22/02/2019, 07.53
RUSSIA-UCRAINA
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Effetto autocefalia: quasi 300 parrocchie ucraine passano da Mosca a Kiev

di Vladimir Rozanskij

Contro ogni timore, il passaggio sta avvenendo in modo non violento. L’esodo viene deciso dall’assemblea parrocchiale. Ma vi sono tentativi di influenza da parte dello Stato. La questione dei monasteri e dei luoghi di pellegrinaggio, punto di riferimento per ortodossi e cattolici. Finora su 10 diocesi, sono passate a Kiev solo due: Vinnitsa e Odessa.

Mosca (AsiaNews) – A un mese dalla consegna del Tomos di autocefalia, si calcola che circa 300 parrocchie russe siano passate alla giurisdizione della nuova Chiesa autocefala ucraina. A prima vista si tratta di una percentuale ancora limitata: il 2,5% di tutte le infrastrutture del patriarcato di Mosca in Ucraina, contando anche i monasteri, le diocesi e le amministrazioni sinodali. Ma considerando i lunghi tempi delle strutture ecclesiastiche, si tratta di una percentuale piuttosto elevata: in un solo mese il passaggio è stato quattro volte superiore ai cinque anni precedenti, cioè a partire dalla “rivoluzione” antirussa del Majdan, in cui già si succedevano gli appelli al cambiamento.

Sebbene fossero diffusi molti timori di eccessi e violenze, il processo appare finora piuttosto pacifico. La legislazione ucraina prevede che a decidere lo status della comunità sia l’assemblea generale di ogni singola parrocchia: si tratta della riunione dei membri effettivi della chiesa locale, non un generico raduno degli abitanti di un villaggio o di un quartiere.

Negli anni il governo ucraino è stato anche criticato per la volontà di unificare le leggi che regolano la vita interna delle comunità religiose, senza distinguere le diverse confessioni e appartenenze. Anche la Comunità europea - di cui la nuova Ucraina aspira a diventare membro – ha avanzato critiche, e molte comunità locali hanno annunciato di voler in futuro presentare appelli alla Corte europea contro queste norme.

Tra i protestanti l’assemblea della comunità si riunisce dopo una rigida classificazione dei membri, mentre negli statuti delle parrocchie ortodosse i criteri di appartenenza appaiono più elastici. Si contano i parrocchiani dai 18 anni in su, che si professano ortodossi e che non siano mai stati condannati per delitti civili o ecclesiastici. In alcuni statuti si aggiunge la frequenza regolare alle celebrazioni liturgiche, o la dichiarazione di approvazione da parte del parroco. Tali formule variabili permettono spesso di inserire nell’assemblea alcuni membri cosiddetti “turisti”, esterni alla comunità reale, che a seconda delle circostanze votano a favore o contro il passaggio della comunità ad altra giurisdizione. In molti statuti esiste la norma per cui l’assemblea è valida se a essa partecipa la maggioranza (50%+1) dei membri della comunità, e il passaggio di giurisdizione richiede i due terzi dei voti; in base a queste percentuali si calcola il numero dei “turisti” necessari.

Il funzionamento della struttura ecclesiastica, degli autocefali e dei russi, non si limita all’amministrazione parrocchiale: la legge “Sulla libertà di coscienza e le associazioni religiose” prevede l’esistenza anche di altre strutture come monasteri, circoscrizioni sinodali, missioni e diocesi. Anche queste possono decidere il passaggio di giurisdizione tra le varie obbedienze ortodosse, che prima del Tomos erano almeno quattro, oggi sono sostanzialmente due, ma con varie piccole organizzazioni dissidenti, soprattutto a livello locale.

Le strutture più delicate e significative sono i monasteri, che radunano grandi numeri di fedeli e pellegrini, a partire dalle due Lavre (insiemi di più monasteri) delle Grotte di Kiev e di Pochaevsk. Ad esse si recano masse di devoti di entrambe le giurisdizioni contendenti, e perfino i greco-cattolici, che lasciano offerte considerevoli per i riti e i souvenir. Sia il patriarca emerito Filaret (Denisenko), che il nuovo metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko) hanno dichiarato in più occasioni che si attendono il passaggio delle Lavre e dei monasteri alla Chiesa autocefala, per il quale sarebbe necessaria l’assemblea dei monaci o il permesso delle autorità superiori. Vi è anche la possibilità di un intervento statale, essendo la proprietà dei terreni sempre dello Stato ucraino: esso potrebbe sciogliere i contratti di affitto e usufrutto e requisire i monasteri, per assegnarli ad altra giurisdizione.

Gli obiettivi più appetibili sono però le diocesi, le cui amministrazioni godono di ampie esenzioni fiscali. In questo caso il passaggio è deciso dal vescovo, col permesso del metropolita e la riunione del clero diocesano, ma qui la normativa è assai imprecisa. Finora, delle 10 diocesi che avevano annunciato di voler passare a Kiev, ne sono passate solo due, quelle di Vinnitsa col metropolita Simeon e quella di Odessa, e a titolo personale il metropolita Aleksandr (Drabinko), che era vicario del metropolita Onufrij (capo della giurisdizione russa). La diocesi metropolitana di Vinnitsa è ora sotto contenzioso giuridico, in quanto Onufrij ha nominato un sostituto del “traditore” Simeon.

Le pressioni e le reciproche manipolazioni tra ortodossi russi e ucraini si susseguono in varie forme, ma finora non vi sono stati casi eclatanti di violenza reciproca, come si paventava. In molte parrocchie i fedeli attendono di vedere gli esiti delle assemblee dei vicini, prima di decidersi a organizzare il proprio passaggio, e anche i sacerdoti usano diverse tattiche di orientamento dei propri parrocchiani. La nuova Chiesa ucraina dovrà cercare di evitare le tentazioni monopolistiche, sostenute dalle amministrazioni locali, lasciando davvero al popolo la decisione su una questione così importante per il futuro del Paese e di tutta la Chiesa ortodossa.

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