal sistema del capitalismo che, dopo la caduta del muro di Berlino, si è diffuso un po’ dovunque producendo ricchezza, ma dalla mancanza di controllo governativo sugli enti finanziari.

    In Giappone la deregolamentazione ha avuto effetti tragici per i lavoratori temporanei che costituiscono il 30% della forza lavorativa. Il loro contratto, generalmente dura un anno e può non essere rinnovato. Da un’inchiesta del ministero del lavoro risulta che entro marzo oltre 85.000 lavoratori a tempo perderanno l’impiego; di essi 2150 diventeranno anche homeless perché i loro dormitori sono offerti dalle ditte che li assumono.

    Negli ultimi giorni del 2008, molti giapponesi affollavano aerei e treni-proiettili per recarsi ai paesi d’origine per festeggiare con i familiari il capodanno. Invece, per le strade della capitale uomini ancora in giovane età camminavano portando un sacchetto, alcuni indumenti e un po’ di yen nel portafoglio. Il denaro serviva per trascorrere la notte negli internet-caffe’. Quegli uomini si erano trovati improvvisamente senza casa e senza speranza. Sopraffatti dalla disperazione alcuni si sono suicidati, altri si sono ammalati gravemente non potendo permettersi il lusso di pagare un medico e altri sono caduti nella delinquenza. Un giovane di 28 anni brandendo un coltello ha minacciato alcuni passanti in una strada del quartiere lussuoso di Roppongi. Bloccato da un poliziotto ha detto: “Il mio contratto di lavoro è scaduto a metà di dicembre e non ho prospettive per il futuro. Sono molto frustrato: volevo solo spaventare la gente”. Due giorni dopo un altro malvivente ha ucciso un taxista tagliandoli la gola per rapinarlo del guadagno della giornata. Altri incidenti simili sono avvenuti ad Osaka e Kobe.

    In tale contesto è sorto come d’incanto il “Villaggio di Hibiya” dove medici, avvocati, sindacalisti, e cittadini comuni hanno offerto i loro servizi per salvare i nuovi “homeless” dato che in Giappone tutti gli uffici pubblici e governativi sono chiusi dal 27 dicembre al 5 gennaio.

    “Lo tsunami del credito finanziario avviene una volta in un secolo” ha detto Alan Greenspan, l’ex governatore della Banca federale degli Stati Uniti. Ma la frase sembra pericolosa perché può favorire un pessimismo fatalista, mentre l’enormità’ della crisi, esige di essere analizzata attentamente per poterla superare. Il futuro è oscuro.

    L’improvvisa caduta della Toyota, la più affermata fabbrica di automobili giapponese, e’ presa come simbolo dell’eccezionalità’ della crisi. Nel 2007 ha venduto più di 17 milioni di veicoli; l’anno scorso ha subito una perdita di 150 miliardi di yen (poco più di un miliardo di euro). La Toyota non ha fatto spericolati giochi di borsa. Il crollo dei guadagni e’ dipeso dal fatto che i suoi mercati migliori si trovano in America e in Europa. Il terremoto finanziario di Wall Street e l’apprezzamento dello yen ha bloccato le vendite.

    Gli effetti “positivi”

    Un editorialista osserva che, per quanto paradossale, la crisi ha anche notevoli aspetti positivi. Anzitutto sembra definitivamente chiusa l’era del governo del mondo da parte di una sola nazione. Gli Stati Uniti hanno mostrato di non esserne più all’altezza: pare che le conseguenze del terremoto finanziario di Wall Street siano più gravi di quelle dell’atto terroristico contro le Torri Gemelli. Da un governo del mondo unipolare si passa a un governo pluripolare. Inoltre il capitalismo sfrenato a livello globale degli ultimi vent’anni sembra sia stato colpito a morte.

    Di particolare rilevanza è la sfida che la crisi finanziaria pone al Giappone. Anch’essa e’ positiva perché lo impegna ad assumere iniziative politiche a favore di tutto il mondo

    Il quotidiano Asahi osserva che il Giappone e’ posto nella necessità di trovare soluzioni facendo appello alle sue possibilità economiche e culturali,senza continuare a dipendere dagli altri (leggi: America) come ha fatto per troppo lungo tempo. A questo riguardo l’appello gli viene dalla sua storia. Negli ultimi 150 anni il Giappone ha dovuto affrontare tre grandi crisi: quella del passaggio dal feudalesimo medievale alla modernità nella seconda metà del secolo XIX; quella del passaggio dall’imperialismo militarista alla democrazia nella seconda metà del sec. XX;. e quella dell’attuale rivoluzione finanziaria. Ha superato le prime due facendo appello alle sue potenzialità culturali.

    La terza sfida è la più difficile perché implica una coraggiosa assunzione di nuovi valori quali l’attenzione all’uomo e l’impegno per risolvere il problema dell’inquinamento ambientale a favore di tutta l’umanità’. Sono valori spirituali che noi cristiani crediamo vengono da Dio.

    Al termine di un dibattito, mandato in onda dalla rete televisiva della NHK, a una donna e a un uomo è stato chiesto di scrivere su una tavoletta una parola-simbolo per l’anno che stava per iniziare: la donna ha scritto omoyari, che significa (attenzione agli altri, simpatia) e l’uomo ha scritto kibo, che significa “speranza”.

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