29/01/2020, 12.27
ISRAELE - PALESTINA - USA
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Cattolico palestinese: ‘L’accordo del secolo’ di Trump un piano della destra israeliana

Per il prof. Sabella il progetto presentato ieri certifica l’annessione degli insediamenti e della Valle del Giordano. E pone il futuro ‘Stato palestinese sotto il controllo di Israele”. Netanyahu e Gantz sostenitori entusiasti, ne assicurano la piena applicazione. Attacchi durissimi dall’Autorità palestinese e Hamas. Annunciata una giornata di protesta. Le reazioni internazionali.

Gerusalemme (AsiaNews) - Il piano di pace per il Medio oriente del presidente Usa Donald Trump, ribattezzato a più riprese “l’accordo del secolo” dalla narrativa della Casa Bianca, è “un piano della destra israeliana” e riduce “la Palestina a entità sotto il controllo della stessa Israele”. È quanto sottolinea ad AsiaNews il prof. Bernard Sabella, rappresentante di Fatah per Gerusalemme e segretario esecutivo del servizio ai rifugiati palestinesi del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente. “Ora - aggiunge il leader cattolico - si certifica di fatto l’annessione degli insediamenti e la valle del Giordano. Con questo progetto emerge in tutta la sua evidenza che, per l’amministrazione Usa, i palestinesi non sono pronti a governarsi da soli”.

Presentato ieri a Washington durante una conferenza stampa congiunta fra il padrone di casa Trump e il premier ad interim israeliano Benjamin Netanyahu, il piano ha già registrato la netta opposizione dei vertici palestinesi e di Hamas, che controlla la Striscia di Gaza. Favorevole lo sfidante di Netanyahu al voto del 2 marzo, il leader centrista Benny Gantz che si dice pronto ad attuarlo in caso di vittoria alle urne. 

In sostanza, il piano elaborato dal genero di Trump Jared Kushner e rilanciato con l’hashtag #dealofthecentury, prevede il controllo di Gerusalemme a Israele, di cui sarà la capitale indivisa. I palestinesi si prenderanno il 70% dei territori della Cisgiordania, mentre Israele si prenderà il resto ovvero gli esistenti insediamenti abitativi ebraici (colonie). 

I palestinesi potranno fondare la loro capitale in un sobborgo periferico di Gerusalemme e dovranno rinunciare al diritto di ritorno e al controllo dei luoghi sacri. Il piano, di 80 pagine secondo Trump quando in realtà sono 181 (da qui i dubbi sulla reale lettura del progetto), andrà negoziato dalle parti entro i prossimi quattro anni. Esso prevede anche la smilitarizzazione di Gaza e un piano di investimenti internazionali da 50 miliardi di dollari per migliorare infrastrutture, istruzione, welfare e sanità. A questo si aggiungerebbe un tunnel di collegamento fra Gaza e Cisgiordania in modo da collegare i due territori arabi divisi geograficamente dallo stato ebraico.

Sul piano internazionale non sono mancate le reazioni, partendo dal presidente palestinese Abu Mazen il quale ha subito precisato che “Gerusalemme non è in vendita e i nostri diritti non si barattano”. E se Netanyahu parla di “grande passo verso la pace”, il leader di Hamas boccia il progetto su tutta la linea definendolo un “piano aggressivo” che provocherà “molta ira”. E per venerdì è già indetta una giornata di protesta nella Striscia. 

Critica anche l’Iran, secondo cui questo piano “vergognoso” è “destinato al fallimento”. In una nota il ministero degli Esteri di Teheran lo definisce “tradimento del secolo”, mentre il movimento filo-sciita libanese Hezbollah parla di “tentativo di eliminare i diritti del popolo palestinese”. Un portavoce del segretario generale Onu António Guterres ricorda che, per elaborare un piano di pace, è necessario rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite, il diritto internazionale e gli accordi bilaterali. Poco o nulla di tutto questo emerge nel piano di Trump.

Dal mondo arabo arrivano parziali aperture (da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), mentre per la Turchia si tratta di un progetto “nato morto”. La Lega araba terrà una riunione di urgenza il primo febbraio; la Russia sottolinea la necessità di “negoziati diretti” fra israeliani e palestinesi per un “accordo reciprocamente accettabile”. 

In realtà, più che un piano di pace per il Medio oriente che dovrebbe coinvolgere due popoli, quello presentato ieri è un patto fra due persone, Netanyahu e Trump, impegnate a garantirsi un futuro politico con le elezioni (più o meno) alle porte per entrambi. Un manifesto politico che accarezza la destra israeliana e l’ala evangelica e radicale Usa che non ha alcuna possibilità di tradursi in reali negoziati fra palestinesi e israeliani.

“Quello che emerge - sottolinea il prof. Bernard Sabella - è un modello della destra israeliana, che prevede l’annessone di tutti gli insediamenti e i riduce i palestinesi a staterello sotto il controllo di Israele che continua a raccogliere tasse, vigilare sulle importazioni, sugli ingressi. Anche il ponte di accesso alla Giordania sarebbe sotto il controllo di Israele. Chiaro che questa proposta trovi il benestare di entrambi gli sfidanti alla guida del Paese, Netanyahu e Gantz, esponenti della destra - più o meno radicale ed estremista - del Paese”.

Anche i riconoscimenti economici, prosegue il leader cattolico, “sono proposti in una forma che risulta inaccettabile per i palestinesi”. “Non si possono negare - aggiunge - i diritti, la giustizia per i palestinesi, non è possibile cancellare l’attaccamento alla loro terra. Trump ha voluto fare un favore a Netanyahu, ma non credo che i due riceveranno il prossimo Nobel per la pace”. In realtà, conclude, esso sarà “foriero di ulteriori scontri, di maggiori violenze… non vi sono prospettive per i palestinesi, ma solo per la destra israeliana. Non è un piano globale, studiato e non tocca il cuore dei palestinesi”.

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