01/06/2012, 00.00
IRAQ
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Baghdad, un fallimento l’asta governativa su gas e petrolio

Sul tavolo 12 lotti, di cui sette per il petrolio e cinque di gas. All’audizione ne sono assegnati solo tre. Fra i motivi alla base del flop, la mancanza di sicurezza nelle zone di estrazione, il nodo curdo e le condizioni rigide imposte dall’esecutivo sulle concessioni. Si allontana la possibilità di superare l’Iran fra i Paesi Opec produttori di petrolio.

Baghdad (AsiaNews/Agenzie) - Si è rivelata un mezzo flop la quarta asta indetta dal governo di Baghdad per lo sfruttamento del petrolio e del gas naturale presente nel sottosuolo irakeno, eccettuata la regione autonoma del Kurdistan, dove è in atto da tempo un contenzioso per il controllo del territorio. Durante la due giorni di audizioni, il 30 e 31 maggio scorso, sono stati aggiudicati solo tre dei 12 lotti in palio (sette per il petrolio e cinque di gas), che occupano complessivamente una superficie totale di 80.700 km quadrati. Al suo interno sono racchiusi 29 miliardi di metri cubi di gas e 10 miliardi di barili di petrolio grezzo. Nelle tre precedenti aste - indette a partire dalla cacciata dell'ex rais Saddam Hussein nella primavera del 2003 - sono stati firmati 15 contratti, tra cui l'assegnazione della licenza del campo petrolifero di Rumaila, il più grande del Paese, tra sud dell'Iraq e Kuwait, che è finito nelle mani di due giganti (britanni e cinese) dell'energia: BP e China National Petroleum Corp.

La vigilia dell'asta era carica di aspettative, con il governo centrale da tempo intenzionato a scalzare l'Iran dalla seconda posizione fra i Paesi produttori di petrolio appartenenti all'Opec. In realtà alcuni fra i più ottimisti puntavano - nel futuro - a intaccare anche il primato dell'Arabia Saudita, ma l'esito delle audizioni sembra consigliare un ridimensionamento - almeno momentaneo - delle aspettative. Di recente, infatti, Baghdad aveva innalzato la produzione di greggio a più di tre milioni di barili al giorno e sembrava pronta a superare Teheran in questa speciale classifica.

Dei tre terreni assegnati all'asta, due accordi si sono conclusi ieri mentre il primo era stato chiuso il 30 maggio, all'apertura dell'audizione. La russa Lukoil e la giapponese Inpex si sono aggiudicate un giacimento nel sud dell'Iraq, a fronte di un compenso di 5,99 dollari al barile. La Pakistan Petroleum ha siglato un contratto formale per l'esplorazione di gas in un'area dell'Iraq orientale; infine, un consorzio kuwaitiano farà esplorazioni nel sud alla scoperta di petrolio e gas.

Secondo gli esperti, vi sono molteplici cause alla base del fallimento della due giorni di asta: fa queste, la politica sregolata del governo centrale, i problemi relativi alla sicurezza e il rifiuto opposto alle richieste delle compagnie su prezzi e concessioni. Alla chiusura, ieri pomeriggio, sono stati sottoscritti solo tre contratti, facendo registrare il risultato peggiore dal 2009 in un'audizione pubblica. Otto blocchi non hanno ricevuto alcuna offerta, perché nessuna delle 39 aziende in gara - tra cui Shell e Chevron - ha accettato i termini imposti da Baghdad.

All'asta sono andati terreni non ancora sviluppati, ma dall'enorme potenziale, e dislocati in aree remote del Paese, dove le condizioni di sicurezza sono ancor più precarie che nelle principali città. Al problema logistico, si è unità la decisione (irremovibile) del governo centrale di pagare alle imprese fra i 5,38 e i 6,24 dollari al barile; una somma di molto inferiore alle richieste delle compagnie petrolifere. Infine vi è un'ultima ragione per spiegare il fallimento: la norma scritta che esclude imprese - come a Exxon - che hanno sottoscritto accordi in precedenza con il governo della regione autonoma del Kurdistan, nel nord dell'Iraq o altre "autorità" sotto-nazionali che non siano l'esecutivo a Baghdad.

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