19/11/2016, 09.14
ARABIA SAUDITA
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Donne saudite, dall’abbigliamento alla società: la ricerca del cambiamento

Negli ultimi anni i collegamenti fra le diverse culture, i social network e la globalizzazione stanno cambiando le società del mondo, anche quella saudita. Segnali come piccole modifiche all’abbigliamento, la possibilità di lavorare e di trascorrere periodi all’estero rendono più consapevoli le donne.

Riyadh (AsiaNews) – Anche nella capitale dell’Arabia Saudita, nota per essere culturalmente molto conservatrice, la globalizzazione e i modelli trasmessi dai media sono complici dell’apertura mentale associata al mondo occidentale. Uno dei primi timidi segnali di una società che tenta di cambiare si nota a livello di vestiario. Oggi molte persone non considerano più obbligatorio il niqab – indumento nero che copre interamente il corpo lasciando scoperti solo gli occhi – e le donne si sentono meno obbligate a muoversi per le strade indossando abiti che coprano le loro facce. Sempre più donne invece scelgono di indossare l’hijab ovvero il “velo” che copre il capo, lasciando intravedere qualche ciocca di capelli. L’hijab viene spesso coordinato con l’abaya: una lunga veste ora reperibile in colori diversi, in contrasto con la tradizione, che vuole questo indumento prettamente nero.

Rawan Al-Wabel, operatrice  sanitaria e madre di tre figli afferma: “Conosco famiglie a Riyadh in cui alla primogenita non viene consentito di indossare solo l’hijab, mentre alla più giovane viene permesso addirittura di andare in giro senza niente in testa. Vivo a Riyadh da quattro anni, ma sono nata a Dammam… Lì è molto più facile uscire solo con l’hijab.” Dammam è il capoluogo della provincia saudita orientale ed è etnicamente più varia di Riyadh.

Najla Al-Sulaiman, una donna saudita di 30 anni sostiene che le donne di Riyadh stiano acquisendo più sicurezza in loro stesse e che col tempo stiano diventando più audaci. Dopo aver svolto un master negli Stati Uniti tra il 2011 e il 2015, Sulaiman racconta: “La differenza che ho notato a tre anni dalla mia partenza è sconvolgente. Ora si vedono abaya colorati e donne che non si coprono la faccia”. La giovane donna, che al contrario di molte sue compatriote non ha indossato l’hijab durante il periodo di studio all’estero, racconta che “nonostante la stragrande maggioranza continui a coprire i capelli, molte ragazze non lo fanno”.

Nouf Al-Wabel, che lavora nel settore risorse umane di un’azienda a Riyadh afferma che “ora è possibile vedere abaya colorati in molti posti, come ospedali o banche… È un cambiamento che si vede anche attraverso i media, e il media stanno cambiando molte persone”.

Per le donne i punti d’incontro fra culture diverse, i social network, la globalizzazione e la possibilità di lavorare per ricevere un proprio stipendio sono fattori che annunciano il cambiamento. Responsabile di questo cambiamento in atto è anche una legge approvata ad aprile, che restringe i poteri alla “polizia religiosa” o “haj’a”. Inoltre a fine settembre, circa 15mila donne hanno firmato e inoltrato una petizione ai vertici del governo per chiedere formalmente la “fine” della tutela maschile.  

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