26/05/2015, 00.00
CINA

Cina, il Partito minaccia i suoi membri: Chi crede in Dio sarà punito

Un articolo apparso sul bollettino interno della potentissima Commissione centrale per la disciplina e l’ispezione del Partito comunista ammette la presenza di fedeli nei propri ranghi. Il fatto “provoca seria preoccupazione da parte delle autorità”. I cittadini cinesi “hanno la libertà religiosa, ma i funzionari comunisti non sono cittadini normali: sono combattenti per l’avanzamento della coscienza comunista”. Previste “serie misure” per chi infrange la norma.

Pechino (AsiaNews) – Nei ranghi del Partito comunista cinese “esiste un piccolo numero di persone che ha dimenticato la visione del mondo predicata dai teorici del comunismo. Queste persone si sono rivolte alla religione, e questo fatto ora crea seria preoccupazione. Ora sono nel mirino della Commissione disciplinare”. È quanto si legge nell’ultimo numero del bollettino interno della potentissima Commissione centrale per la disciplina e l’ispezione del Partito comunista, organo plenipotenziario che ha il potere di aprire indagini ed espellere i membri che infrangono le regole.

Lo stesso Marx, ricorda il testo, “ha chiarito che il comunismo nella sua essenza inizia con l’ateismo. Non ci possono essere dubbi sul fatto che il principio ideologico alla base del Partito comunista impedisce ai propri membri di credere in qualche religione. Se anche i cittadini cinesi godono del diritto alla libertà religiosa, questo non avviene per i membri del Partito che non sono semplici cittadini, ma combattenti per l’avanzamento della coscienza comunista”.

Al momento il Pcc conta 86,7 milioni di membri ed è la seconda organizzazione politica più grande al mondo. Al primo posto si piazza il Partito nazionalista indiano, il Bharatiya Janata Party, con 88 milioni di aderenti. Il governo cinese riconosce cinque religioni: cattolici, protestanti, buddisti, taoisti, musulmani. L’ebraismo non è una religione riconosciuta e frequentare templi di culti che non rientrano in questa lista è contro la legge. L’ortodossia, soprattutto quella che fa capo a Mosca, vive in una sorta di limbo: Russia e Cina stanno riallacciando i rapporti, e il governo di Pechino ha nei giorni scorsi permesso l’ordinazione di sacerdoti ortodossi sul proprio territorio.

L’emergere di funzionari comunisti che credono in qualche religione è un fenomeno che va avanti da anni, nonostante le autorità facciano di tutto per negarlo. Alcune stime indicano un 10% di aderenti al Pcc che in segreto frequentano chiese e templi, spesso con più fervore dei fedeli “normali”.

Il pastore protestante Liu Fenggang di Pechino ritiene che vi siano credenti anche fra i quadri di livello più alto del Partito: “Nel nostro lavoro missionario – spiega a Radio Free Asia – veniamo spesso a contatto con questa realtà. Sono molti anni ormai che molti funzionari del governo e del Partito, insieme alle loro famiglie, si convertono a Gesù”. Per il pastore, alla base di questa conversione vi sono “i molti errori politici che hanno commesso. Errori che continuano ancora oggi, con la persecuzione delle nostre chiese da parte delle forze dell’ateismo e la demolizione delle nostre croci”.

Il “richiamo all’ordine” da parte della Commissione arriva pochi giorni dopo l’incontro fra il presidente cinese Xi Jinping e il Fronte Unito, gruppo che raccoglie tutti i piccoli partiti non comunisti presenti in Cina, insieme a rappresentanze di associazioni dell’industria, del commercio e delle diverse etnie e religioni del Paese. A questi, Xi ha sottolineato che le religioni in Cina devono essere “cinesi” e libere da ogni “influenza straniera”. Esse devono integrarsi nella “società socialista” e sotto la guida del Partito comunista devono “servire lo sviluppo della nazione”.

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