19/05/2020, 13.02
ISRAELE - PALESTINA
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Attivisti israeliani: al-'Esawiyah esempio ‘estremo’ della politica di occupazione

In un rapporto pubblicato oggi da B’Tselem emerge l’obiettivo di massima espansione a dispetto delle conseguenze “durissime” per i palestinesi. Gli abitanti dell’area considerati come “oggetti”. I raid mirati della polizia per giustificare la repressione nel contesto di una “campagna di abusi e punizioni collettive”. Ha giurato il nuovo esecutivo pro-annessione.

Gerusalemme (AsiaNews) - Il villaggio palestinese di al-'Esawiyah, situato nei pressi di Gerusalemme est, è un esempio “estremo” della politica di Israele verso il settore orientale - occupato - della città santa. Al suo interno i residenti (palestinesi) sono considerati alla stregua di “oggetti” e trattati “a piacimento”. È quanto emerge da un rapporto pubblicato oggi dall’ong israeliana B’Tselem, che si batte contro l’occupazione, secondo cui il governo israeliano intende “espropriare quanta più terra possibile” ed “espandere il controllo”, ignorando le “conseguenze durissime” sugli abitanti. Fra queste vi sono fenomeni crescenti di “estrema povertà, condizioni di insopportabile sovraffollamento e un caos pianificato”. 

Situato nell’area del monte Scopus, il sobborgo di al-'Esawiyah è stata a lungo zona smilitarizzata all’interno del territorio giordano, con una popolazione di 12mila abitanti nel 2006. L’occupazione dell’esercito israeliano risale alla Guerra dei sei giorni del 1967, insieme alle altre aree di Gerusalemme est. Oggi il villaggio è sotto la giurisdizione della municipalità della città santa, sebbene i suoi abitanti abbiano diritto di voto nelle elezioni dell’Autorità palestinese. 

Alla vigilia della “Giornata di Gerusalemme”, in programma il 21 maggio, gli attivisti anti-occupazione hanno diffuso un nuovo rapporto intitolato “Questa è Gerusalemme: Violenza ed espropri ad al-'Esawiyah“, a 53 anni dall’annessione del settore orientale. Nell’ultimo anno la zona è diventata un terreno di conflitto, a causa di ripetute operazioni della polizia con la stella di David contro i residenti. Da gennaio 300 abitanti sono rimasti feriti negli scontri con le forze dell’ordine e dall’inizio di maggio si sono registrati 850 arresi, la maggior parte dei quali minorenni. 

Secondo quanto emerge dal rapporto, dal 1967 Israele ha espropriato il 90% dei terreni del villaggio e negato agli abitanti una delle principali fonti di ricchezza, favorendo l’espansione della popolazione ebraica. Il comune di Gerusalemme non ha mai elaborato negli anni le linee guida per consentire agli abitanti di costruire le abitazioni e le infrastrutture; oltre la metà delle case (duemila circa in totale) sono state costruite in modo illegale e sono a costante rischio demolizione o di pesanti multe per ottenere la sanatoria. 

A questo si unisce la “campagna di abusi e punizioni collettive” promosse dalle forze dell’ordine, che entrano nel territorio senza alcun motivo in assetto anti-sommossa per aggredire la popolazione dell’area. “Furgoni, jeep e droni - si legge nel rapporto - penetrano e creano in modo intenzionale occasioni di ‘scontro’ che finiscono per stravolgere la vita quotidiana e innescano la reazione dei residenti”. Si tratta di “aggressioni” lanciate per giustificare le successive operazioni di repressione, in risposta al lancio di razzi, bottiglie Molotov e fuochi d’artificio.  

La situazione, avvertono gli esperti, è destinata a peggiorare se verranno perseguite le politiche di annessione annunciate dal nascituro governo israeliano. Il 17 maggio scorso il nuovo “esecutivo di emergenza” ha giurato, sancendo così l’inizio della doppia leadership Benjamin Netanyahu (la destra del Likud) e il movimento centrista Blu Bianco di Benny Gantz. Un esecutivo “monstre” con 36 ministri e circa 15 vice-ministri, che rappresenta un record nella storia recente del Paese. Tra gli impegni assunti quello di avviare l’annessione - con il benestare di Washington nel contesto del cosiddetto “Accordo del secolo” - di blocchi di colonie israeliane e della Valle del Giordano, pari a un terzo della Cisgiordania. 

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