10/12/2019, 09.00
KAZAKHSTAN – CINA
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Attivisti contro la deportazione di due kazaki, vittime dei ‘campi di rieducazione’ nel Xinjiang

Murager Alimuly e Qaster Musakhanuly hanno ottenuto l’asilo politico ma rischiano di essere rimandati in Cina. I kazaki sono il secondo gruppo etnico turcofono e di religione musulmana della regione autonoma cinese.

Nur-Sultan (AsiaNews/Agenzie) – Alcuni attivisti del Kazakhstan chiedono che le autorità del Paese dell’Asia centrale sospendano la deportazione di due uomini di origini kazake. Essi sono stati arrestati con l’accusa di aver attraversato in maniera illegale il confine con la Cina. Entrambi fuggivano dalle persecuzioni nella regione autonoma del Xinjang, e uno dei due è stato detenuto per diversi anni in quelli che Pechino chiama “centri di formazione”, ma che in realtà sono dei veri e propri lager per neutralizzare le minoranze etniche e religiose.

I due uomini di origini kazake sono Murager Alimuly e Qaster Musakhanuly. Al momento si trovano in carcere in attesa di processo. Arrestati per aver attraversato la frontiera, da ottobre gli è stato riconosciuto l’asilo politico. Secondo gli attivisti che ne chiedono la liberazione, i prigionieri “di certo” saranno sottoposti a tortura e potrebbero morire se dovessero venire riconsegnati alla Cina.

Gli attivisti fanno parte di un movimento che si autodefinisce “iniziatori del futuro Partito democratico del Kazakhstan”. Il loro obiettivo è rendere effettivo “il compito del Paese di proteggere i diritti dei cittadini kazakhi in tutto il mondo”.

Nella regione cinese del Xinjiang, i kazaki rappresentano il secondo gruppo etnico più numeroso dopo quello degli uiguri. Il territorio autonomo ospita anche un buon numero kirgizi, tagiki e hui. Per tutte queste minoranze etniche turcofone, la religione predominante è l’islam. Pechino le accusa di separatismo e di terrorismo, giustificando un’aspra politica di controllo militare

A più riprese l’Onu ha chiesto di poter visitare lo Xinjiang per verificare gli abusi contro i detenuti, in particolari gli uiguri. La Cina è accusata di aver rinchiuso contro la loro volontà almeno un milione di loro, sottoposti a lavaggio del cervello per indebolire il loro attaccamento alla fede islamica, considerata una “radicalizzazione”. Contro le testimonianze di molti sopravvissuti, il Partito comunista ha sempre sostenuto che i campi sono soltanto dei “centri di formazione professionale”.

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