20/05/2016, 11.36
LIBANO - SIRIA
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Caritas Libano e il dramma dei rifugiati siriani: non possono registrare figli e seppellire i morti

P. Paul Karam racconta ad AsiaNews le condizioni critiche e le emergenze a livello “economico, sociale, morale e umano”. L’impossibilità di dare sepoltura ai morti per la mancanza di spazi e i costi elevati. Il problema della registrazione dei nuovi nati “responsabilità della Siria e della comunità internazionale”. Nell’Anno della misericordia l’appello per il sostegno delle attività Caritas. 

Beirut (AsiaNews) - La condizione dei rifugiati in Libano resta “critica”, i problemi si sommano fra loro e diventa sempre più difficile rispondere alle “emergenze” che si moltiplicano, siano esse “economiche, sociali, morali e umane”. A lanciare l’allarme ad AsiaNews è p. Paul Karam, direttore di Caritas Libano, da quattro anni in prima fila nell’accoglienza del flusso continuo di famiglie siriane (e non) che fuggono dalla guerra. Il Paese dei cedri non ha accolto solo i siriani, ma ospita da tempo “anche palestinesi, per non dimenticare gli irakeni che hanno lasciato negli ultimi anni case e terre per sfuggire alle violenze”. Ecco perché abbiamo bisogno di ulteriori “aiuti concerti, primo fra tutti il denaro” per poter continuare “la nostra opera”. 

Fra i molti aspetti che toccano la vita dei profughi siriani in Libano, vi è la questione della sepoltura dei morti. Non vi sono molte aree attrezzate e i (pochi) cimiteri sono già riservati ai cittadini libanesi. Fra le tante storie al riguardo, vi è quella di Ahmad al-Mustafa, 29enne carpentiere di Aleppo, fuggito all’inizio della guerra e che in tre anni ha visto morire tre figli prematuri: il primo a cinque mesi, il secondo di cinque giorni e il terzo a distanza di un’ora dal parto. “Il problema - racconta a Naharnet, tramortito dalla sofferenza  - è che non sapevo nemmeno dove seppellirli”. I primi due li ha deposti all’interno della stessa fossa, il terzo in un luogo diverso grazie all’aiuto di un leader religioso locale. Dalle autorità nessuna risposta, né aiuto. 

Il tasso di morte fra i rifugiati siriani è di gran lunga più elevato della popolazione locale, perché si tratta di persone molto più vulnerabili. Almeno due terzi vivono in condizioni di “estrema povertà”; sebbene non vi siano statistiche ufficiali, secondo alcune fonti vi è un decesso ogni settimana fra i profughi di Bar Elias, il campo che ospita la famiglia Mustafa. E il costo medio per la sepoltura di un congiunto può arrivare a toccare quota 250 dollari, insostenibile per i profughi siriani che, in molti casi, preferiscono tumulare in segreto i congiunti.

“Abbiamo sentito di queste notizie - conferma ad AsiaNews p. Paul - anche se non hanno riguardato direttamente i nostri centri. So di profughi che hanno dovuto seppellire i morti in fosse comuni, in attesa di poter, un giorno, riprendere le ossa e poi fare ritorno in patria. È un problema vero, come molti altri che complicano la vita di ogni giorno”. 

Vi è poi la questione riguardante “i bambini nati in Libano”, che “non sono registrati né in Siria, né in Libano”. La nostra, prosegue il direttore Caritas, “non è una terra molto vasta” ed è impensabile concedere la cittadinanza a tutti, anche perché si va a intaccare il delicato mosaico - etnico e religioso - su cui si fonda il Paese. “Il punto - spiega - è che bisogna mettere fine alla guerra, al traffico di armi, agli interessi sul petrolio, e permettere alla popolazione di poter tornare a vivere nella propria terra. Anche perché è questo che vogliono!”. La registrazione dei nuovi nati, avverte, “non può essere un obbligo per lo Stato libanese, ma deve essere responsabilità della Siria e della comunità internazionale”. 

Intanto Caritas Libano prosegue il lavoro di assistenza, in una condizione di estrema difficoltà. “La gente è disperata e ha bisogno di aiuto - prosegue il sacerdote - e non è disperdendola nei Paesi dell’area [Giordania, Libano, Turchia] o in Europa che si risolve il problema. Il punto è mettere fine alla guerra, perché chi ne paga il prezzo è la popolazione civile, i più poveri”. 

Seguendo l’appello di papa Francesco in occasione dell’Anno giubilare della misericordia, la Caritas e le Chiese libanesi hanno promosso e continuano a portare avanti programmi di aiuto e assistenza, pur fra notevoli difficoltà. “Vi è un grave problema sanitario, cui cerchiamo di far fronte - racconta p. Paul - e poi un aiuto concreto per le spese di ogni giorno, perché la vita è molto cara, soprattutto per i profughi. Del resto questa crisi ha impoverito l’intera società libanese”. Da qui l’appello ai cattolici di tutto il mondo, perché attraverso una “donazione alla Caritas” sostengano davvero l’opera di quanti “sul campo” cercano di portare “aiuto e conforto” ai più sfortunati. 

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