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    » 20/09/2011, 00.00

    ASIA-UE-USA

    Crisi economica: una demolizione controllata

    Maurizio d'Orlando

    La crisi greca, l’attacco al debito dell’Italia, i rischi per l’euro, le proposte inflazionarie per il dollaro, lo yuan volutamente sottoquotato stanno scuotendo i Paesi e i governi nel mondo intero. Tutto sembra andare secondo un disegno calcolato: costruire un governo economico universale “di tipo monocratico”. L’analisi di un economista politico (Prima di due parti).
    Milano (AsiaNews) – Proprio stanotte l’agenzia Standard & Poor’s ha abbassato il rating del debito sovrano italiano, portandolo da A+ ad A, accrescendo i timori per alcuni foschi scenari nella crisi economica mondiale, una crisi – diciamo subito – che a noi sembra “una demolizione controllata”, con scopi precisi.

    Le contraddizioni insite nell’economia mondiale e nel suo modello di sviluppo sono oggetto da sempre dell’attenzione di AsiaNews. Fin dal 2003 abbiamo proposto ai nostri lettori un’analisi controcorrente, spesso anche molto critica rispetto al pensiero dominante. In questo la nostra particolare attenzione all’Asia ed in particolare all’economia cinese si è rivelato un vantaggio prezioso.

    Grazie ad essa, infatti, prima di molti altri, abbiamo potuto osservare e chiarire alcuni fenomeni che poi sono divenuti elementi comuni ed imprescindibili di qualsiasi seria analisi economica successiva. La globalizzazione, così lodata fino a pochissimi anni fa, si è basata, infatti, su di una simbiosi singolare: da una parte ha alimentato una crescita asiatica ed in particolare cinese, imperniata sulle esportazioni, con tassi intorno al 10 % annuo, mantenuti per di più quasi costanti per circa un ventennio; dall’altra parte una rapida trasformazione dei Paesi occidentali ed in particolare degli Usa in economie non più manifatturiere, ma basate su servizi, finanza e consumo (tra cui una consistente spesa militare), alimentati dall’emissione monetaria.

    Senza precedenti nella storia sono sia la durata ed il ritmo di crescita cinese, sia l’esplosione del debito pubblico (e privato) occidentale ed in particolare americano, passato ufficialmente dal 60 % circa a più del 100 % in pochi anni. Si tratta in entrambi i casi di un meccanismo truffaldino che si autoalimenta: da un lato il tasso di cambio cinese fortemente ed artificialmente sottovalutato rispetto alla parità di potere d’acquisto (dal 30% al 45%, un’imbattibile sovvenzione alle esportazioni cinesi) e dall’altro un’emissione di moneta di riserva valutaria (principalmente il dollaro) senza alcun freno e limite. Per chiarirci quest’ultimo punto basta ricordare, ad esempio, quanto affermato lo scorso agosto dall’ex governatore della banca centrale americana [1]: “Gli USA possono pagare qualsiasi debito perché possono sempre stampare moneta per farlo. Perciò ci sono zero probabilità d’insolvenza”. Infatti, c’è la certezza dell’insolenza e dell’arroganza di chi detiene il potere sovrano di battere a proprio arbitrio moneta di conto valutario.

    Questa tracotanza in fondo è facile da attuare, perché non occorre disporre di miniere d’oro e d’argento, come un tempo, e non è solo monopolio americano: pochi giorni fa la Banca Nazionale Svizzera ha affermato che avrebbe difeso il tasso di cambio del franco anche immettendo una quantità illimitata di moneta nazionale. È del 16 settembre la notizia di un intervento coordinato di cinque banche centrali per l'immissione di liquidità in dollari sul mercato interbancario. Tra una settimana è probabile che Bernanke annunci una nuova ondata di “quantitative easing”, che tecnicamente è un allentamento dei vincoli di riserva ed in pratica non è niente altro che una forma di emissione monetaria mediante l’acquisto di buoni del Tesoro americano. Dopo la QE2 del novembre dello scorso anno, esauritasi nel luglio di quest’anno, sarà la volta della QE3 , cui farà seguito la QE4 e poi di seguito fino alla QEn.

    Si tratta di un meccanismo simbiotico perverso ed è un’analisi che abbiamo più volte svolto e basterebbe perciò solo aggiornare i dati per riproporla. Abbiamo già scritto anche dell’esito, che è quasi scontato: un collasso finanziario, bancario ed infine economico senza precedenti. Per l’analisi rimandiamo perciò ai tanti articoli pubblicati da AsiaNews nel corso degli anni.

    In merito all’esito può essere opportuno fare delle ipotesi sul quando e sul come. Dal punto di vista dei tempi si può dire che pare molto prossimo, perché di fatto tutti i fattori determinanti per il collasso sono già presenti nel sistema economico. Ad esempio, dato un tasso d’incremento di tre miliardi di dollari al giorno, già nei prossimi giorni il debito pubblico americano supererà il tetto stabilito con fatica a luglio in un accordo parlamentare tra democratici e repubblicani, mentre a metà ottobre il governo greco non avrà più euro per pagare i dipendenti pubblici. Significativo è anche che venerdì scorso, 16 settembre, Moody’s abbia annunciato che completerà la sua analisi se ridurre la propria valutazione sul debito pubblico italiano posto sotto osservazione per un suo possibile declassamento già tre mesi fa. Intanto questa notte Standard & Poor’s ha abbassato il rating dell’Italia da A+ ad A, aggiungendo che le previsioni per il Paese sono “negative”. Tutto sembra quindi coincidere e la scadenza pare imminente.

    Per far precipitare la situazione sembra non manchi che una qualche scintilla, di cui non c’è penuria, e questo ci porta al come. I quotidiani economici di tutto il mondo - che sembrano muoversi all’unisono, come se non fossero possibili ipotesi diverse - in merito al debito pubblico parlano di rischio di “contagio” tra la crisi europea e quella americana. In realtà si tratta di situazioni tra loro ben diverse e pertanto in teoria facilmente isolabili tra un’area economica del mondo e l’altra. Questo perciò autorizza a supporre che la parola “contagio” stia in realtà a significare che si assisterà ad una serie di detonazioni contemporanee o a catena dal più grande al più piccolo, come in una demolizione controllata, e che questo darà l’impressione del propagarsi improvviso dell’incendio. Ad esempio, si è parlato spesso in questi ultimi due mesi del debito pubblico italiano e come questo possa essere il detonatore di un collasso generalizzato del debito pubblico in tutto il mondo. Questo da l’idea della strumentalità delle analisi proposteci.

    Dato questo presunto “contagio” anche AsiaNews deve esaminare un po’ più da vicino la possibile scintilla del probabile prossimo incendio: le vicende italiane. L’Italia aveva più o meno l’attuale livello di indebitamento pubblico già all’inizio degli anni novanta. Nel corso dell’attuale crisi il debito pubblico italiano, aumentato del 7% del Pil, è stato quello che ha avuto il minore tasso d’incremento dal 2007 al 2011. Al confronto Regno Unito (47%), Stati Uniti (38%) e Giappone (37%), hanno avuto incrementi ben maggiori (il record è dell’Irlanda con un incremento del 65%) [2]. Inoltre l’Italia ha approvato in pochi mesi due manovre di riduzione del deficit di bilancio la prima, nel luglio scorso, di 25 miliardi e la seconda lo scorso 15 settembre con un’ulteriore riduzione di 55 miliardi di euro: non è poco, in relazione al Pil italiano ed al fatto che l’economia occidentale è in una fase decisamente più tendenzialmente contrattiva che espansiva. Si tenga poi conto del fatto che l’Italia ha avviato misure di riduzione strutturale del deficit della spesa previdenziale e sanitaria, con effetti di lungo termine, mentre altri Paesi non solo non l’hanno ridotto, ma hanno approvato al contrario leggi che nel futuro ne provocheranno un forte incremento. Ad esempio, negli Stati Uniti il valore degl’impegni di spesa futuri (“unfunded liabilities”) privi di copertura è di circa 115mila miliardi di dollari, e questo fa sì che il debito pubblico americano è in realtà ben superiore [3], circa 840 % del Pil, rispetto a quello pubblicato, circa il 100%.

    Dal punto di vista tecnico non ha perciò senso la decisione di Moody’s dello scorso giugno di porre ora sotto osservazione il debito pubblico italiano per un suo possibile declassamento. Se poi, a fine mese, dopo che l’Italia ha approvato ed attuato una doppia manovra di rapida e forte riduzione del deficit pubblico, operativa già dal 2011, Moody’s dovesse confermare, come è probabile, una valutazione peggiorativa, si arriverebbe al ridicolo. Tale valutazione peggiorativa andava fatta 10, 20, 30 anni fa, quando il debito pubblico italiano cresceva, non ora. Farlo oggi è molto sospetto.

    Il fatto è che chi fornisce tali valutazioni - Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, le tre agenzie di valutazioni di merito (“rating”) relative ai titoli di credito - è privo di credibilità in termini di autonomia ed imparzialità a causa dell’enorme conflitto d’interessi per gli intrecci azionari relativi agli azionisti di controllo. Dalla tabella riportata in calce la malafede di Moody’s è peraltro evidente. Moody’s, deve il suo monopolio mondiale - che si spartisce con le due altre agenzie consorelle - ad una società di diritto privato, davvero poco nota al di fuori di circoli molto ristretti, la International Swaps and Derivatives Association, Inc., ISDA. È la società consortile di un gruppo esclusivo di operatori sul mercato dei derivati, il cui valore nominale globale d’interscambio è pari a circa 10-12 volte il Pil mondiale. È perciò triste, ma logico, che una piccola società come Moody’s si presti probabilmente a qualche piccolo favore, a qualche piccolo mercimonio sulla pelle della gente comune.

    Probabilmente proprio Moody’s fornirà dunque la scintilla per innescare il collasso del sistema monetario e finanziario mondiale. Sarà perciò una demolizione controllata, come quella dell’edificio WTC 7 [4], il terzo edificio crollato a New York l’11 settembre 2001, molte ore dopo che i due aerei si erano schiantati contro le Torri Gemelle. È chiaro che, quando ancora non si poteva supporre che il governo Berlusconi, questo impiccio, sarebbe riuscito a far approvare la messa in sicurezza dei conti pubblici italiani, qualcuno ha stabilito che l’Italia andava “tirata giù” in autunno. Malgrado la sopravvenuta incongruenza non è stato possibile, se ne può dedurre, modificare in corsa la scaletta, da tempo accuratamente preordinata, a beneficio della logica argomentativa dei mezzi di comunicazione internazionali. Lo spettacolo deve continuare secondo il copione originario.

    Pur non avendo copia di questa scaletta (purtroppo), è abbastanza facile intuirla e qui di seguito ne diamo una lettura. L’esplosione della crisi in Grecia, come si è detto, è prevista a metà ottobre. Questa, però, non ha un sufficiente potere detonante perché la Grecia è un Paese troppo piccolo per innestare una crisi generale. La scaletta prevede perciò che vi sia un’ulteriore fase ed è la volta delle banche francesi e tedesche che hanno un forte quantitativo di titoli di Stato greci, soprattutto le francesi Société Générale, BNP Paribas e Crédit Agricole. Fin qui tutto “bene”, tutto sta procedendo secondo copione, senza impicci.

    Da qui in avanti s’innesta, invece, il declassamento del debito pubblico italiano, la parte della sceneggiata resa meno logica e credibile dalle due manovre del governo Berlusconi. Secondo il copione, essendo esse stesse in difficoltà, le banche francesi devono ridurre il loro investimento in titoli italiani posti sotto osservazione o declassati e di cui esse sono tra i maggiori detentori. Ad ottobre perciò si sarebbero dovuti sommare alcuni effetti in un drammatico crescendo, che si estende a tutta l’Europa come nel 1848. Si scopre che ottanta miliardi (25 +55) di riduzione, il 10 % della spesa pubblica italiana, non sono sufficienti: ne occorrono altri cento. L’analisi è corretta, ma una dieta troppo rapida può provocare scompensi, nella fattispecie tumulti ed insurrezioni. Ci saranno, ma non è sufficiente. A questo punto si deve inserire un colpo di scena, un ribaltamento di sorti: la Federal Reserve annuncia che, insieme al Fondo Monetario Internazionale, interverrà per salvare l’Euro, a condizione che i Paesi europei facciano la loro parte. È una mossa geniale, le borse mondiali si riprendono, all’apparenza, le sommosse cessano. Berlusconi, però, deve andare via, comunque, perché così è scritto sulla scaletta. Non è caduto sui conti pubblici, non era caduto su Ruby Rubacuori, alias Karima El Maghroub, alias Karima Heyek [5]. Qualcosa però si troverà, basta applicare il modello Libia [6]. Berlusconi viene costretto alle dimissioni da una rivoluzione, “spontanea”, ovviamente, e s’insedia o un governo di “transizione” o di “unità nazionale”.

    Il nuovo governo privo della legittimità elettorale è debole e molto diviso a suo interno. Non riesce perciò ad effettuare i tagli necessari e la riduzione del debito pubblico preventivata ed in un paio di mesi, nonostante l’intervento americano, l’Italia è costretta all’insolvenza. Essendo uno dei maggiori paesi dell’Unione Europea l’effetto è la disgregazione dell’Euro. A questo punto il traguardo è finalmente in vista: la Fed ha infatti emesso una sufficiente valanga di dollari da rendere la situazione irreversibile. Dopo alcuni mesi, minimo sei, più probabilmente dopo un anno, va in scena il dramma finale: appesantito dal peso dei salvataggi bancari del 2008, 24mila miliardi di dollari, dalla QE1, QE2, QE3, … , QEn, dal salvataggio mancato dell’Europa, il dollaro schianta e con esso, a cento anni dalla sua costituzione, la Federal Reserve.

    Con la scomparsa del dollaro i contratti derivati sono privi di valore ed i soci della ISDA che avevano potuto leggere la scaletta in anticipo festeggiano: hanno convertito quanto potevano in oro ed argento. Sulle ceneri della Fed si avviano le trattative per le quote di ripartizione di una nuova moneta unica mondiale, riservate a ciascuna macroregione del mondo. Non occorrono grossi sforzi teorici. Di fatto, tale moneta esiste già, è l’unità di conto del Fondo Monetario Internazionale, i Diritti Speciali di Prelievo (SDR, nell’acronimo inglese). Occorre semplicemente ampliarne la composizione, finora formata da dollaro, euro, yen e sterlina, monete che a questo punto della vicenda sono ormai defunte. Definita la nuova moneta unica, si procede a formalizzare poi la costituzione di una banca centrale mondiale e quindi di un governo mondiale con le conseguenze che si possono immaginare.

    A parte il concreto elevato e catastrofico rischio di una guerra mondiale a causa delle divergenze di interessi, di questo progetto quello che non ci sta bene è tutto. Ma quello che indigna di più è la menzogna e l’artificialità con cui viene perseguito, mentre quello che preoccupa maggiormente è il rischio per la libertà di miliardi di persone. È, infatti, un piano per stabilire un sovraStato in cui ingabbiare tutta la terra in una sorta di Unione Sovietica. È la premessa per quel “pericoloso potere universale di tipo monocratico” di cui ha scritto il Papa nella sua enciclica “Caritas in Veritate”.


    Tabella: elaborazione dell’autore su dati desunti da: Stephen G Cecchetti, M S Mohanty, Fabrizio Zampolli, The future of public debt: prospects and implications, BIS Working Papers No 300, vedi:
    http://www.bis.org/publ/work300.pdf .

    2007

    2010

    2011

    previsioni

    Incremento 2007 -2011

    Austria

    62%

    78%

    82%

    20%

    Francia

    70%

    92%

    99%

    29%

    Germania

    65%

    82%

    85%

    20%

    Grecia

    104%

    123%

    130%

    26%

    Irlanda

    28%

    81%

    93%

    65%

    Italia

    112%

    116%

    119%

    7%

    Giappone

    167%

    197%

    204%

    37%

    Paesi Bassi

    52%

    77%

    82%

    30%

    Portogallo

    71%

    91%

    97%

    26%

    Spagna

    42%

    68%

    74%

    32%

    Regno Unito

    47%

    83%

    94%

    47%

    Stati Uniti

    62%

    92%

    100%

    38%



    NOTE

    1The United States can pay any debt it has because we can always print money to do that. So there is zero probability of default", vedi Patrick Allen, CNBC, No Chance of Default, US Can Print Money: Greenspan, 7 Aug. 2011, http://www.cnbc.com/id/44051683

    2Vedi la tabella a fondo pagina.

    3Vedi: Laurence Kotlikoff, “A Hidden Financial Crisis,” in Finance & Development, September 2010, Vol. 47, No. 3 : “U.S. government debt is not .5-trillion (U.S.), which is 60 per cent of current gross domestic product, as global investors and American taxpayers think, but rather 14-fold higher: 0-trillion – 840 per cent of current GDP. Hence let’s get real, The U.S. is bankrupt” , Prof. Kotlikoff .

    4Vedi: http://rememberbuilding7.org/10/

    5La sbadata, in almeno un’occasione prima dei fatti, aveva presentato ai Carabinieri un documento d’identità diverso e contrastante da cui, in base all’anno di nascita, non risultava minorenne.

    6Vedi: http://www.asianews.it/notizie-it/La-guerra-di-Libia,-un-altro-Vietnam-21393.html
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