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  • » 20/05/2015, 00.00

    INDONESIA - ASIA

    Emergenza boat-people, centinaia di migranti soccorsi al largo delle coste di Aceh



    Questa mattina almeno 426 persone, in maggioranza provenienti dal Myanmar, sono stati recuperati da pescatori locali. Una di queste navi era in mare aperto da settimane, le persone a bordo malate e denutrite. Parziale marcia indietro di Malaysia e Indonesia sui respingimenti. Anche il Myanmar pronto a collaborare per risolvere la crisi Rohingya.

    Jakarta (AsiaNews/Agenzie) - Questa mattina alcuni pescatori indonesiani hanno soccorso diverse imbarcazioni cariche di migranti al largo della costa di Aceh, all’estremità occidentale dell’arcipelago; a bordo delle navi vi erano almeno 426 persone, molte delle quali affamate e in condizioni critiche a causa delle settimane trascorse in mare aperto, in attesa di trovare un approdo. Una di queste imbarcazioni era stata avvistata lo scorso 14 maggio, con il motore in avaria e alla deriva; poi se ne sono perse le tracce, fino a questa mattina quando è avvenuto il recupero. Gli occupanti riferiscono che in tre diverse occasioni sono stati trainati in mare aperto dalle marine della Thailandia e della Malaysia. 

    Fonti locali raccontano che la maggioranza dei boat-people soccorsi oggi proviene dal Myanmar e, con molta probabilità, appartiene alla minoranza Rohingya, perseguitata in patria e privata del diritto di cittadinanza. Un pescatore impegnato nelle operazioni di soccorso riferisce che “le loro condizioni sono molto deboli”, molti di questi “sono malati” e “alcuni dei loro amici sono morti di fame” durante il viaggio. 

    Fra quelli che sono stati salvati oggi nello Stretto delle Molucche vi sono anche 26 donne e 30 bambini. 

    Negli ultimi 10 giorni oltre 3mila persone, in maggioranza provenienti dalla ex Birmania, insieme a lavoratori migranti del Bangladesh, sono stati soccorsi nel mare delle Andamane e al largo delle coste di Indonesia, Malaysia e Thailandia. Una crisi che si è acuita con il giro di vite imposto da Bangkok - vero e proprio crocevia della tratta - sul commercio di vite umane, dopo la scoperta di una fossa comune nei pressi del confine con la Malaysia al cui interno erano sepolti decine di cadaveri di Rohingya. Ed è quindi precipitata in seguito alla politica dei respingimenti adottata da Jakarta e Kuala Lumpur. 

    Intanto oggi, per la prima volta, il governo del Myanmar apre a una soluzione politica e condivisa per risolvere la crisi dei Rohingya, che da problema etnico-confessionale interno si è trasformato in emergenza regionale nel Sud-est asiatico. Secondo quanto riferiscono i giornali di Stato birmani il governo “condivide le preoccupazioni” della comunità internazionale per l’emergenza umanitaria in corso ed è “pronto a fornire assistenza umanitaria a chiunque sia in difficoltà nei mari”. Si tratta dell’apertura maggiore sulla questione da parte di Naypyidaw, che considera i Rohingya migranti irregolari dal vicino Bangladesh e si è sempre rifiutata di concedere loro cittadinanza e diritti.

    Un cambiamento che giunge in concomitanza con la riunione, in corso oggi a Kuala Lumpur, dei ministri degli Esteri di Malaysia, Indonesia e Thailandia. E proprio nel corso di questa riunione è giunta una ulteriore (parziale) apertura da Jakarta e Kuala Lumpur, disposte a “offrire accoglienza temporanea” ai migranti, in attesa di una soluzione definitiva. 

    Ieri il governo filippino si è offerto di collaborare con gli altri governi della regione, dicendosi pronto ad accogliere almeno 3mila boat-people. Sempre ieri nella messa a Casa santa Marta anche papa Francesco ha voluto ricordare il dramma attraversato dai Rohingya, costretti come i cristiani e gli yazidi di Siria e Iraq ad abbandonare le proprie abitazioni a causa delle violenze e dei conflitti. Per il card. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti, la sola via per risolvere la crisi è di investire nei Paesi poveri e garantire loro un adeguato sviluppo. 

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