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» 05/10/2011 08:22
MYANMAR – CINA
Diga di Myitsone: l’ira di Pechino per l’interruzione dei lavori
Dal ministero cinese degli Esteri la richiesta alla controparte birmana di garantire i “diritti legittimi” delle compagnie cinesi. Il presidente della Cpi è “sorpreso” per una decisione “sconcertate”. Ma la popolazione birmana è favorevole alla scelta del presidente, contro la “minaccia” cinese. Dubbi alla scadenza del mandato di Thein Sein, nel 2015.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) – Costernazione, critiche e minacce nemmeno troppo velate verso il governo e il suo presidente Thein Sein. Non si placano le polemiche attorno alla costruzione della diga di Myitsone, in territorio Kachin, nord del Myanmar, nella zona di confine con la Cina. Le autorità di Pechino chiedono il rispetto degli accordi e non escludono ritorsioni commerciali. I vertici della compagnia cinese impegnata nella costruzione della centrale elettrica esprimono sconcerto e minacciano di adire a vie legali. Tuttavia, non si registrano al momento cambi di rotta a Nayipydaw, che mantiene la decisione – annunciata la scorsa settimana, con il plauso di Aung San Suu Kyi e la stragrande maggioranza dei birmani – di interrompere la costruzione del mega-impianto da 3,6 miliardi di dollari (cfr. AsiaNews 30/09/2011 Il presidente birmano interrompe la costruzione della diga di Myitsone).

Lu Qizhou, presidente della compagnia statale China Power Investment (Cpi), responsabile del progetto, si dice “sorpreso” dalla decisione del capo di Stato birmano e giudica la scelta “sconcertante”. Egli aggiunge che Nayipydaw dovrà rispondere di “una serie di questioni legali”, in caso di mancato rispetto dell’accordo. “Le perdite andrebbero ben oltre – aggiunge – gli investimenti diretti e i costi di realizzazione”. Oltre a possibili vertenze e ricorsi in tribunale, resta da capire quale sarà il destino di opere già avviate, fra cui una centrale elettrica da 2mila MW a Chinbwe, realizzata per rispondere ai fabbisogni di energia necessari alla costruzione della diga di Myitsone (6mila MW di portata). Intanto il governo di Pechino lancia messaggi tutt’altro che concilianti alla controparte birmana. Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri, ha invitato le “nazioni interessate” a garantire i “diritti legittimi” e “gli interessi delle compagnie cinesi”. La leadership comunista vuole intavolare trattative con la controparte birmana, precisando che non vi saranno ripensamenti sulla costruzione di un impianto che darà il 90% della sua produzione elettrica alla Cina per i prossimi 50 anni.

Rimane invece ai margini della discussione l’impatto ambientale che la diga avrà sul territorio Kachin e su tutto il Paese, a causa dell’alterazione del corso del fiume Irrawaddy, il più importante del Myanmar. Per la sola costruzione della centrale verranno sommersi 40 villaggi e cacciate oltre 10mila persone dalle zone di origine. I vertici del colosso cinese Cpi progettano lo spostamento della confluenza dei fiumi N’mai e Mali, che danno vita all’Irrawaddy. E snocciolano sondaggi secondo i quali la maggioranza (fino all’80%) dei birmani sarebbe favorevole all’impianto.

In realtà, attivisti ambientali, opposizione, Aung San Suu Kyi, cristiani e buddisti, semplici cittadini sono uniti e si oppongono con forza alla diga di Myitsone. La nazione intera ha accolto con gioia – mista a stupore – la decisione del presidente Thein Sein di interrompere il lavori. Tuttavia, il mandato presidenziale scadrà nel 2015 e non vi sono garanzie che il progetto non venga ripreso all’indomani della nomina di un nuovo capo di Stato. Del resto la Cina è il principale partner commerciale del Myanmar, col quale ha sottoscritto investimenti e progetti da miliardi di dollari. Ma la sete di energia della Cina si scontra con l’orgoglio e la rabbia della popolazione birmana, che non intende sottomettersi alle richieste dell’ingombrante vicino: “La posizione del governo cinese è una minaccia alla cultura e alle tradizioni del nostro Paese – afferma U Ohn, leader degli ambientalisti a Yangon – Non abbandoneremo mai Myitsone, nemmeno in cambio di tutta la [ricchezza della] Cina”.

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