11/11/2019, 12.51
INDIA
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Ayodhya, parlano i non indù: Insoddisfatti, ma rispettiamo la legge

Il sito è stato assegnato alla comunità di maggioranza nel Paese. Le autorità hanno arrestato più di 70 persone per commenti che incitavano all’odio. Vescovo protestante: “Trovare la via per la pace”. Attivista laico: “Molto deprimente per chi rispetta i valori della Costituzione”. Leader musulmano: “La fede ha vinto sulla legge”.

New Delhi (AsiaNews) – Insoddisfatti, “ma rispetteremo la legge”. Lo afferma ad AsiaNews Nadeem Khan, leader musulmano del gruppo progressista United Against Hate (Uah), riferendosi alla sentenza della Corte suprema indiana che due giorni fa ha assegnato il sito sacro di Ayodhya agli indù. Il verdetto chiude una disputa che ha “infiammato gli animi” delle comunità religiose per decenni. Per questo mons. Joseph D’Souza, leader cristiano protestante, vescovo della Good Shepherd Church of India e presidente dell’All India Christian Council, lancia un appello: “È tempo di accettare la decisione, qualsiasi siano i sentimenti verso di essa. Ora gli indiani devono trovare la via verso la pace e l’armonia tra le religioni”.

Tutte le comunità di minoranza e gli indù laici contestano il verdetto dei giudici supremi. All’unanimità, la Corte ha stabilito che la proprietà del terreno su cui sorgeva la moschea di Babri, distrutta nel 1992 dai radicali indù che affermano che proprio quella zolla è il luogo di nascita del dio Ram, è della comunità indù. Ai musulmani i giudici hanno assegnato un terreno di cinque acri su cui poter riedificare la moschea; la gestione di Ayodhya è affidata a un fondo che dovrà essere nominato dal governo.

Sebbene attese, non ci sono state manifestazioni di protesta né reazioni violente da parte della comunità musulmana dell’India, forse perché nei giorni scorsi tutti i leader hanno invitato a mantenere la calma. Al tempo stesso le autorità hanno arrestato 77 persone nello Stato dell’Uttar Pradesh per la pubblicazione sui social di commenti che incitavano alle violenze settarie.

Ram Puniyani, presidente del Center for Study of Society and Secularism di Mumbai, contesta la sentenza: “Il giudizio è basato sul presupposto che i musulmani non sono stati in grado di fornire le prove che [attestano] la proprietà esclusiva del suolo. Il verdetto manda un chiaro segnale di come in India la fede stia divenendo la base delle sentenze. È un momento molto deprimente per coloro che credono nei valori laici di questo Paese e per coloro che difendono i diritti delle minoranze”.

L’attivista laico spiega che il sito di Ayodhya viene rivendicato dai fedeli indù dal 1856 come luogo natale di Ram. Nonostante la moschea distrutta fosse stata edificata nel 1528, la comunità islamica non è stata in grado di dimostrare il possesso del terreno. “Speriamo – aggiunge – che le altre moschee che sono sulla lista di demolizione dell’Rss [Rashtriya Swayamsevak Sangh, gruppo paramilitare indù], non vengano prese in considerazione per lo stesso trattamento”.

Secondo Puniyani, “il Paese non può permettersi di perdere tempo quando ci sono bambini che muoiono negli ospedali per mancanza di ossigeno, giovani che non ottengono un impiego adeguato e la situazione degli agricoltori peggiora. Queste piaghe ci spingono a concentrarci sul presente, piuttosto che creare problemi che ritardano il progresso sociale e dividono la società”.

Per Nadeem Khan, “la sentenza è stata ingiusta. La fede ha vinto sulla legge. Dobbiamo ricordare che nel 1949 gli estremisti indù hanno posizionato idoli del dio Ram nella moschea. Poi nel 1992 l’hanno distrutta. Nonostante questo, accettiamo il verdetto perché rispettiamo lo stato di diritto”.

Mons. D’Souza sottolinea: “Coloro che sono addolorati per la sentenza devono trovare la forza per lavorare per la pace e l’armonia tra le comunità. Coloro che sentono di aver vinto devono trovare l’umiltà di accettare questo giudizio attraverso un atteggiamento che rispetti la comunità musulmana e i suoi diritti nella democratica India”. (A.C.F.)

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