03/12/2019, 07.22
LIBANO
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Bekaa, padre di famiglia si suicida perché non può nutrire i suoi figli

di Pierre Balanian

Naji Diab Al Fliti, 40 anni, era disoccupato e in tasca non aveva nemmeno 50 centesimi per pagare la merendina alla figlia. Il Paese è in pieno collasso economico: imperversano fame, disoccupazione, carovita. Secondo la Banca Mondiale, nel 2020 oltre 50% della popolazione libanese vivrà sotto della soglia della povertà.

Beirut (AsiaNews) - Tutto il Paese è sotto shock alla notizia che un padre di famiglia si è suicidato domenica 1° dicembre, vittima dell’acuta crisi economica e del fallimento dello Stato nel garantire un minimo di assistenza sociale ai più indigenti. Naji Diab Al Fliti, 40 anni (v. foto), apparteneva a uno dei clan più numerosi di Arsal (nord Bekaa), tristemente famosa per essere stata la terra libanese caduta sotto il dominio di Daesh, liberata in seguito dall’esercito libanese e dagli Hezbollah.

Padre di due figli, Ranim di sei anni e Mohammed di un anno, Naj era rimasto disoccupato due mesi fa, e per questo non ha potuto garantire le cure ad una delle sue due mogli colpita da cancro. Nel Paese le medicine per il cancro non solo non sono garantite dal sistema sanitario, ma sono vendute dai cartelli della medicina a prezzi tre volte di più grandi di quanto esse sono vendute in Turchia, da dove sono importate.

Per poter sfamare la sua famiglia, Naji ha dovuto indebitarsi, comprando alimenti dal negozio vicino a casa. Ma negli ultimi giorni, il padrone del negozio ha rifiutato di continuare a fargli credito dato che il debito aveva raggiunto le 700 mila lire libanesi (circa 350 dollari). La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata il mattino dopo, quando sua figlia Ranim gli ha chiesto 1000 lire libanesi (50 centesimi di dollaro) per comprarsi una manouché (una pizzetta con timo e sesamo) come merendina a scuola. Ma Naji non aveva in tasca nemmeno le 1000 lire da dare alla figlia. Il giorno prima, Naji non aveva potuto comprare il latte al figlio di un anno. La figlia di sei anni ora si sente in colpa per aver chiesto alla madre di darle 1000 lire per comprarsi la merendina; la madre si sente in colpa per aver indirizzato la figlia al padre, che con le lacrime agli occhi le aveva risposto: “Non ho quel che chiedi”.

Rassegnata, la figlia aveva girato le spalle e se ne era andata accompagnata dalla madre. Ma Naji non ha retto all’umiliazione. Rientrata in casa, la moglie lo ha trovato impiccato ad una corda. La sorella di Naji, ha raccontato che la sera prima suo fratello era venuto a trovarla, ma non le aveva chiesto aiuto nonostante avesse bisogno di acquistare il carburante per la stufa, necessario a combattere i primi segnali di freddo. Alla sorella che aveva intuito la sua tristezza rispondeva sempre con la stessa bugia: “Mi fa male lo stomaco”.

La morte di Naji ha scosso gli abitanti di Arsal che appena scoperto il suicidio, si sono radunati in protesta davanti al municipio dando la colpa della miseria ai vari governi “assassini” succedutisi in Libano dalla fine della guerra civile in avanti.

Il Libano è in pieno collasso economico e la fame imperversa, insieme a disoccupazione, carenza di posti di lavoro, carovita per la svalutazione della lira libanese nei confronti del dollaro.

Secondo recenti dati dalla Banca Mondiale, nel 2020 oltre 50 per cento della popolazione libanese rischia di dover vivere sotto la soglia della povertà; il 59,64 % dei conti bancari nel Paese hanno saldi minori di 3.300 dollari; la disoccupazione riguarda fra il 40 e il 60% della forza lavoro.  Soprattutto fra i giovani - fra i quali vi sono 30mila neolaureati – molti pensano che emigrare sia l’unica salvezza.

Secondi dati della Banca Centrale del Libano, ottenuti da AsiaNews, l’8% dei depositari ossia 24mila numeri di conti correnti, sono detentori da soli del 51% del totale dei depositi, ossia circa 85 miliardi di dollari. Invece, 1,75 milioni di altri depositari detengono insieme meno di un miliardo di dollari.

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