19/11/2019, 11.08
SIRIA
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Aleppo, Maristi blu: carità cristiana vera ‘fonte di pace’ per sanare le ferite della guerra

di Nabil Antaki*

I religiosi raccontano di una crisi economica “molto forte”, un alto tasso di disoccupazione, povertà e un costo della vita vertiginoso. Le violenze legate all’offensiva turca nel nord-est parte “di un copione già scritto”. Le iniziative promosse dai cristiani per far fronte agli enormi bisogni. La guerra sembra finire, ma la pace è ancora lontana. 

Aleppo (AsiaNews) - Il ritiro delle truppe americane, l’offensiva dei turchi e le nuove violenze che hanno generato sembravano “parte di un copione già scritto in precedenza”, che ha garantito vantaggi a ciascuno degli attori coinvolti. In questo contesto di violenze, le iniziative di aiuto e solidarietà dei cristiani rappresentano la vera “fonte di pace”, anche se “quello che facciamo è solo una goccia nel mare del bisogno”. È quanto raccontano i Maristi blu, nella 37ma Lettera da Aleppo diffusa in questi giorni, in cui emerge una realtà di estremo bisogno a fronte di aiuti e risorse che si fanno sempre più limitate. “La crisi economica - sottolineano - è molto forte, il tasso di disoccupazione impressionante, il costo della vita vertiginoso, l’inflazione galoppante e la povertà in continua crescita”.
Ecco, di seguito, un’ampia sintesi della testimonianza. Traduzione dal francese a cura di AsiaNews:

Da circa un anno e mezzo, in Siria non vi sono più veri combattimenti. Viviamo in uno stato di “né guerra, né pace”, condizione che si ripete da tempo. Lo Stato siriano controlla circa il 70% del territorio, fra cui le principali città. Tuttavia, restano ancora tre zone occupate, da liberare o in cui la situazione è congelata.

Una gran parte del nord-est della Siria, una striscia pari a circa il 25% del territorio, con la Turchia a nord e l’Iraq a est (e al cui interno sono racchiusi i principali campi petroliferi) era occupato dalle milizie curde Ypg, sostenute da americani (e francesi). Formate da siriani di etnia curda, queste milizie volevano approfittare del caos della guerra per fondare un Kurdistan siriano o, quantomeno, una regione autonoma. 

Un’altra piccola parte della Siria, al nord-ovest (la regione di Afrin) è anch’essa abitata da siriani di origine curda ed è stata occupata dall’esercito turco nel gennaio 2018, spingendo all’esodo circa 140mila persone. Infine, la provincia di Idlib è da diversi anni nelle mani dei fondamentalisti islamici legati al Fronte di al-Nusra, al cui interno vi sono decine di migliaia di miliziani e terroristi stranieri. 

Sul fronte politico, i colloqui [Onu] di Ginevra sono morti da tempo, rimpiazzati dai vertici di Astana e Sochi sotto l’egida di Russia, Turchia e Iran.

In questo contesto, il 9 ottobre scorso il presidente Trump ha annunciato la ritirata delle truppe Usa dalla Siria (in realtà, i militari non hanno fatto altro che ripiegare un pò più a sud), spianando la strada alla Turchia che ha promosso la sua operazione “Fonte di pace” (sic!). L’operazione militare sul terreno è stata preceduta da raid aerei sulle principali città: Qamishli, Derbasiye, Ras al-Ayn, Ain Arab, tutti centri abitati da curdi, cristiani e musulmani siriani. Ciò ha provocato un esodo massiccio verso altre città della regione. 

Dopo cinque giorni di combattimenti, Russia e Turchia hanno negoziato il cessate il fuoco e da quel momento la situazione è di nuovo congelata. Ogni cosa è successa come fosse parte di un copione già scritto in precedenza. I turchi hanno avuto la loro zona cuscinetto di 35 km in territorio siriano; lo Stato siriano ha recuperato una gran parte del territorio che ancora mancava senza nemmeno combattere; i russi hanno ribadito la loro considerevole influenza; gli americani mantengono ancora oggi il controllo dei pozzi di petrolio siriani e si sono riconciliati con la Turchia. 

Per quanto concerne la regione di Idlib, l’esercito siriano ha lanciato numerose offensive per liberare il territorio dagli estremisti islamici ma, a ogni tentativo, si è dovuto fermare a causa delle pressioni delle potenze occidentali. Ciononostante, nell’ultima di queste offensive i ribelli armati sono dovuti arretrare di 10 km verso nord, uscendo dal raggio di tiro di due cittadine cristiane della regione di Hama, Mhardé e Squelbiyé. Queste ultime sono state bombardate a più riprese negli ultimi due anni dai terroristi di Idlib e hanno subito diversi assedi. Bisognava vedere la gioia dei loro abitanti per le vie e le piazze, il loro sollievo appena udita la notizia. 

Purtroppo però anche per i cristiani le violenze non sembrano finire ed è grande il loro dolore. Lo scorso 11 novembre un sacerdote cattolico di Qamishli, e il padre, sono stati assassinati mentre si recavano a Deir el-Zor per sostenere il loro gregge. Il giorno stesso due autobombe sono esplose nei pressi della chiesa caldea di Qamishli. 

Ad Aleppo la situazione è stabile. I servizi essenziali sono assicurati, l’acqua è disponibile cinque giorni a settimana e l’elettricità 18 ore al giorno. L’università e le scuole funzionano normalmente. I gruppi armati ribelli, stanziati nella periferia occidentale, continuano a lanciare di tanto in tanto dei razzi sulla città. Di recente, un missile è caduto a 200 metri di distanza dall’ospedale san Luigi e dal mio ufficio, provocando la morte di una persona e diversi feriti. La crisi economica è molto forte, il tasso di disoccupazione impressionante, il costo della vita vertiginoso, l’inflazione galoppante e la povertà in continua crescita. 

In un mare di bisogni e necessità, noi Maristi Blu continuiamo i nostri progetti di aiuto e sostegno alle famiglie povere o sfollate, anche se le difficoltà finanziarie e il reperimento di fondi si fa sempre più difficile. Ci stiamo occupando del campo profughi “Shabba” ad Afrin, a dispetto dei pericoli. Esso si trova a 55 km da Aleppo e soli 3 dalle linee turche. Spesso cadono missili nelle vicinanze, ma questo non ci impedisce di andare e distribuire viveri. Il nostro impegno è quello di dare una possibilità alle famiglie di vivere e crescere. “Goccia di latte” distribuisce latte a 2900 bambini con meno di 11 anni; almeno 200 famiglie ricevono contributi per vivere dentro appartamenti provvisori, in attesa di tornare nelle loro case; il programma medico fornisce assistenza sanitaria o chirurgica a 150 malati al mese. E poi le sessioni di formazione e percorsi professionali per uomini e donne, cui si aggiunge il progetto “Hope” per l’insegnamento di una lingua straniera. 

Grazie all’impegno continuo e infaticabile di 85 fra impiegati e volontari, siamo al servizio delle famiglie povere o di sfollati di Aleppo. Cristiani [e musulmani] che guardano a noi come una vera “Fonte di pace”, anche se quello che facciamo è solo una goccia nel mare del bisogno. E se la guerra sembra sul punto di finire, l’appuntamento con la pace è ancora lontano. 

* Medico di Aleppo e membro laico dell’ordine dei frati Maristi blu

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