20/10/2004, 00.00
CAMBOGIA - ANNO DELL'EUCARISTIA
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Cristo in Cambogia, la salvezza e la gratitudine

di Lorenzo Fazzini

Un missionario racconta come annuncia l'eucarestia nel mondo buddista

Roma (AsiaNews) - L'Eucarestia come segno distintivo dei cattolici, sorgente della Chiesa, esperienza concreta della gratuità di Dio. Un missionario in Cambogia racconta così ad AsiaNews il significato dell'eucarestia in un contesto buddista e la sua incidenza nella missione e nella vita dei cattolici cambogiani.

Padre Gerald Vogin, delle Missions Etrangères de Paris (Mep), è missionario in Cambogia dal 1992. Dal 1995 è parroco nella regione di Kompong Cham (città di 150mila abitanti nell'est del paese): su 4 milioni di abitanti, i cattolici sono solo 4mila, 1 ogni 1000. Partito dalla natia Bordeaux, p. Gerald da 9 anni vive la sua missione in un paese segnato oggi da un contesto buddista e marchiato nel passato dalla furia anticristiana dei khmer rossi.

In questa intervista ad AsiaNews p. Vogin racconta la vita della chiesa cambogiana, la centralità dell'eucaristia per i cattolici, l'attrazione che il cristianesimo esercita sui buddisti, e il significato della missione in un paese buddista.

Il Papa ha indetto l'Anno dell'Eucarestia. Come l'eucarestia tocca la vita dei cristiani convertiti dal buddismo al cristianesimo?

Un aspetto che distingue il cristianesimo dal buddismo è senza dubbio il rendere grazie. Nel buddismo nessuno può aiutare l'uomo a salvarsi: una persona è sola con a se stessa. Chi era buddista e diventa cristiano scopre che, pur senza meriti e pieno di peccati, è amato in modo infinito e che la sua vita è preziosa. Gli ex buddisti sentono moltissimo questo perché per la cultura buddista la vita è anzitutto sofferenza e tristezza; invece il cristiano annuncia che la vita è dono di Dio, e di questo restano sconvolti. Nel buddismo c'è contrasto assoluto fra sofferenza e ragione: se uno soffre, significa che ha commesso qualche colpa. Quando i cristiani ricevono il corpo e sangue di Cristo sono toccati intimamente dall'amore di Dio, un amore che sentono di non meritare. Se nel buddismo uno ottiene quello che si merita, nel cristianesimo si riceve gratuitamente la salvezza e si rende grazie a Dio per questo. Il cristiano è più gioioso perché ha già ricevuto la salvezza e può dire il suo grazie nella celebrazione.

Cosa significa per lei essere missionario?

Avere un legame con coloro che cercano una speranza e un senso per la loro vita. A volte mi sembra di essere come Pietro al Tempio di fronte allo storpio che gli chiede un aiuto: alla domanda di senso dei cambogiani rispondo: "Vi dono Cristo, siate certi che potete vivere di Lui". Essere missionario così è davvero fruttuoso: ogni giorno persone mi vengono a trovare per chiedermi del cristianesimo e di Cristo.

Che importanza ha l'Eucarestia nella sua vita missionaria?

L'Eucarestia è l'esperienza concreta – quotidiana e settimanale – in cui i cristiani si incontrano con Cristo e costituiscono la comunità dei suoi discepoli. Per noi missionari essa è veramente il segno della Chiesa: cerchiamo di insegnare subito ai nostri catecumeni che ogni domenica i cristiani si ritrovano per leggere la Parola di Dio e celebrare l'eucaristia. E questo, non perché c'è il prete, ma perché Cristo li convoca ogni domenica. Come missionario vivo l'eucarestia in maniera particolare, proprio perché straniero due volte: per nazionalità, e per appartenenza culturale e religiosa. IN missione può accadere, dopo i primi entusiasmi, si entra in crisi. Anche a me è successo e questo mi ha spinto a vivere un'eucarestia vera, che è sperimentare il passaggio dalla morte alla vita. Questa non è un'idea teorica ma un'esperienza concreta. Infine, la celebrazione dell'eucarestia ha una forza incredibile perché in essa c'è tutto, siamo legati a ogni realtà: a Dio, all'uomo, al mondo, a tutte le religioni, alla storia e al creato. Mi ricordo di una frase di santa Teresa di Gesù Bambino: "Nell'Eucarestia ho tutto: ho la farfalla e la montagna, sono missionaria e martire".

Qual'è l'aspetto del cristianesimo più incisivo per la missione in Cambogia?

La gente vede come vivono i cristiani e resta stupita l'aiuto reciproco che i cristiani si danno. La società cambogiana attuale è segnata dalla violenza del passato, che oggi causa mancanza di fiducia nel futuro, povertà generale e spinge a un forte egoismo. Per questo i non cristiani restano meravigliati del modo in cui ci aiutiamo fra noi: "Nella chiesa si vede gente che parla, che dialoga e si aiuta" mi diceva un buddista. In uno dei villaggi che visito, due donne non cristiane mi hanno detto: "Vogliamo restare con voi cristiani, non per diventare cristiane, ma perché da voi si sta bene e si è più felici, si vede una grande gioia di vivere sui vostri volti". E adesso frequentano la messa con assiduità. Vi è anche la spinta della povertà: molti di quelli che si sono convertiti dal buddismo mi hanno detto: "Ero troppo povero per restare buddista". Per essere un autentico fedele del buddismo è necessario dare molti soldi ai monaci delle pagode per assicurarsi un buon kharma. Questo obbligo spinge molte persone ad abbandonare il buddismo. Nella chiesa esse scoprono una comunità che li aiuta gratuitamente, incontrano persone per le quali i soldi e l'onore non sono i valori su cui si giudica un uomo.
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