06/05/2016, 11.56
PAKISTAN – VATICANO
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Giornalista perseguitato: Il dolore nel dover abbandonare il proprio Paese per avere salva la vita

di Qaiser Felix

Qaiser Felix era un collaboratore di AsiaNews. Ieri ha portato la sua testimonianza durante la Veglia di preghiera per “asciugare le lacrime”. In Pakistan raccontava le storie della minoranza cristiana, perseguitata per la propria fede. È dovuto scappare quando gli estremisti islamici hanno minacciato di uccidere la sua famiglia. Grazie all’aiuto di AsiaNews e dei padri gesuiti, oggi vive e lavora a Venezia.

Città del Vaticano (AsiaNews) – “È finita. Abbandona il lavoro e la città. Metti in salvo la tua famiglia e fuggi più in fretta possibile”. È il consiglio che il direttore di AsiaNews e altre organizzazioni hanno dato a Qaiser Felix, giornalista pakistano perseguitato per la sua fede cristiana. In occasione della Veglia di preghiera per “asciugare le lacrime”, che si è tenuta ieri a San Pietro, l’uomo ha raccontato la storia della sua famiglia e ha riportato le drammatiche condizioni della minoranza cristiana in Pakistan.

Felix era un collaboratore di AsiaNews e documentava la situazione sociale del suo Paese e dei cristiani perseguitati. Ma quando gli estremisti islamici hanno iniziato a minacciare di morte la moglie e i bambini, è stato costretto a fuggire dal suo Stato. È arrivato a Roma e, grazie ad AsiaNews e al Centro Astalli, è riuscito a mettere in salvo anche la sua famiglia e a “reinventare una nuova vita”.

Di seguito il suo discorso, che si conclude con un appello a “non lasciare soli” i tanti fratelli che rischiano la propria vita per testimoniare il Vangelo.

Santo Padre, mi chiamo Qaiser Felix. In Pakistan sono stato un giornalista per molti anni. Appartengo alla minoranza cattolica e proprio la mia fede è stata al centro di tutto il mio lavoro. Ho viaggiato in tutte le regioni del mio Paese per raccontare la difficile vita cui sono costretti i cristiani in Pakistan, discriminati dalla legge contro la blasfemia e spesso vittime di violenze brutali, fino all’assassinio.

Mi piaceva molto il mio lavoro. Per me era più che un semplice mestiere per sfamare la mia famiglia: era la mia battaglia. Volevo dare voce alle sofferenze della minoranza cristiana perseguitata. Ed è per questo che mi sono sentito così orgoglioso quando nel 2007 ho ricevuto un premio internazionale dall’Associazione dei giornalisti cattolici, e sono diventato il segretario nazionale per il Sud Asia per la stessa associazione.

Ma i miei articoli e la mia notorietà crescente hanno attirato su di me l’attenzione di alcuni gruppi terroristici che consideravano le mie parole un aperto attacco al Paese e all’islam.

Le prime intimidazioni e le minacce a mia moglie e ai miei bambini mi hanno spinto a chiedere aiuto al direttore dell’agenzia e a diverse organizzazioni. Da tutti ho ricevuto la stessa risposta, lapidaria e inappellabile: “È finita. Abbandona il lavoro e la città. Metti in salvo la tua famiglia e fuggi il più in fretta possibile”.

È stato lo stesso direttore dell’agenzia stampa ad organizzare la mia partenza per Roma. Così mi sono trovato all’improvviso catapultato in un Paese straniero, lontano dalle persone a me più care. In Italia non posso esercitare la mia professione di giornalista, perché ottenere il riconoscimento della laurea e l’abilitazione è troppo difficile.

Però non mi sono mai arreso. All’inizio è stata molto dura. Mia moglie e i miei due figli erano rimasti in Pakistan, non era stato possibile portarli con me. Avevo un bisogno disperato di inviare loro dei soldi.

Qui in Italia ho dovuto reinventare la mia vita e, in attesa di poter scrivere di nuovo, ho accettato dei lavori saltuari a Roma. Ho seguito dei corsi di formazione e con il Centro Astalli andavo nelle scuole a raccontare la mia storia di rifugiato ai ragazzi delle superiori.

Poi nel 2011, dopo più di due anni molto difficili, sono riuscito ad ottenere il ricongiungimento con mia moglie e i due bambini. Quando ci siamo riabbracciati ho capito che il peggio era passato, che insieme ce l’avremmo fatta. E così è stato.

Oggi, grazie ai padri gesuiti, io e mia moglie lavoriamo in uno studentato universitario a Venezia. I bambini, che ormai sono ragazzi, vanno a scuola e sono bravi. Hanno imparato presto e bene l’italiano, e oggi il loro futuro è qua.

Conoscere la persecuzione e la paura di morire è un’esperienza terribile, soprattutto pensando ai miei figli. La fede nei momenti bui è stata la mia ancora di salvezza. I colleghi di AsiaNews e gli amici del Centro Astalli sono stati la provvidenza di Dio per me. In questo momento così importante, permettetemi di ricordare chi è rimasto nel mio Paese: i tanti fratelli cristiani perseguitati, gli uomini e le donne che ogni giorno rischiano la vita a causa della violazione dei diritti umani e delle persecuzioni. Non lasciamoli soli, hanno bisogno delle nostre preghiere e del nostro aiuto.

Anche per loro oggi sono qui, a testimoniare la vita e la grandezza di Dio misericordioso. Grazie Santo Padre!

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