27/01/2026, 14.24
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Dal presidente al premier, in gioco il futuro dell’Iraq ostaggio di Usa e Iran

di Dario Salvi

Le milizie sciite filo-Teheran di Kataib Hezbollah minacciano la “guerra totale” per l’arrivo della portaerei Usa nell’area. Rinviata l’elezione del successore di Abdul Latif Rashid, ricordato per il duro scontro col patriarca caldeo con il ritiro del decreto presidenziale. Alla guida del governo dovrebbe tornare la figura ingombrante di al-Maliki. Card. Sako: tre giorni di digiuno e preghiera per il Paese. 

Milano (AsiaNews) - La scelta del nuovo presidente, che si lega a doppio filo alla nomina del primo ministro col possibile ritorno alla guida del Paese del politico di lungo corso Nuri al-Maliki. E ancora, le minacce del più importante gruppo militante sciita filo-iraniano, che parla di “guerra totale” dopo l’invio di Washington nella regione mediorientale della portaerei USS Abraham Lincoln, segnale di un possibile (nuovo) attacco a Teheran. Una situazione di grande tensione e incertezza, a fronte della quale la Chiesa caldea e il suo patriarca, il card. Louis Rapahel Sako, richiamano alla preghiera e al digiuno per scongiurare il pericolo di una nuova deriva violenta, foriera di ulteriori conflitti e devastazioni per la popolazione.

Un timore tutt’altro che secondario, anche per quanto sta accadendo negli altri Paesi a partire dalla Siria, dove le autorità di Damasco hanno ingaggiato duri scontri con il fronte curdo che potrebbe avere ripercussioni anche in Iraq. A ciò si aggiunge la scelta, quantomeno controversa, degli Stati Uniti di trasferire circa 150 prigionieri dello Stato islamico (SI, ex Isis) da Hassaké, in Siria, in una “struttura sicura” oltre-frontiera in Iraq, nel novero di un’operazione che potrebbe coinvolgere fino a 7mila combattenti del “califfato”. Mossa che rischia di riaprire vecchie ferite in una nazione che, sinora, non è riuscita ad archiviare drammi e devastazioni del dominio jihadista nel nord, a Mosul e nella piana di Ninive fra il 2014 e il 2017. E che, anche negli anni successivi, ha registrato focolai di tensione legati al fondamentalismo islamico mai del tutto sopiti. 

La “guerra totale” di Kataib Hezbollah

Il primo livello di attenzione - e preoccupazione - riguarda lo scenario regionale, soprattutto le implicazioni delle proteste in Iran e il rischio di un intervento statunitense (e israeliano) contro i vertici della Repubblica islamica, con le inevitabili ripercussioni per Baghdad. L’Iraq è da anni al centro di una lotta di potere fra Washington e Teheran, che attraverso forza militare, politica - soprattutto col ritorno di al-Maliki, considerato vicino agli Usa pur rivendicando “amicizia, ma anche autonomia - e milizie “proxy” influenzano la vita del Paese arabo. In questa partita di alleanze e sfere di influenza si registra l’intervento del gruppo militante iracheno Kataib Hezbollah, il quale ha detto di prepararsi ad una “guerra totale” in concomitanza con l’arrivo della portaerei statunitense, che ha messo le forze americane a “portata d’assalto” dell’Iran.

La nuova dichiarazione di Kataib Hezbollah è firmata da al-Hamidawi, che è stato rieletto come leader nel 2022 ed è conosciuto col nome di battaglia di Ahmad Mohsen Faraj al-Hamidawi. Il segretario generale dei combattenti filo-iraniani ha poi avvertito che qualsiasi conflitto con Teheran “non sarà facile”, minacciando gli avversari perché, in caso di scontro, avrebbero “affrontato gravi conseguenze”. Egli si è poi rivolto ai propri miliziani, esortandoli a essere sempre “pronti sul campo”. “Rivolgiamo il nostro invito - ha proseguito - ai nostri fratelli mujahideen ... per prepararsi a una guerra totale a sostegno della Repubblica islamica dell’Iran” ha aggiunto. Parole di guerra che provengono da una delle fazioni più vicine alla Repubblica islamica e ai Pasdaran, in tutto simile ai “fratelli” Hezbollah libanesi che, come loro, possono disporre di una nutrita riserva di armi.

La dichiarazione lanciata ieri è solo l’ultimo esempio di come le milizie sostenute da Teheran in Iraq continuino a minacciare Israele, gli Stati Uniti e la regione. Negli ultimi giorni, questi gruppi si sono schierati al confine siriano, sostenendo di aiutare il governo centrale di Baghdad a proteggere la frontiera da possibili intrusioni. Gli Stati Uniti hanno ucciso il leader di Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis, nel 2020. Muhandis stava viaggiando nello stesso veicolo a bordo del quale vi era il comandante delle Force Quds iraniane Qasem Soleimani, colpito a morte da un drone. Intanto le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno detto di essere in allerta e pronte per “qualsiasi tipo di scenario”, in un crescendo di tensioni.

Nuovo presidente e ritorno di al-Maliki

Intanto la scena politica e istituzionale è dominata da due passaggi cruciali per il futuro della nazione: la scelta del nuovo presidente, che dovrebbe archiviare il mandato di Abdul Latif Rashid, protagonista, fra gli altri, del durissimo scontro col primate caldeo innescato dalla controversa decisione di ritirare il decreto presidenziale, unita alla nomina del nuovo primo ministro. Almeno la prima, secondo la Costituzione, sarebbe dovuta giungere entro il 29 gennaio ma, proprio questa mattina, il Consiglio dei Rappresentanti dell’Iraq (l’Assemblea mono-camerale che guida il Paese) ha approvato il rinvio della sessione dedicata all’elezione del nuovo presidente. Una decisione, spiega il presidente del Parlamento Haibat al-Halbousi, che segue la richiesta del Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e dall’Unione patriottica del Kurdistan (Puk), le due principali fazioni curde, di un rinvio. Il voto slitta “a data da destinarsi” anche se, con tutta probabilità, la prossima riunione sarà prevista per il primo di febbraio quando le due principali fazioni in gioco nella scelta del presidente (che per Costituzione è di etnia curda) avranno raggiunto un’intesa. 

Il vice-presidente Farhad Atroushi ha confermato la sospensione della sessione parlamentare di questa mattina, citando il mancato rispetto del quorum legale richiesto per il voto. Un ritardo di qualche giorno, come richiesto prima della riunione di oggi da Kdp e Puk, per concedere ulteriore margine di tempo e di manovra, in un quadro di interessi e alleanze assai precario. Tuttavia, la scelta di posticipare il voto ha sollevato più di un malumore e perplessità fra quanti temono ritardi a cascata sui tempi della nomina del prossimo primo ministro e del governo, che rischiano di minare la stabilità politica e la continuità istituzionale in Iraq. Archiviato il mandato - non senza ombre e scontri - di Rashid, ora i due nomi in lizza per la successione dovrebbero essere quelli del candidato Kdp Fuad Hussein e del rivale Puk Nizar Amedi.

Alla nomina del presidente seguirà poi l’indicazione - fra i suoi primi incarichi formali - della personalità cui affidare l’incarico di formare il nuovo governo. E secondo diversi analisti il compito sarà affidato al politico di lungo corso ed ex primo ministro Nouri al-Maliki come indicato dall’alleanza sciita Coordination Framework (blocco di maggioranza all’Assemblea), scelta che non mancherà di sollevare contrasti e divisioni. Difatti, in gioco non vi è solo la formazione del prossimo esecutivo ma, più in generale, il posizionamento dell’Iraq in mezzo a una crescente rivalità fra Stati Uniti e Iran, fragili relazioni sunnite-sciite e una leadership curda che favorisce la prevedibilità rispetto alla sperimentazione. In una nota il Quadro di coordinamento afferma che al-Maliki - già premier dalla fine del 2005 al 2014 - è stato scelto “in base alla sua esperienza politica e amministrativa e al suo ruolo nella gestione dello Stato”. Egli si era dimesso in seguito all’ascesa dell’Isis, pur rimanendo sempre un attore politico influente nel panorama settario e confessionale del Paese arabo. Esperti e studiosi sottolineano che, mentre Washington e Teheran spingono in direzioni opposte - e le fazioni irachene alternano principi e pragmatismo - la questione non è se al-Maliki possa tornare, ma se l’Iraq può assorbire quel ritorno senza riaprire le ferite del passato.

Chiesa caldea digiuna per la pace

In questo quadro di tensioni e incertezze per il futuro, la Chiesa caldea ha lanciato un appello ai fedeli invitandoli ad una tre giorni di digiuno e preghiera in programma dal 26 al 28 gennaio “per la pace nella regione”. In questi giorni lo stesso primate caldeo, il card. Louis Raphael Sako, ha pubblicato sul sito del patriarcato un appello in cui sottolinea la “grande preoccupazione” per le “allarmanti notizie” che provengono da diverse aree del Medio oriente. Nella regione, afferma il porporato nella nota inviata per conoscenza ad AsiaNews, si assiste a una “escalation di conflitti, militarizzazione, polarizzazione e declino della stabilità”. Da qui la richiesta ai vertici del Paese e alla popolazione, cristiani e musulmani, di adottare “misure concrete” per promuovere “la pace e l’armonia” risparmiando alle nazioni dell’area “ulteriori calamità”. 

In primis, il porporato esorta le Nazioni Unite ad “assumersi la responsabilità di affrontare i conflitti e raggiungere la pace attraverso il dialogo, al fine di preservare la sovranità dei paesi e i diritti dei loro cittadini”. Inoltre, i governi locali devono “analizzare attentamente la situazione e assumersi la responsabilità diretta di proteggere la nazione e garantire libertà, dignità e un tenore di vita dignitoso a tutti i cittadini”. Infine, per quanto riguarda l’Iraq nello specifico “è giunto il momento di attuare riforme passando dagli slogan ai fatti, affidando allo Stato il monopolio delle armi e contrastando con decisione la corruzione. Il criterio per costruire uno Stato - avverte - è il principio di cittadinanza, competenza e adesione a politiche etiche”. Sul piano della fede, il card. Sako ricorda come “la religione è una questione personale, mentre gli affari pubblici dovrebbero basarsi su competenza e capacità”. E al nuovo governo, conclude, spetterà il compito di assicurare “l’uguaglianza” fra persone, rispettando e accogliendo al tempo stesso “la diversità religiosa ed etnica” poiché rappresenta una risorsa. ”Deve inoltre impegnarsi sinceramente - conclude - per cambiare il discorso nei media, moschee e chiese e migliorare i programmi educativi nelle scuole”.

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