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» 08/08/2012
MYANMAR – NORVEGIA
Direttore Dvb: il dramma Rohingya, specchio del “fragile” cambiamento in Myanmar
di Dario Salvi
Aye Chan Naing rivendica piena cittadinanza per la minoranza musulmana. Egli rilancia il ruolo degli esuli, chiamati a contribuire “da dentro” al processo di democratizzazione. L’importanza delle giovani generazioni attive in politica va sostenuta con un miglioramento generale dell’istruzione. Perché oggi “non basta più” opporsi a una dittatura, ma è necessario costruire una nazione.

Roma (AsiaNews) - Gruppi filogovernativi hanno alimentato le violenze contro la minoranza musulmana Rohingya, che dovrebbe godere del "diritto di cittadinanza" ed essere considerata "a pieno titolo" parte della Birmania. E ancora, il futuro del movimento democratico in Myanmar che non dovrà più combattere una giunta militare, ma trovare nuove vie per contribuire alla crescita del Paese in un'ottica non solo economica, ma anche e soprattutto nel campo dei diritti umani. Sono solo alcuni fra i molti elementi di riflessione proposti da Aye Chan Naing, direttore del sito dissidente Democratic Voice of Burma (Dvb), fondato da birmani della diaspora e vicino all'opposizione democratica, in questa lunga intervista rilasciata ad AsiaNews.

Tra le maggiori personalità della diaspora, egli guida un network con base a Oslo, in Norvegia, che ha più volte testimoniato, in passato, le violenze della dittatura militare contro la popolazione civile e i monaci buddisti. Aye Chan Naing auspica un ritorno in patria dei birmani rifugiati all'estero, che dovranno però vincere anche "resistenze interne all'opposizione" e impegnarsi "nel concreto" per lo sviluppo del Myanmar. E ricorda, come più volte fatto da Aung San Suu Kyi nel suo viaggio in Europa, che la democrazia in Birmania "è un cammino ancora molto lungo da percorrere".
Ecco, di seguito, l'intervista rilasciata da Aye Chan Naing ad AsiaNews:

Partiamo dall'attualità, i Rohingya: che idea si è fatto del dramma che ha investito la minoranza musulmana?
I fatti di cronaca che arrivano dallo Stato Rakhine mostrano davvero quanto sia fragile il processo di cambiamento in Birmania. Questo non è un dramma esploso per caso. Vi sono diversi segnali che indicano che dietro a questa drammatica vicenda - gli scontri e le persecuzioni - vi siano dei gruppi filogovernativi e vicini ai militari, assieme a movimenti nazionalisti ed estremisti interni.

Un problema che parte da lontano e che ruota attorno a diritti di base, come la nazionalità.
Certo! Per questo sono fermamente convinto che [i Rohingya] debbano ricevere la nazionalità ed essere considerati a pieno titolo cittadini birmani.

Direttore, quale ruolo possono giocare gli esuli della diaspora birmana, per contribuire al processo di democratizzazione del Myanmar?
I birmani in esilio possono ricoprire un ruolo di primo piano nel colmare il divario tra la comunità internazionale e la Birmania, dando vita a gruppi legati alla società civile, contribuendo a promuovere la democrazia, preservando l'ambiente, favorendo il processo di riconciliazione - vedi la questione Rohingya - con i vari gruppi etnici. Negli ultimi 20 anni e anche più, gli esuli birmani si sono occupati di queste tematiche, in modo più attivo e aperto di quanto non abbiano potuto fare le persone da dentro [il Myanmar].
Ora, per vedere quale sarà il contributo futuro della diaspora birmana - nel quadro dei cambiamenti che interessano il Paese - è necessario capire quale sarà l'atteggiamento e il giudizio sugli esuli che verrà dato da quanti hanno vissuto e vivono all'interno della nazione. In realtà, vi saranno sempre delle resistenze, anche all'interno dello stesso circolo dell'opposizione, ad un eventuale ritorno in Birmania dei rifugiati.

In passato, i birmani all'estero erano essenziali per denunciare i crimini della giunta. Ora come possono contribuire al cambiamento?
Non credo che la loro importanza possa essere sminuita, ma dovranno certo impegnarsi in un modo diverso. Ora che è possibile fare di più dall'interno della Birmania e ora che il governo pare più propenso a concedere alla popolazione di occuparsi di questioni di base, [gli esuli] dovrebbero essere impiegati sul campo, nel concreto, per contribuire allo sviluppo. Ed è altrettanto importante che alcuni gruppi vigilino sul cambiamento in atto nel Paese e lo giudichino con sguardo critico, senza per questo perdere la loro indipendenza.

Dopo Cina, India e Thailandia, anche Europa e Stati Uniti guardano al Myanmar. Come chiesto da Aung San Suu Kyi, è possibile promuovere investimenti "democracy friendly"?
Credo che nessuno potrà fermare il flusso di investimenti, in particolare quelli provenienti da compagnie occidentali. Da tempo stanno aspettando questa opportunità per fare affari. E credo al contempo che non sia possibile spingere le imprese a fare investimenti "democracy friendly", che abbiano a cuore anche il benessere della gente. Per loro, fare affari significa innanzitutto generare profitto, nient'altro. La sola differenza è che le compagnie occidentali potrebbero portare uno standard maggiore in termini di diritti dei lavoratori, responsabilità, protezione dell'ambiente. Perché se non lo faranno, la gente avrà più opportunità per esercitare pressioni su di loro, rispetto a quanta non ne abbiano nei confronti di compagnie asiatiche.

Parlando della "Signora", cosa ne pensa del recente viaggio in Europa: un successo prima di tutto "politico" per Aung San Suu Kyi?
Credo che abbia dimostrato in tutta la sua forza quanto sia potente in Occidente. In tutte le nazioni visitate nel suo viaggio in Occidente, ha ricevuto un trattamento equiparabile a quello dovuto a un capo di Stato. Ma è un'idea pericolosa, perché i cittadini europei potrebbero pensare che le cose vanno sempre meglio in Birmania. E che Aung San Suu Kyi sia tornata al potere. Una visione assai distante dalla realtà... Ecco perché a mio avviso [la Nobel per la pace] ha ripetuto più volte nei suoi interventi all'estero che la democrazia in Birmania è un cammino ancora molto lungo da percorrere.

Intanto la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale aprono sedi e uffici in Myanmar. Direttore, è possibile accanto all'economia, promuovere anche maggiori diritti e tutele?
Nel quadro attuale è difficile deviare l'attenzione degli organi di informazione verso la vita quotidiana dei birmani. Ed è sempre stato così anche in passato. L'attenzione dei media è rivolta agli eventi politici e ad Aung San Suu Kyi, ma poco si è parlato - ad esempio - della guerra nelle aree in cui vivono le minoranze etniche, come i Kachin al nord. Certo è che oggi è più facile ottenere un visto turistico per la Birmania e anche per i giornalisti è più semplice ottenere l'accredito stampa. Questo comporta una maggiore esposizioni dei semplici cittadini verso gli stranieri, in particolare i turisti e i giornalisti esteri.

Guardando al futuro, vi sono dei leader birmani che, assieme alla Suu Kyi, possano contribuire al cambiamento. Insomma, quali scenari si prospettano per il voto generale del 2015?
I giovani birmani sono molto attivi in politica. Guardiamo ad esempio alla considerevole influenza esercitata sull'opinione pubblica dal movimento Generazione 88. È grazie a loro che la gente ha marciato per le strade nel 2007, mentre Aung San Suu Kyi si trovava ancora agli arresti domiciliari, poi guidata in un secondo momento dai monaci buddisti che hanno sfidato apertamente il regime. Le giovani generazioni birmane sono consapevoli della lotta per la democrazia e i diritti umani. E non hanno ancora subito l'influenza del mondo legato al business e agli affari.
Tuttavia, i lunghi periodi in carcere per gli attivisti politici, la mancanza di un livello adeguato di istruzione, l'isolamento dal mondo esterno in passato e la mancanza di fiducia verso i gruppi etnici rendono il compito di ricostruire il Paese assai difficile. A prescindere dal colore che avrà il nuovo governo dopo le elezioni. Per ricostruire la nazione servono qualità diverse, rispetto alla sola guida del fronte di opposizione impegnato a combattere una dittatura militare.


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Dossier


by Giulio Aleni / (a cura di) Gianni Criveller
pp. 176
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