27/01/2026, 13.02
CAMBOGIA-THAILANDIA-CINA
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Phnom Penh ratifica il trattato sul diritto del mare (pensando a Bangkok)

Il voto per l'adesione all'Unclos arriva dopo quarant'anni di rinvii e guarda a un nuovo fronte con la Thailandia riguardo ai giacimenti contesi al largo dell'isola di Koh Kood. Nel 2001 Thaksin Shinawatra aveva firmato un accordo con Hun Sen per uno sfruttamento comune mai realizzato e oggi contestato a Bangkok. L'intereccio con l'arbitrato del 2016 sulla "linea dei nove tratti" attraverso cui Pechino rivendica ampie aree del Mar Cinese Meridionale.

Milano (AsiaNews/Agenzie) - Dopo un’attesa durata più di quarant’anni, Phnom Penh ha deciso in questi giorni di ratificare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), il trattato concluso nel 1982 sotto l’egida dell’Onu che fissa un regime globale di leggi sugli oceani e i mari, disciplinando le acque territoriali e l'uso delle risorse. Pur avendolo firmato nel 1983, la Cambogia restava l’unico Paese dell’Asean a non averlo mai ratificato. Ora, invece, il 16 gennaio la quinta sessione dell’Assemblea nazionale di Phnom Penh ha votato un provvedimento in questo senso e presto arriverà anche il sì del Senato.

Non è difficile vedere in questa svolta un effetto collaterale dello scontro con la Thailandia, che ha visto i due eserciti fronteggiarsi negli ultimi mesi sulla questione delle aree di confine, cavalcata da entrambe le parti per dinamiche nazionaliste. L’ultima fiammata di combattimenti - che ha provocato decine di vittime su entrambi i fronti - è stata fermata da un cessate il fuoco raggiunto il 27 dicembre scorso. Ma migliaia di persone restano comunque sfollate nelle aree interessate dal conflitto e il negoziato politico tra Bangkok e Phnom Penh fatica a partire davvero, anche perché si intreccia con la campagna per le elezioni in programma in Thailandia l’8 febbraio.

In questo quadro la scelta della Cambogia di ratificare l’Unclos appare come un ulteriore tentativo di internazionalizzare la crisi, guardando al mare che è un altro ambito su cui esistono questioni aperte tra i due Paesi. Già durante i giorni più caldi dei combattimenti si era parlato della possibilità che la marina thailandese chiudesse il Golfo di Thailandia, interrompendo le linee di comunicazione marittime della Cambogia, un’ipotesi che Bangkok aveva smentito.

Ma la questione è ben più ampia e nasce dal fatto che il trattato franco-siamese del 1907 non definiva alcun confine marittimo tra l’allora Siam e la Cambogia. Così storicamente entrambi i Paesi avanzano rivendicazioni sull’isola di Koh Kood (che si trova sotto la sovranità della Thailandia) e - soprattutto – su circa 26mila chilometri quadrati di acque circostanti in una zona che secondo i rilievi potrebbe essere sfruttata per impianti petroliferi off-shore. Nel 2001 l’allora governo thailandese di Thaksin Shinawatra, in buoni rapporti con il leader cambogiano Hun Sen, aveva provato a risolvere la questione attraverso un accordo - il Memorandum of Understanding 44 – che prefigurava uno sfruttamento comune dei giacimenti da parte dei due Paesi. Ma quell’intesa è rimasta lettera morta. E ora in Thailandia gli ambienti nazionalisti premono in maniera sempre più insistente per la sua revoca.

Di qui, dunque, il passo di Phnom Penh che sa benissimo di non poter competere con la marina thailandese e prova dunque a giocare la carta dell’Unclos per salvaguardare quelli che ritiene essere i propri diritti.

Ma la vicenda ha anche un altro risvolto importante: il tema delle Zone economiche esclusive è una questione incandescente nel vicino Mar Cinese Meridionale, per la posizione unilaterale della Cina che applica il suo confine marittimo unilaterale, la cosiddetta “linea dei nove tratti” che è alla base del contenzioso con le Filippine e che ha visto negli ultimi tempi numerose prove di forza in mare. Pechino, però, rivendica come propri anche isole, atolli e zone off-shore che si trovano entro Zone economiche esclusive di Vietnam, Malaysia e Brunei (oltre che al largo dell’”isola ribelle” di Taiwan). Questi Paesi si erano appellati proprio all’Unclos per un arbitrato che nel 2016 ha stabilito che la “linea dei nove tratti” adottata da Pechino non ha alcun fondamento giuridico. La Repubblica popolare cinese - pur avendo ratificato l'Unclos nel 1996 e avendo anche in questi giorni ribadito a parole il suo sostegno al multilateralismo - non ha però mai riconosciuto questa sentenza e continua ad agire seguendo quelli che ritiene essere i propri confini marittimi.

Finora all’interno dell’Asean la Cambogia aveva giocato di sponda con Pechino utilizzando la sua mancata ratifica dell’Unclos per bloccare qualsiasi presa di posizione comune riguardo all’arbitrato del 2016. Ora però - proprio mentre le Filippine hanno la presidenza dell’organismo che riunisce i Paesi del Sud-est asiatico - sarà più difficile per Phnom Penh rinnegare un atto di un organismo a cui intende appellarsi per risolvere il suo contenzioso con la Thailandia.

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