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  • » 24/11/2017, 10.22

    CINA-MYANMAR-BANGLADESH

    Crisi Rohingya: avrà successo la mediazione della Cina?

    Sudha Ramachandran*

    L’intervento di Pechino nel conflitto del Rakhine nasconde interessi economici e politici. Nella regione Pechino ha già investito da tempo decine di miliardi nella costruzione di un porto con acque profonde per navi-cargo, un oleodotto e un gasdotto verso lo Yunnan. E il Rakhine è una pedina importante per la Belt and Road Initiative. Il Bangladesh è il secondo partner cinese per l’acquisto di armi. La mediazione sarà difficile e forse produrrà ancora più violenze. 

    Bangalore (AsiaNews) – Nei giorni scorsi vi è stata una frenetica attività diplomatica da parte della Cina nella crisi dei Rohingya. Dopo aver in passato applaudito all’intervento dell’esercito birmano contro di loro, ora Pechino si pone come mediatore fra Myanmar e Bangladesh. Non è chiaro se l’accordo stabilito ieri fra i due Paesi per il ritorno dei Rohingya sia frutto della mediazione cinese. Quel che è certo è che Pechino è preoccupata dall’intervento di altre potenze nella regione del Rakhine, dove la Cina ha speso decine di miliardi per oleodotto, gasdotto, infrastrutture, facendo della zona uno dei centri nevralgici del progetto Belt and Road Initiative, la nuova Via della seta.

    Nel testo che pubblichiamo, per gentile concessione della Jamestown Foundation, l’autrice elenca tutti i rapporti economici e militari che Pechino ha con Dhaka e Naypytaw e spiega questo nuovo ruolo di mediatore internazionale assunto dalla Cina, motivato dai suoi interessi economici, più che da ragioni umanitarie (traduzione italiana  a cura di AsiaNews).

    Durante la sua visita a Dhaka (Bangladesh) e a Naypyitaw (Myanmar) il 18 e 19 novembre, il ministro cinese degli Esteri Wang Yi ha prospettato un piano in tre fasi per risolvere la crisi Rohingya. Anzitutto, Wang ha chiesto un cessate-il-fuoco nel devastato Stato di Rakhine, al centro della crisi. Tale cessate-il-fuoco mira a restaurare ordine e stabilità nella regione, così da fermare il flusso dei profughi Rohingya verso il Bangladesh. La Cina pensa che questo prepari la via per una seconda fase: i negoziati fra Myanmar e Bangladesh per affrontare il problema dei rifugiati. La terza e ultima fase comprende lo sviluppo economico dello Stato del Rakhine per affrontare le cause sottostanti alla violenza (Global Times, 20 novembre).

    A quanto pare, Naypyitaw e Dhaka hanno accettato il piano della Cina e questo segna l’inizio di una nuova fase del coinvolgimento di Pechino nel conflitto dei Rohingya (FMPRC, 20 novembre). Finora il ruolo della Cina era quello di provvedere aiuti umanitari per i profughi Rohingya e proteggere il Myanmar dalle censure internazionali. Perché la Cina ora adotta un ruolo di mediatore nel conflitto? Ed è probabile che essa abbia successo nel portare la pace in questa agitata regione?

    Il conflitto Rohingya

    La crisi Rohingya comincia il 25 agosto quando il governo del Myanmar dichiara organizzazione terrorista lo Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), in risposta agli attacchi mortali a posti di polizia ed esercito nello Stato di Rakhine nel Myanmar occidentale (Mizzima, 28 agosto). Esso lancia anche una repressione militare nel Rakhine che – si afferma – mira ai militanti (Mizzima, 16 ottobre; Terrorism Monitor, 10 novembre). In ogni modo, si scatena una violenza orribile contro i civili Rohingya, compresi donne e bambini. Interi villaggi vengono rasi al suolo. Più di 600mila dei circa 1,1 milioni di Rohingya in Myanmar si pensa siano fuggiti in Bangladesh (The Wire, 17 novembre). La crisi presente è la più grave del pluridecennale conflitto Rohingya.

    Le radici del conflitto Rohingya (come tutti gli altri conflitti etnici del Myanmar) risalgono al periodo coloniale, ma l’indipendenza ha portato con sé una discriminazione anti-Rohingya, divenuta sistematica e seria. Gruppo etnico musulmano, abitante per secoli nello Stato di Rakhine, i Rohigya non figurano fra i 135 gruppi etnici ufficiali del Myanmar. Dal 1982 ad essi viene negata la cittadinanza, rendendoli apolidi (Daily Sabah, 23 ottobre). Oltre alle sofferenze per mano dei militari, i Rohingya sono stati presi di mira anche da gruppi armati di buddisti del Rakhine (The Wire, 17 novembre). Le violenze hanno prodotto ondate migratorie di Rohingya verso i Paesi vicini quali Bangladesh, Thailandia, India, Malaysia, e Indonesia. Rifiutati anche in questi Paesi, i rifugiati Rohingya sono respinti o languiscono in campi improvvisati e sovraffollati (The National, 13 settembre).

    Il sostegno della Cina

    Le notizie sulle atrocità dei militari birmani contro i civili fuggitivi Rohingya hanno suscitato l’indignazione internazionale. Zeid Ra‘ad al-Hussein, capo del Consiglio Onu per i diritti umani, ha descritto la situazione come “un esempio da manuale di pulizia etnica” (UN News Centre, 11 settembre). Anche vari Paesi islamici e potenze occidentali hanno criticato la brutale repressione del Myanmar contro i Rohingya (Arab News, 5 settembre and FirstPost, 23 settembre).

    Nel contempo, la Cina ha pubblicamente elogiato le repressioni del governo del Myanmar nel Rakhine. In settembre, l’ambasciatore cinese presso il Myanmar, Hong Liang, “ha accolto con forza” “i contrattacchi delle forze di sicurezza birmane contro gli estremisti terroristi [Rohingya]” e descritto la loro campagna militare come “soltanto un affare interno” (The Global New Light of Myanmar, 14 settembre). Più tardi, nello stesso mese, Hong ha assicurato al governo del Myanmar che la Cina sarebbe rimasta “con fermezza” al fianco di esso sul piano internazionale e avrebbe continuato a dare ad esso la “necessaria assistenza” per aiutarlo a “mantenere la stabilità interna e lo sviluppo” (The Irrawaddy, 27 settembre).

    All’Onu, la Cina ha bloccato risoluzioni contro il Myanmar e a obbligato ad annacquare dichiarazioni critiche verso la brutale campagna militare contro i Rohingya. Il 6 novembre, per esempio, il Consiglio di sicurezza dell’Onu (Unsc) ha espresso “grave preoccupazione per le notizie su violazioni dei diritti umani e abusi nello Stato di Rakhine” e ha chiesto al governo del Myanmar “di garantire che non vi sia ulteriore uso eccessivo della forza militare” ((United Nations, 6 novembre). Pur essendo una forte censura sull’uso della forza militare del Myanmar contro i Rohingya, esso era solo una dichiarazione – e non una risoluzione -  la cui applicazione non è obbligatoria. Cina e Russia hanno forzato lo Unsc a emettere una dichiarazione della presidenza e non una risoluzione. La dichiarazione denuncia il modo in cui il Myanmar ha maneggiato la crisi, ma senza conseguenze.

    Gli interessi cinesi nel Rakhine

    Gli interessi cinesi nello Stato del Rakhine sorgono dalla sua strategica posizione e dalle ricche risorse. Lo Stato è situato nella baia del Bengala, che apre sull’Oceano Indiano. La lunga costa del Rakhine offre al sud della Cina un accesso al mare e alla Cina orientale una via più corta per l’Oceano Indiano. Allo stesso modo, il porto di Gwadar in Pakistan permette a Pechino di trasportare petrolio, gas e altri prodotti dell’Asia occidentale alla Cina occidentale, piuttosto sottosviluppata, attraverso una via che passa dal Pakistan (China Brief, 31 luglio, 2015 and Mizzima, 31 ottobre). Porti e oleodotti nel Rakhine accrescono in modo significativo il commercio della Cina con l’Africa e l’Asia occidentale e lo liberano dalla dipendenza dal congestionato Stretto di Malacca (China Brief, 31 luglio, 2015).

    In più, il Rakhine è ricco di risorse naturali. Nel 2004, al largo delle sue coste sono stati scoperti ampi giacimenti di gas. All’inizio del 2008, la Cina ha acquistato gas dall’area e dal 2013 ha cominciato a trasportarlo da Kyaukphyu, sulla costa del Rakhine, verso la provincia cinese dello Yunnan, mediante il gasdotto Myanmar-Cina. Questo gas risolve i bisogni delle province cinesi di Yunnan, Guizhou e Guangxi, e di altre contee e città. Dall’aprile di quest’anno, il petrolio del Rakhine viene trasportato in Cina mediante un oleodotto che corre parallelo al gasdotto (China Daily, 11 maggio e Mizzima, 31 ottobre).

    Si dice che la Cina abbia investito circa 2,5 miliardi di dollari Usa nei progetti per il trasporto del gas e del petrolio, e sta investendo 10 miliardi di dollari nella zona economica speciale di Kyaukphyu, che comprenderà un porto con acque profonde e un parco industriale, allo scopo di rendere Kyaukphyu un hub economico marittimo (Mizzima, October 31).

    Le aree più colpite dalla presente violenza sono nel nord del Rakhine, vicino al confine fra Myanmar e Bangladesh. Pechino è preoccupata, anche se né Kyaukphyu, né l’oleodotto e il gasdotto sono in questa zona, né corrono in questa zona inquieta. L’emergere dell’ARSA e la sua crescente capacità di lanciare attacchi su obbiettivi ben protetti indica che colpire al di fuori delle loro basi è per loro solo questione di tempo. Ciò ha accresciuto la preoccupazione di Pechino per la sicurezza delle infrastrutture costruite e su cui ha investito nel Rakhine.

    Lo Stato del Rakhine gioca un ruolo significativo nella Belt and Road Initiative (Bri) della Cina. Come il porto di Gwadar in Pakistan, il porto di Kyaukphyu e il Myanmar saranno importanti centri per la Cintura marittima e della Via della Seta del Bri. Ne consegue che la “stabilità del Rakhine” è vista come “importante” per il successo del Bri, come ha detto U Maung Maung Soe, analista di affari etnici e politici (The Irrawaddy, 4 settembre). L’interesse della Cina per far finire la crisi Rohingya e restaurare la stabilità nella regione è mosso dalla preoccupazione dell’impatto che le violenze e le tensioni del Rakhine possono avere sul successo dei suoi progetti in Myanmar e nel Bri.

    Gli stretti legami della Cina col Bangladesh

    Anche in Bangladesh la Cina ha investito in modo pesante nel modernizzare e costruire infrastrutture portuali, strade, ponti e linee ferroviarie. Essa è anche il suo partner principale; il Bangladesh offre un largo mercato ai prodotti cinesi. Anche i rapporti nel campo della difesa sono forti; il Bangladesh è il secondo importatore di armi cinesi (dopo il Pakistan) ed è l’origine dell’82% di tutte le armi acquistate dal Bangladesh fra il 2009 e il 2013(China Brief, 21 giugno, 2016).

    La Cina è anche desiderosa di proteggere i suoi forti e crescenti interessi e legami in Bangladesh. Qui vi è preoccupazione riguardo alla campagna militare del Myanmar contro i Rohingya, che è responsabile in modo diretto dell’ondata di rifugiati in Bangladesh e che ha lasciato a Dhaka il pesante compito di trovare ripari e sollievo ai rifugiati Rohingya. La strategia militare del Myanmar ha non solo contribuito all’esodo dei rifugiati, ma ha anche provocato la militanza Rohingya. Per il Bangladesh, che sta già lottando con una serie di gruppi jihadisti, l’emergenza dell’ARSA e l’addestramento dei suoi quadri in luoghi-santuario del Bangladesh, pone ulteriori minacce alla sicurezza. L’avallo della Cina alla strategia del Myanmar sulla questione dei Rohingya, ha comprensibilmente provocato “grande disappunto” a Dhaka (Daily Star, 13 novembre).

    Per alleggerire il fardello di Dhaka nella cura dei rifugiati Rohingya, la Cina sta offrendo aiuti, comprese tende e coperte ai profughi Rohingya in Bangladesh (Xinhuanet, 13 ottobre). I leader cinesi sono preoccupati dai tentativi del Bangladesh di attirare potenze extra-regionali per risolvere la crisi, spingendo Pechino ad accelerare gli sforzi per portare Myanmar e Bangladesh al tavolo del negoziato e alla conclusione del problema dei rifugiati.

    Riuscirà la mediazione cinese?

    In passato la Cina ha evitato di giocare il ruolo di mediatore in conflitti esterni ai suoi confini, giustificandosi col fatto che questo andava contro i suoi principi di non-interferenza negli affari interni di nazioni sovrane. Ad ogni modo, negli anni recenti essa ha mostrato una crescente volontà a mediare per far terminare i conflitti. Per esempio, essa è stata coinvolta negli sforzi di portare il governo afghano e i talebani alla tavola dei negoziati (Express Tribune, 7 marzo). Più di recente essa ha praticato una diplomazia di contatti fra Afghanistan e Pakistan per arrestare le crescenti tensioni fra i due vicini (Times of India, 26 giugno). La Cina sembra voler assumere il ruolo di mediatore in regioni dove essa ha forti interessi economici o di altro tipo, ed è la primaria motivazione che spinge la mediazione di Pechino nella crisi Rohingya.

    È probabile che il conflitto nella crisi Rohingya vada a peggiorare a causa della proposta della Cina di un approccio nello sviluppo militare-economico. Lo sviluppo di una regione violenta a causa di attori esterni, molto di rado beneficia i locali, come si è visto nella provincia pakistana del Baluchistan. Lo sviluppo cinese del porto di Gwadar nella regione ha spinto i militanti a colpire quelli che vengono dall’esterno (Express Tribune, 12 aprile, 2015; China Brief, 31 luglio, 2015). Quasi senz’altro, i progetti nel Rakhine favoriranno gli investitori stranieri, i buddisti del Rakhine e la maggioranza bamar, non i marginalizzati Rohingya. Lo sviluppo che non produce l’inclusione economica dei Rohingya approfondirà le critiche esistenti e genererà nuovi conflitti.

    Per risolvere il conflitto, è importante che il Myanmar affronti le radici dei problemi, che sono anzitutto politici: la negazione della cittadinanza e dei diritti al popolo Rohingya e le politiche discriminatorie. È difficile che la Cina spinga il Myanmar sul tema della cittadinanza. In più, si sa che l’esercito birmano è molto sensibile sulla sovranità statale, ed è improbabile che risponda positivamente alle pressioni cinesi su questi temi.

    La Cina ha forse una certa influenza politica ed economica su Bangladesh e Myanmar, ma manca di altre qualità che un mediatore dovrebbe avere se vuole avere successo nel pacificare il conflitto Rohingya. In particolare, il Bangladesh crede che la Cina penda verso il Myanmar; e ci si può aspettare che l’economia sostanziale di Pechino e altri interessi nel Rakhine alimenti il sospetto del Myanmar sulle reali intenzioni e azioni della Cina.

    Conclusione

    La mediazione cinese difficilmente risolverà il conflitto Rohingya. Tutt’al più il suo intervento potrebbe mettere il coperchio sulle violenze scatenate dai militari del Myanmar nello Stato di Rakhine. Questo potrebbe garantire una certa misura di stabilità, ma non la pace nel Rakhine. In futuro, ci si può aspettare che la Cina si offra come mediatore in conflitti interni e fra nazioni, dove essa ha significativi interessi, specie quelli che includono nazioni che sono parte della Belt and Road Initiative.

     

    *Ricercatrice indipendente e giornalista basata a Bangalore (India).

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