19/09/2017, 08.58
MYANMAR
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Aung San Suu Kyi: Il Myanmar non teme inchieste internazionali sui Rohingya

Nel suo primo discorso pubblico sulla crisi del Rakhine, la leader democratica promette di perseguire “tutte le violazioni ai diritti umani e la violenza fuorilegge” e il ritorno dei fuggitivi. Dal 5 settembre non vi sono conflitti.

Yangon (AsiaNews) - Il Myanmar non teme una “inchiesta internazionale” sulle violenze nel Rakhine contro i Rohingya. Lo ha affermato la leader birmana Aung San Suu Kyi in un atteso discorso televisivo quest’oggi a Nay Pyi Taw.

Personalità internazionali hanno criticato il premio Nobel per la pace per aver taciuto sulle violenze che avvengono contro la minoranza islamica del suo Paese ad opera dell’esercito birmano. Il suo discorso di oggi è il primo dallo scoppio della crisi, sebbene ella abbia dichiarato in queste settimane che sul conflitto grava un “enorme iceberg di disinformazione”.

Dal 25 agosto, dopo alcuni attacchi alle forze armate da parte di militanti Rohingya, l’esercito ha risposto con una dura campagna che ha fatto centinaia di morti e spinto più di 400mila Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh.

La “Signora” non ha condannato in modo diretto i militari, ma ha detto che dal 5 settembre “non vi sono scontri armati e non vi sono operazioni di pulizia” nel territorio. L’Onu ha invece condannato le operazioni come una “pulizia etnica”.

“Noi - ha detto - non vogliamo che il Myanmar sia una nazione divisa sul credo religioso o sull’etnia… noi abbiamo tutti diritto a mantenere le nostre diverse identità”.

“Noi condanniamo tutte le violazioni ai diritti umani e la violenza fuorilegge. Siamo impegnati alla restaurazione della pace e della stabilità e dello stato di diritto”.

Esprimendo sofferenza e partecipazione per “tutte le persone che rimangono inglobate nel conflitto”, ella ha dichiarato che “le violazioni ai diritti umani e tutti gli altri atti che feriscono la stabilità e l’armonia e minano lo stato di diritto saranno affrontate in modo netto secondo la legge e la giustizia”.

Da quando nel 2015, nel Paese è emersa una fragile democrazia, Aung San Suu Kyi è bandita dalla presidenza, ma è consigliere di Stato e ministro degli esteri. Il potere economico e militare rimane però sempre nelle mani dei generali delle forze armate. Secondo alcuni analisti, il conflitto nel Rakhine è stato provocato ad arte per far fallire i tentativi di Aung San Suu Kyi nel riconciliare tutta la nazione. Allo stesso tempo, vi sono sospetti che la crisi Rohingya sia montata da gruppi fondamentalisti islamici per appellarsi a una nuova guerra santa.

 “Vogliamo scoprire perché questo esodo è accaduto. Vogliamo parlare con coloro che sono fuggiti e con quelli che sono rimasti. Penso che si sappia poco il fatto che una grande maggioranza di musulmani dello Stato del Rakhine non sono fuggiti”.

La leader democratica ha detto che il suo Paese è pronto a organizzare il ritorno di coloro che sono fuggiti in Bangladesh, ma anche a verificare l’identità degli esiliati. In Myanmar sono presenti circa 1 milione di Rohingya, migranti bengalesi di religione musulmana e indù. Non facendo parte delle minoranze registrate ufficialmente nello Stato, la maggior parte di loro non ha cittadinanza birmana.

Per affrontare la crisi nel Paese, Aung San Suu Kyi non è volata a New York per partecipare all’assemblea generale dell’Onu. Il discorso di oggi, rivolto ai suoi connazionali, è anche rivolto alla comunità internazionale.

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