20/07/2016, 13.03
COREA

“No al sistema anti-missile Thaad”: i vescovi non vogliono che la Corea sia “il centro di una nuova guerra fredda”

In un documento firmato dai presidenti della Commissione per la riconciliazione e di Giustizia e pace, si boccia l’escalation militare e si ribadisce che la via della pace sta nel dialogo e nella promozione dello sviluppo anche economico delle due parti della penisola. Il ricordo delle parole di papa Francesco alla Casa blu.

Seoul (AsiaNews) – La Chiesa coreana si preoccupa che la penisola possa diventare “il centro di una nuova guerra fredda” se il governo di Seoul, in collaborazione con gli Stati Uniti, porterà avanti il progetto della Thaad (Terminal High Altitude Area Defense), il sistema anti-missili a corto e medio raggio, varato la scorsa settimana.

In un documento diffuso alcuni giorni fa – con la data del 15 luglio – i vescovi ribadiscono che “la pace non si realizza mai con il potere delle armi, ma attraverso la fiducia”. Il testo porta la firma di mons. Pietro Lee Ki-heon, presidente della Commissione episcopale per la riconciliazione (delle due Coree), e di mons. Lazzaro You Heung-sik, presidente di Giustizia e pace.

Il documento cita con ampiezza frasi della Pacem in Terris, l’enciclica di Giovanni XXIII, quali “la pace non può essere costruita mai attraverso l’equilibrio del potere delle armi, realizza attraverso la fiducia mutua” (cfr. Pacem in Terris, 110, 113). Cita anche il documento conciliare Gaudium et Spes (“La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse”, GS, 78) per affermare la sua opposizione al varo del sistema Thaad che rischia di far diventare la penisola coreana “il centro di una nuova guerra fredda” e incrementare la situazione che papa Francesco ha definito come “una Terza guerra mondiale a pezzi”.

I vescovi citano anche il discorso di papa Francesco alla Casa blu (il palazzo presidenziale a Seoul), durante la sua visita in Corea nel 2014. “La diplomazia come arte del possibile, – aveva detto il pontefice -  è basata sulla ferma e perseverante convinzione che la pace può essere raggiunta mediante il dialogo e l’ascolto attento e discreto, piuttosto che attraverso reciproche recriminazioni, critiche inutili e dimostrazioni di forza”.

Per questo i pastori chiedono a Seoul di fermare il progetto Thaad e a Pyongyang di fermare i progetti di arricchimento nucleare.

I vescovi fanno anche notare che “la competizione” nella escalation militare “porta grandi pericoli all’umanità”, e crea “sofferenze economiche fra i poveri”.

I due prelati presidenti ricordano come elemento negativo la chiusura del complesso industriale di Kaesong, che portava benessere a entrambi i poli della penisola e a tutto il popolo coreano e si preoccupano della “influenza negativa sull’economia” che potrà portare il progetto della Thaad.

Per questo i vescovi chiedono al governo di Seoul di “far diventare la Corea un Paese in cui si può trovare la riconciliazione e la vita nella cooperazione, non un Paese pericoloso, in cui si scontrano le potenze degli Stati”. La strada - essi scrivono - non è quella della “pressione militare”, ma quella del “dialogo”, della “riconciliazione e della cooperazione”.

E poiché “lo sviluppo è il nuovo nome della Pace” (Populorum Progressio, 76)”, solo lo sviluppo, “può portarci la pace vera”. A parere dei vescovi, “la realizzazione della pace sarà molto difficile, se la situazione economica e politica diventerà peggiore a causa delle tensioni internazionali”.

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