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  • » 20/01/2016, 15.13

    CINA - TIBET

    Col pretesto delle truffe, Pechino dà la patente ai “buddha viventi”



    I tulku, grandi lama del passato che echeggiano nella vita di studiosi buddisti contemporanei, sono numerosissimi. Per “evitare le frodi ai danni dei fedeli”, il governo comunista lancia un database online per identificarli. Ma ignora coloro che hanno studiato all’estero e, soprattutto, cerca di giustificare la sua pretesa di riconoscere i prossimi leader tibetani. Tra cui il Dalai Lama e i suoi più stretti collaboratori.

    Pechino (AsiaNews) – Con grande clamore sulla stampa nazionale, il governo comunista cinese ha lanciato un sistema online di identificazione e riconoscimento dei “buddha viventi” della tradizione tibetana. La pagina web, che sarà gestita dal governo del Tibet in collaborazione con l’Autorità statale per l’amministrazione delle religioni (Sara), è per ora in lingua tibetana ma sarà presto tradotta in mandarino. L’iniziativa, lodata dai buddisti iscritti all’Associazione nazionale gestita dal Partito, rappresenta un nuovo passo verso il controllo totale della tradizione monastica tibetana.

    Sulla carta il progetto nasce per tutelare i fedeli. I “buddha viventi” sono chiamati anche “tulku”: si tratta di religiosi che hanno scelto la vita monastica e vengono nel tempo onorati dagli abati dei vari templi buddisti con il titolo di “rinpoche” (“prezioso”). Secondo la definizione del Dalai Lama, sono “coloro che hanno scelto di risvegliarsi intenzionalmente nel saṃsara [dottrina inerente al ciclo di vita, morte e rinascita ndr], per beneficiare e prestare soccorso a tutti gli esseri senzienti, nel cammino verso il risveglio della propria coscienza e illuminazione”. In Cina oggi vivono circa 10mila persone che vantano questo titolo.

    Moltissimi di loro, però, sono impostori. Questo perché i “tulku” sono molto onorati nella società civile e vengono chiamati spesso per benedire (a pagamento) nuove case, iniziative commerciali, neonati o defunti. Alcuni anni fa fece scalpore il caso di un uomo che, fingendosi “tulku”, si fece pagare decine di migliaia di yuan per benedire un supermercato: scoperto per la sua ignoranza religiosa, venne denunciato e arrestato.

    Drukhang Thubten Khedrup, monaco buddista e vice presidente dell’Associazione cinese dei buddisti, ha dichiarato subito dopo il lancio del portale: “Sono molto contento per questa scelta, che promuove la nostra religione e mette all’angolo chi la vuole defraudare”.

    Dal punto di vista tecnico, il sistema funziona dopo essersi identificati attraverso il telefono cellulare. Una volta ricevuto il codice di ingresso dal governo, si può inserire il nome del “tulku” e si ottengono il suo nome civile, quello religioso, quello buddista, la data di nascita, la setta di appartenenza, il numero seriale rilasciato dal tempio e una foto. I dati sono forniti in questi giorni dai vari monasteri sparsi per il Paese, e per ora i “tulku” identificati dopo una richiesta sono 870. Ma ci vorranno mesi prima che il database sia completo.

    Un editoriale del quotidiano tibetano Phayul fa notare che nonostante la facciata di buona fede, il sistema “nasconde diverse falle. Ad esempio non prende in considerazione coloro che sono stati riconosciuti al di fuori della Cina, e a Dharamsala [sede del governo tibetano in esilio e del Dalai Lama ndr] questi non sono pochi”. Inoltre mancano i dati dei monaci più anziani, i cui monasteri sono andati distrutti durante gli anni della persecuzione feroce delle Guardie Rosse.

    Inoltre, sembra “evidente” ai gruppi che operano per la difesa dei diritti del Tibet che il vero obiettivo del Partito sia quello di controllare le rinascite dei leader del buddismo tibetano (obiettivo per altro già reso noto). Anche fra i “tulku”, infatti, esiste una complicata gerarchia i cui vertici sono ricoperti da cariche quali il Dalai, il Panchen e il Karmapa Lama: a differenza dei “buddha viventi”, questi vengono riconosciuti subito dopo la nascita attraverso rituali complessi.

    Pechino ha rapito il vero Panchen Lama, riconosciuto dal Dalai in esilio, e ha messo al suo posto un monaco definito “fantoccio” dai fedeli tibetani; allo stesso modo ha fomentato il riconoscimento di un secondo Karmapa in opposizione all’originale, che nei primi anni Duemila è fuggito dalla Cina per ricongiungersi con il supremo leader buddista.

    Secondo Free Tibet, la decisione di “schedare” i tulku “rientra del tutto nell’attuale strategia che il governo usa per le questioni tibetane. Dice di voler proteggere il buddismo tibetano, ma dietro questa tenda nasconde un controllo più intenso e più intrusivo non soltanto della vita religiosa ma delle sue stesse istituzioni”. 

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