21/11/2014, 00.00
FILIPPINE
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Filippine, ancora nessuna giustizia per le vittime del “peggior massacro politico”

A cinque anni dalla strage, ordinata dal clan Ampatuan per eliminare la famiglia rivale, i Mangudadatu, ancora nessuna condanna. Nell’attacco sono morte 58 persone, fra cui decine di giornalisti al seguito della campagna elettorale. Rischio concreto di un processo a oltranza, che si conclude con un nulla di fatto. Anche il card. Tagle contro la corruzione che “nasce nella famiglia”.

Manila (AsiaNews) - A cinque anni dalla strage, ancora nessuna giustizia per le vittime e i familiari di quello che è stato ribattezzato "il peggior massacro politico" della storia delle filippine. Ancora nessuna condanna, e nessun colpevole, per l'uccisione di 58 persone e la mente che avrebbe ordito e comandato l'attacco è tuttora libero e nel pieno dei propri poteri politici e istituzionali. Ad oggi vi sono alla sbarra nove imputati, con l'accusa di aver compiuto materialmente la carneficina; tuttavia, aumentano i timori di un processo senza fine, che durerà ancora molti anni e si concluderà con un nulla di fatto.

Intanto, testimoni e fonti sono sempre più oggetto di intimidazioni o di omicidi mirati. Noemi Parcon, moglie di uno dei 32 giornalisti uccisi, afferma che "spesso [noi familiari] ci sentiamo disperati, perché non si registra alcun progresso" e aggiunge: "Ci accontentiamo anche solo di una condanna dei mandanti". 

Contro il clientelismo, la corruzione e i gangli di potere criminale "che partono già in famiglia" si è espresso anche l'arcivescovo di Manila, card Luis Antonio Tagle, durante il Simposio internazionale  promosso da AsiaNews il 18 novembre scorso. Il porporato ha denunciato la "corruzione endemica" che caratterizza il Paese, la quale "inizia già in famiglia" perché si giustifica "con l'aiuto" che viene elargito in suo nome. Una pratica radicata, ha aggiunto il cardinale, che va combattuta ed eliminata. 

Il massacro di Maguindanao, del 23 novembre 2009, ha scatenato un'ondata di indignazione e condanna in tutto il Paese. Un centinaio di persone ha attaccato un convoglio elettorale della famiglia Mangudadatu che, insieme a un gruppo di giornalisti, stava visitando alcune aree della provincia per promuovere la propria candidatura alla carica di governatore. Nell'assalto sono morte 58 persone - tra i quali decine di giornalisti - in quello che viene considerato "il peggior caso di violenze di matrice politica" nella storia dell'arcipelago filippino.

Dietro la strage vi sarebbero i leader della famiglia Ampatuan, che hanno governato a lungo la povera provincia meridionale filippina, grazie anche all'alleanza politica a Manila con l'allora presidente Gloria Arroyo; essi avrebbero ordito l'attacco per eliminare i rivali in vista del voto, sfruttando come esecutori materiali dell'attacco una milizia privata, fornita dal governo per combattere i ribelli separatisti musulmani. 

I giudici hanno rinviato a giudizio diversi esponenti del clan Ampatuan: Andal Ampatuan Jr, il padre ex governatore, uno zio e tre fratelli, insieme a più di cento fra funzionari di polizia, soldati e membri della milizia, sono in carcere in attesa di processo. Essi respingono le accuse. Tuttavia, ancora oggi sono almeno 79 le persone latitanti, sfuggite al processo. Nel maggio 2010 si sono tenute le elezioni che hanno sancito la nomina a governatore di Esmael Mangudadatu, che nella strage di Maguindanao ha perso la moglie, alcune sorelle e altri parenti stretti o sostenitori.  

Anche gli attivisti di Human Rights Watch (Hrw) hanno voluto ricordare in un comunicato ufficiale i cinque anni dal massacro. Phelim Kine, vice-direttore Asia di Hrw, afferma che il caso si trova "in un limbo giuridico"; le continue richieste da parte della difesa "di rilascio su cauzione e di ricusazione dei testimoni" dell'accusa, avverte, "hanno ingolfato il tribunale" e rischiano di prolungare per anni la vicenda giudiziaria, senza giungere a un verdetto conclusivo. 

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