13/06/2014, 00.00
IRAQ

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Chiesa irakena: una parola di Papa Francesco, passo “importante” per la pace nel Paese

I miliziani dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis) continuano la marcia di conquista e puntano verso Baghdad. Arcivescovo di Mosul: "Sempre più famiglie musulmane a difesa delle case (abbandonate) dei cristiani". La sfida è “garantire un futuro” alla minoranza. Ausiliare di Baghdad: "Preghiamo per la pace, a politici e istituzioni il compito di trovare una soluzione comune”.

Baghdad (AsiaNews) - "Papa Francesco è un uomo di pace, per questo noi aspettiamo una sua parola per il nostro Paese. Il Santo Padre è attento alle situazioni di crisi e di violenza, qualsiasi cosa possa fare o dire per contribuire alla pace per noi sarà molto importante". È quanto racconta ad AsiaNews mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, nel nord dell'Iraq, dove circa 500mila persone, cristiani e musulmani, sono fuggite dalle loro case. In queste ore la Chiesa irakena segue con attenzione gli sviluppi della situazione, dal nord alla capitale l'attenzione ruota attorno all'emergenza profughi e al proposito di contribuire a creare una via per la pace e il dialogo. Anche il vescovo ausiliare di Baghdad, mons. Saad Sirop Hanna, parla di "situazione molto critica e preoccupante" caratterizzata da "una grave crisi a livello umanitario e una confusione politica" senza precedenti. "Il timore - aggiunge - è che questa guerra fra sunniti e sciiti ricadrà ancora una volta su noi cristiani". 

I ribelli jihadisti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis) continuano la marcia di conquista del Paese e ora puntano in direzione della capitale, Baghdad. Dopo aver preso in ordine Mosul, Tikrit e Samarra, il movimento estremista sunnita ha invaso Saadiya e Jalawla, nella provincia di Diyala. Come a Mosul, i miliziani - che considerano "infedeli" gli sciiti, maggioranza in Iraq - non hanno incontrato resistenze da parte dell'esercito. Le autorità kurde, che controllano la parte nord dell'Iraq, hanno dispiegato i combattenti Peshmerga per rafforzare la difesa soprattutto a Kirkuk.

L'Isis, un gruppo legato ad Al Qaeda in passato, progetta lo stabilirsi di un califfato che unisca Siria, Iraq e Medio oriente. Una sua avanzata potrebbe stravolgere gli attuali equilibri dell'intera area mediorientale. Il presidente Usa Barack Obama afferma di "non escludere alcuna opzione", richiamando in modo implicito la possibilità di una nuova operazione militare dopo l'invasione del 2003. L'obiettivo è fermare l'avanzata degli jihadisti che, oggi, sembrano trovare sostegno anche fra gli ex membri del partito Baath del dittatore Saddam Hussein, epurati dal governo sciita all'indomani della caduta del Raìs. Anche l'Iran è pronto a inviare forze speciali ai confini e in territorio irakeno. 

In un quadro di drammatica violenza, la Chiesa irakena guarda ai poveri, alle vittime innocenti del conflitto e invoca una via di pace, di dialogo e di unità per il Paese e i suoi cittadini. Raggiunto da AsiaNews, l'ausiliare di Baghdad riferisce che l'attenzione dei vertici caldei è concentrata "alla gente", che "non è in grado di difendersi". Dietro alle milizie islamiste, spiega mons. Hanna, vi sono "progetti politici e motivazioni di natura religiosa e non è possibile capire ora come andrà a finire". Vi sono, aggiunge, anche "bande di fanatici e fondamentalisti, che potrebbero uccidere per ragioni di natura confessionale".

Il timore è che i membri dell'Isis possano entrare anche a Baghdad e se il Paese cadrà nelle mani di fanatici e combattenti stranieri, "le speranze di pace saranno quasi pari a zero". "C'è una frattura tremenda - aggiunge - ed è spaventoso che l'esercito lasci intere città senza difesa. Siamo spaventati e abbiamo paura". Non vi sono garanzie per il futuro, avverte il prelato, per questo "dobbiamo continuare a "pregare con maggior forza", invitando al contempo la classe dirigente, i politici, il governo e le istituzioni "a mettersi d'accordo per trovare una soluzione comune". 

Intanto continua la crisi umanitaria a Mosul, sotto il controllo dei miliziani. Mons. Nona racconta che "altre famiglie musulmane hanno lasciato la città, sentendo notizie di bombardamenti aerei imminenti dell'esercito". In queste ore, aggiunge il prelato, "siamo stati contattati da alcune Ong per aiuti e beni di prima necessità... restiamo in attesa perché cresce il bisogno di aiuto". Nel dramma, si ripetono gli episodi di solidarietà: "Sono sempre più numerose - racconta l'arcivescovo - le famiglie musulmane che si mettono a difesa delle case cristiane, abbandonate dai proprietari in fuga, da razzie e assalti". "È un segno positivo e di speranza - avverte - perché si vede che, fra la gente semplice, non ci sono divisioni".

La situazione dei cristiani e del Paese sarà uno dei temi principali del prossimo Sinodo della Chiesa caldea, che inizierà il 24 giugno prossimo. "La sfida più importante per noi - avverte mons. Nona - è garantire un futuro e una presenza alla comunità cristiana in Iraq, perché dopo i fatti di Mosul cresce la voglia di fuggire". Il prelato conferma infine l'attenzione della Santa Sede per l'evolversi della situazione in Iraq: "Ieri pomeriggio ho parlato con il card Leonardo Sandri [Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ndr], informandolo della situazione delle famiglie cristiane e musulmane. Egli mi ha mostrato vicinanza e preghiera. In questo momento abbiamo estremo bisogno di preghiera... e di una parola di Papa Francesco, che è un uomo di pace e ogni suo gesto ha un alto carico simbolico". (DS)

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