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    » 16/03/2004, 00.00

    iraq

    Salviamo la rinascita di Baghdad dal pacifismo europeo cieco

    Bernardo Cervellera

    Il 20 marzo è l'anniversario della Seconda Guerra del Golfo, l'operazione che ha portato alla caduta di Saddam Hussein. Nel tentare di fare il bilancio di un anno, le immagini si accavallano: i bombardamenti notturni e diurni, le vittime civili, il ministro dell'informazione che mentiva, il castello di carte della Guardia Rivoluzionaria volato via con un soffio; la statua di Saddam che resiste a cadere; la cattura del dittatore e la sua bocca ispezionata come un antro vuoto; la lunga serie di attacchi terroristi; gli attentati all'Onu, alla Croce Rossa, ai carabinieri di Nassiriya.

    In Italia e nel mondo si discute ancora se l'invasione dell'Iraq è stata una "guerra giusta", se si deve ancora finanziare la presenza di truppe italiane in Iraq (proprio mentre altri stati stanno decidendo di entrarvi).

    Quel che fa male a noi missionari dell'Asia, è vedere che in Italia il dibattito sull'Iraq non è dettato da amore al popolo irakeno, ma da semplici interessi di bottega politica, che usano del problema Iraq per cercare di mettere in minoranza l'avversario.

    È la stessa cosa a livello mondiale, dove l'ideologia anti-americana fa criticare, per partito preso, tutto quello che Bush, l'America, i marines fanno.

    Non eravamo favorevoli alla guerra. Non per pacifismo cieco: quando in Italia vi era la valanga delle manifestazioni per la pace (ma in realtà anti-Bush e anti-Berlusconi), noi eravamo preoccupati per il popolo irakeno. E ancora oggi, per lo stesso motivo, cioè il presente e il futuro del popolo irakeno, dobbiamo ammettere che quella guerra e la presenza della Coalizione in Iraq sta facendo bene al paese. Un'inchiesta della BBC in Iraq (che pubblicheremo fra breve su AsiaNews) dice che almeno il 70% degli irakeni pensano che le cose stanno andando meglio ora che in passato; e il 56% dice che sta meglio ora che prima della guerra.

    Sulle pagine e nel sito di AsiaNews abbiamo registrato in questi mesi la rinascita economica dell'Iraq, prostrato da anni di malgoverno e di embargo. In molti luoghi del paese vi sono problemi con l'elettricità e con l'acqua. Ma non si può negare che il mercato sta crescendo. Se il telefono a Baghdad spesso non funziona, vi sono però telefonini in ogni dove; i negozi sono pieni di beni mai visti o mai permessi sotto il regime di Saddam, come le antenne satellitari. Anche i salari stanno crescendo. Un maestro di scuola adesso guadagna 50 dollari al mese, invece dei 3 dollari di prima della guerra; un dottore ne prende 300, al posto dei 4 dollari di una volta.

    Anche la Chiesa è più libera di esprimersi, di muoversi, di criticare, di esigere diritti. Il ritorno delle scuole libere – cristiane e musulmane – segna la fine di una dittatura che teneva tutti in pugno.

    Sono apparsi decine e decine di giornali che finalmente parlano di tutto, anche della politica, perché liberi dalla censura. La gente critica anche gli americani perché non ha più paura di essere torturata o uccisa. Perfino le manifestazioni di protesta sono un segno di novità in un paese che per più di 20 anni è stato strozzato in un pugno di ferro che nessuno denunciava.

    Al momento in cui scriviamo è stata appena firmata la bozza di costituzione che dovrebbe integrare democrazia e tradizioni tribali; ispirazione all'islam (religione della stragrande maggioranza degli irakeni) e laicità; unità del paese e federalismo. Il fatto che nel dibattito sulla nuova costituzione le donne e i cristiani abbiano combattuto per vedere riconosciuti i loro diritti è già un segno che i diritti dell'uomo e delle donne, la libertà di religione possono abitare anche in ambiente musulmano.

    Certo, vi sono ancora attacchi terroristi: soldati stranieri uccisi, ma soprattutto civili. Ma chi pensa di coronare come "resistenti" quelli che muovono le file del terrorismo, dovrebbe dirlo al prof. Raied Jewad, studioso a Cambridge, che ritornando in Iraq alcuni mesi fa, dopo 23 anni di esilio, ha avuto i parenti uccisi in un ristorante "Questa non è resistenza – dice in un rapporto. Chiamarla così è un insulto al popolo irakeno. Come può un popolo 'resistere' all'occupazione uccidendo la propria gente e facendo scoppiare bombe lungo la strada, vicino alle moschee, distruggendo personale dell'Onu, della Croce Rossa? Una vera resistenza del popolo irakeno non sarebbe condotta in questo modo così patetico e codardo".

    La presenza della Coalizione sta facendo bene anche al Medio Oriente. L'idea di portare la democrazia nel mondo arabo sta guadagnando punti in una regione che conosce solo dittature personali o di famiglia, che nascondono dietro la posa islamica una barbarie contro l'uomo e la libertà. In Arabia Saudita le pressioni sul sistema di governo sono ormai innumerevoli. Persino le donne chiedono con insistenza i loro diritti. In Iran, anche se i conservatori hanno vinto le elezioni, non vi è mai stata una sfida così aperta al potere degli ayatollah. Negli emirati arabi si torna a parlare di libertà di religione e di parlamento. In Siria 1000 intellettuali chiedono le riforme politiche e – caso unico nella dittatura degli Assad – non vengono arrestati. Perfino il conflitto israelo-palestinese ha trovato dei paladini (Yossi Beilin, ex Ministro di Giustizia israeliano  e Yasser Abed Rabu, politico palestinese, autori di una bozza di trattato di pace) che sono più ascoltati – e credibili -  dello stesso Sharon e Arafat.

    Dal Medio Oriente e dall'Iraq in particolare viene la richiesta di lavorare per un mondo dove i diritti umani siano rispettati e messi al posto d'onore nel rapporto con le nazioni. E questo proprio mentre l'Europa sembra dire addio a ogni criterio ideale, per vivere – o sopravvivere – di commerci e ideologie pacifiste a fiato corto.

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